Tutti colpevoli, ma l’imputato nazionalsocialista dichiarato rimesso in libertà

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11 luglio 2018

L’interesse per il verdetto del processo contro il gruppo Clandestinità Nazionalsocialista (NSU) alla 438ma ed ultima udienza innanzi alla Corte d’Appello di Monaco di Baviera oggi 11 luglio 2018, era molto alto sia nei media internazionali che nel pubblico tedesco: alcuni per assicurarsi un posto sono stati fuori dalla Corte d’Appello fin dalle 22 del giorno prima. Nel mattino di oggi campeggiavano fuori dalla sede giudiziaria già alle 3 una ventina di persone, i più organizzati pure con una sedia da campeggio. Verso le 3,40 è sopraggiunto anche un manipolo di una dozzina di neonazisti, tenuti sotto controllo dal personale d’ordine. Gli agenti hanno quindi aperto il tendone predisposto davanti all’ingresso attorno alle 5, da un lato solo però, l’ingresso verso il palazzo di giustizia è stato aperto rigorosamente solo verso le 7 e mezza; non senza che nascessero discordanze tra la responsabile per la gestione del personale di sorveglianza e l’addetta stampa sul fatto che i giornalisti, mischiatisi anche nel pubblico per essere sicuri di poter accedere all’aula, potessero effettivamente entrare con tutto il loro equipaggiamento.

Alcune testate hanno subito aperto le edizioni mattutine con giornalismo di costume chiedendo ai primi in fila da quando si fossero messi in coda. Ma in realtà quello che conta sul serio e non deve assolutamente passare in secondo piano sono le persone uccise dallo NSU. La prima vittima fu Enver Şimşek un grossista di fiori che venne freddato il 9 settembre 2000 a Norimberga. Poi tra Amburgo, Monaco, Rostock, Dortmund e Kassel, caddero: Abdurrahim Özüdoğru, Süleyman Taşköprü, Habil Kılıç, Mehmet Turgut, İsmail Yaşar, Theodorus Boulgarides, Mehmet Kubaşık, Halit Yozgat. L’ultima uccisa fu la poliziotta, Michèle Kiesewetter, raggiunta mentre faceva una pausa con un collega nell’auto di servizio il 25 aprile 2007 ad Heilbronn. Come trofeo le vennero sottratte pistole e manette di ordinanza. Il suo compagno di pattuglia Martin Arnold sopravvive, ma con le schegge di un proiettile in testa, pur riemergendo dal coma ha solo ricordi sfuocati. Oggi in aula c’erano alcuni loro familiari superstiti come Gamze Kubaşik, Ayşa ed Ismail Yozgat, Abdulkehrim e Semiya Şimşek, o la famiglia Boulgarides, che hanno voluto essere presenti; così come i feriti degli attentati a Colonia, sia qui citato per tutti Sandro D’Alauro, padre italiano, che fu il ferito più grave dell’esplosione nella Keupstraβe del 9 giugno 2004.

E naturalmente quello che rileva è il verdetto. C’erano molte aspettative per vedere se i giudici avrebbero accolto o meno la tesi della Procura Generale della Repubblica di un solo trio di colpevoli ed un ristretto numero di coadiutori, tutti da giudicare in questo processo. Ciò anche se esistono almeno altri 9 indagati contro i quali però non si è ancora proceduto ed anche se nella video rivendicazione spedita da Beate Zschäpe in almeno 15 esemplari nel novembre 2011, si parla apertamente di “rete di camerati”.

Appena passate le 9 il primo a comparire è stato come quasi sempre l’imputato Holger Gerlach che è a peide libero, vestito casual con una camicia beige a quadri neri. Poi sono arrivate alla spicciolata le parti civili e via via tutti i difensori, a partire da quelli di Beate Zsschäpe, compreso l’avvocato Andreas Lickleder che spesso ha sostituito la collega Anja Strum, quindi i tre Procuratori Generali che hanno fin qui rappresentato l’accusa. Mentre la platea è quasi piena, l’aula sotto si è andata colmando e vi hanno avuto accesso anche gli operatori cinefotografici. Un bailamme che distrae dalla effettiva solennità legata alla pronuncia del verdetto odierno.

I giudici infine sono entrati e si sono lasciati fotografare finché alle 9,55 hanno fatto rialzare tutti e letto la prima parte della sentenza con cui è stato confermato in pieno il teorema accusatorio del trio di terroristi che agiva da solo, pronunciando per soprammercato nel complesso pene molto più lievi.

 

Tutti condannati
Per Beate Zschäpe, considerata l’unica sopravvissuta di un nucleo terroristico autoproclamatosi NSU, rea nella pianificazione di tutti gli omicidi, attentati e rapine ascritti al gruppo, nonché di avere incendiato l’ultimo covo, attentando alla vita di 3 persone e di avere condiviso il disegno terroristico fino alla fine inviando almeno 15 dvd di rivendicazione, ergastolo e colpa grave, ma non le misure aggiuntive alla pena, che sarebbero state idonee a procrastinarne quasi indefinitamente la reclusione (i giudici hanno sottolineato che una condanna all’ergastolo non viene comunque automaticamente trasformata in libertà condizionale dopo 15 anni). Per Ralf Wohlleben 10 anni, 2 meno di quello chiesti dall’accusa per complicità in 9 omicidi per avere fornito l’arma del delitto. Per Holger Gerlach 3 anni appena anche qui due meno di quelli perorati dalla magistratura inquirente e per lui non è stata neanche pronunciata la sospensione triennale da pubblici uffici e di voto per avere dato al trio documenti ed avere fornito un’altra arma. A Carsten Schultze 3 anni di carcere minorile, l’unico giudicato in tutto e per tutto come suggerito dalla Procura, perseguito per lo stesso reato di Ralf Wohlleben. La condanna a soli 2 anni e 6 mesi per André Eminger ritenuto colpevole di aver coadiuvato un gruppo terroristico fornendo due volte delle tessere ferroviarie, ma assolto da tutti gli altri capi d’accusa di complicità in tentato omicidio, è stata salutata da applausi soffocati dal gruppo di neonazisti che erano riusciti ad entrare. Quando più tardi il Presidente Manfred Götzl ha aggiunto che alla luce dei periodi di carcerazione preventiva già scontati deve essere rimesso subito in libertà gli stessi sono sbottati in urla di giubilo indegne della dignità delle vittime, ricordate intanto all’esterno del Palazzo di Giustizia da una manifestazione accompagnata da una massiccia presenza di polizia. I simpatizzanti degli imputati erano quasi tutti in nero, come gli imputati Ralf Wohlleben, André Eminger e la stessa Beate Zschäpe (eccetto per un foularone bianco e rosso) e pure le mogli di Wohlleben e Eminger che compaiono al fianco dei mariti. Chiaramente si è trattato di un’azione concertata.

Nei confronti di tutti gli imputati il Senato giudicante ha considerato come attenuanti nell’applicare le pene che gli imputati erano privi di condanne anteriori; i fatti per cui era causa ricadevano indietro nel tempo (ma l’omicidio per la legge tedesca non si prescrive); così come che il processo è durato oltre 5 anni e mezzo ed una condanna li ha sottoposti a fare fronte agli ingenti oneri processuali (eccettuato Eminger che per la più parte dei capi d’accusa è stato assolto). Un peso hanno altresì avuto le confessioni fatte da Schultze e Gerlach e le parziali ammissioni di Wohlleben e Zschäpe; così come pure il ruolo genitoriale di Wohlleben ed Eminger. I giudici hanno altresì ritenuto di dover riconoscere l’imputabilità solamente di una limitata premeditazione a carico di Wohlleben, Gerlach ed Eminger.

 

Solo un trio senza mai aiuti locali
Il Presidente Manfred Götzl, fatto poi sedere il pubblico, ha proceduto a chiarire le motivazioni della sentenza ripercorrendo tutti i singoli crimini di cui è stata causa. Per il Senato Beate Zschäpe è stata compartecipe dei piani terroristici fin dall’inizio ed in toto; anche se materialmente gli omicidi e le rapine vennero fatte dai complici Uwe Böhnhardt ed Uwe Mundlos. Con la sentenza è stata dunque statuita l’esistenza di un nucleo terroristico di matrice nazionalsocialista a nome NSU composto da sole tre persone, che si sono finanziate con 15 rapine ed hanno commesso 10 omicidi  e almeno due attentati a sfondo razzista, al contempo il suo insorgere attraverso la progressiva radicalizzazione di Beate Zschäpe e dei compagni suicidi Uwe Böhnhardt ed Uwe Mundlos si è voluto individuare solo nel momento in cui gli inquirenti scoprirono un’officina per fabbricare delle bombe a Jena in un garage affittato dall’imputata ed i tre si erano sottratti all’arresto con l’aiuto attivo di Ralf Wohlleben. Non invece fin da prima quando all’interno della Kameradschaft Jena, un primo nucleo organizzato degli estremisti di destra a Jena, i tre discutevano apertamente di armarsi. Nonstante i giudici si siano ricondotti anche a quelle discussioni ed abbiano sottolineato che anche Holger Gerlach e Ralf Wohlleben pur avendo espresso un rifiuto per la lotta armata in quell’ambito, conoscevano le opinioni favorevoli alla lotta armata auspicate da parte di Beate Zschäpe, Böhnhardt e Mundlos e per questo non potevano esimersi dalle accuse.

Per giustificare invece un trattamento più mite per André Eminger, i magistrati hanno affermato che egli non potesse conoscere quelle discussioni, essendo entrato in contatto con i tre solo più tardi, pur avendone chiare le simpatie nazionalsocialiste e razziste che condivideva con loro. È appena il caso di ricordare che Andrè Eminger, tra l’altro, si è fatta tatuare sull’addome la scritta “muori ebreo muori” in inglese sovrastata da un teschio che ride e che in casa propria ha costruito un altare ai deceduti Böhnhardt e Mundlos a perenne ricordo. La Corte ha invece concluso che Eminger solo quando diede a Beate Zschäpe 4 tessere ferroviarie intestate a nome suo e di sua moglie Susann, con validità dal giugno 2009 ed ancora rinnovate fino al 2012, perché le potesse usare con Uwe Böhnhardt, avesse senz’altro chiaro che esse avrebbero potuto servire al gruppo terroristico. Non invece prima in occasione di diversi noleggi che egli fece per conto di Böhnahrdt, come ad esempio nel 2004 allorché i membri dello NSU usarono il veicolo per perpetrare un attentato nei confronti di una famiglia di origini iraniane nella Probsteigaβe di Colonia. A quel punto per i giudici il suo comportamento è stato solo sussumibile ad appoggio di una banda armata, perché al momento con sicurezza sapeva unicamente che i tre fuggiaschi si sostentavano facendo delle rapine, ma in questo caso il reato è prescritto.

Quando Ralf Wohlleben per contro diede ad Holger Gerlach il compito di portare un involto senza specificargliene il contenuto, Gerlach guardò però in treno cosa fosse e scoprì che era un’arma, decise tuttavia comunque di portarla a Beate Zschäpe. Così si determinò ancora di aiutare il trio dando loro altri documenti e vedendoli ripetutamente in campeggi pur rendendosi conto che gli incontri servivano a verificare la possibilità di usare sempre la sua identità senza rischi. Gerlach si mise anche a loro a disposizione per fare avere a Uwe Böhnhardt passaporto e patente. Tutti comportamenti che hanno convinto i magistrati che si è reso colpevole di aver aiutato un’organizzazione terroristica (e non solo una banda di rapinatori armati).

 

Le reazioni degli imputati
Durante la lettura della motivazione Beate Zschäpe non ha mostrato emozioni, dapprima coperta allo sguardo dai capelli e poi appoggiata tranquilla allo schienale della sedia. Ralf Wohlleben per parte sua ad intervalli ha parlato all’orecchio alla moglie con quelli che potevano essere degli accenni di riso. Riso soffocato però quando i giudici hanno disposto che in luogo del carcere preventivo ne sia ordinato l’arresto ed il conseguente trasferimento a condizioni carcerari più severe. Avvocati di parte civile peraltro hanno osservato che alla luce di oltre sei anni già scontati in custodia cautelare ha buone prospettive di tornare in libertà in appena due anni. Holger Gerlach, come per lungo tempo si è visto durante il processo, durante la lettura dell’udienza, fatto salvo solo quando si trattava specificatamente di lui, ha letto indisturbato il suo I-Pad. Carsten Schultze per parte sua è rimasto compito piegato in avanti in direzione del banco dei giudici. Solo nel suo caso la Corte, come indicato, ha emesso una sentenza totalmente combaciante con le richieste della Procura addebitandogli anche, oltre a quota parte dei costi processuali, pure quelli di tutti i familiari dei 9 assassinati con l’arma che ha procurato. I suoi legali hanno dichiarato che stanno valutando se presentare ricorso limitato magari a questo aspetto perché assegnando una pena secondo il diritto minorile, la Corte poteva decidere di sobbarcargli le spese dei danneggiati.

Anteriormente alla pausa per pranzo la lettura delle motivazioni da parte dei giudici è stata interrotta dalle urla del padre di Halit Yozgat, Ismail, ucciso a Kassel a soli 21 anni nel suo internet caffè. Un’invocazione ad Allah, una manifestazione di disperazione ed invocazione a Dio che però ha costretto il Presidente Manfred Götzl ad interrompersi ed alzare la voce minacciando di dover applicare controvoglia delle sanzioni. Ismail Yozgat aveva già prima innalzato un cartello dattiloscritto in sola lingua turca all’inizio di un’altra pausa venendo invitato con calma ad uscire. All’uscita ne aveva alcune copie che ha distribuito a chi gliele a chieste.

Prima di andare di nuovo nelle celle giudiziarie, gli imputati André Eminger e Ralf Wohlleben si sono congedati con calorosi abbracci e nel primo caso anche un bacio alle consorti, che poi comunque sono tornate al loro fianco alla ripresa dopo le 13,10. Alla fine, l’abbraccio è restato solo a Ralf Wohlleben, André Eminger ha potuto andare a festeggiare. Quantomeno finché la Procura non decidesse di impugnare la sentenza. Le parti civili non possono farlo per quanto attiene alla misura della pena, tranne che se ravvisano un errore nella qualificazione del fatto di reato. In questo caso un’opzione che l’avvocatessa Edith Lunnebach che rappresenta la famiglia di Masha M., all’epoca una ragazzina curiosa che fu rovinata dalla bomba perfidamente contenuta nella latta di un dolce natalizio lasciata dai terroristi nel negozio dei genitori nella Probsteigaβe di Colonia, potrebbe forse valutare.

Alla ripresa il Presidente del Senato giudicante ha analizzato le prove che hanno basato la convinzione dei giudici per stabilire che nel caso di Beate Zschäpe si può parlare di compartecipazione (Mittäterschaft) e non solo di complicità (Beihilfe). Determinante è la volontà comune basata nella sua ideologia razzista ed antisemita e l’apporto effettivo prestato secondo un piano comune secondo i ruoli delineati dalla Procura Generale; anche per lei il giudice Manfred Götzl ha disposto subito il passaggio dalla perdurante custodia cautelare al carcere. La tesi della complicità piena però, come anticipato, è stata invece esclusa nel caso del co-imputato André Eminger per il quale non si è voluta ravvisare la partecipazione ad un tentato omicidio legato all’attentato alla famiglia di origini iraniane di Colonia. L’avvocato Lickleder ha quindi annunciato con decisione che i colleghi Sturm ed Heer presenteranno appello, indicando che le motivazioni della sentenza sono state deboli; l’avvocato Mathias Grasel ha dichiarato a favore delle telecamere che con il collega Hermann Borchert (i due legali sono i soli con cui Beate Zschäpe ha parlato prima di lasciare l’aula) faranno altrettanto.

 

Le reazioni dei familiari delle vittime e dei difensori
La debolezza del dispositivo della sentenza peraltro è stata riscontrata anche da molti legali di parte civile e dai loro rappresentati. Per l’avvocato Jens Rabe che patrocina Semiya Şimşek anche se i giudici a suo avviso hanno motivato correttamente la complicità in capo a Beate Zschäpe, essi <hanno mancato di rivolgersi direttamente ai superstiti, la lettura della sentenza ha mancato sotto l’aspetto umano>. Anche se si deve osservare che i magistrati hanno dedicato attenzione nel motivare la condanna di Beate Zschäpe di dettagli di tutti gli omicidi, mettendone a nudo la natura abbietta. Il fratello Abdulkerim Şimşek ha detto ai giornalisti che la motivazione gli è parsa debole; gli applausi dei neonazisti vergognosi. < I giudici hanno riconosciuto la colpa grave in capo a Beate Zschäpe, ma hanno avuto mano leggera con tutti gli altri imputati>. Lo stesso si fa scappare apertamente anche l’avvocato Mehmet Daimagüler che sintetizza <per quanto riguarda Zschäpe il giudizio sulla sentenza è buono per quanto riguarda tutti gli altri invece cattivo>. Non molto diverso, anche se più aritcolato il giudizio dell’avvocatessa Doris Dierbach che ha difeso la famiglia Yozgat, <la sentenza ha delineato correttamente le responsabilità di Ralf Wohlleben e Beate Zschäpe, su Gerlach si potrebbe discutere, per quanto attiene André Eminger i giudici sono stati corretti in diritto ma hanno applicato una pena troppo bassa>. Anche l’avvocato Sebastian Scharmer ha trovato il dispositivo della sentenza <deludente nel non avere affatto pronunciato la possibilità concreta che il gruppo terroristico avesse altri componenti, non considerando tutte le prove idonee a ricondurre ad un gruppo più vasto.>. Probabile senso di delusione è intrepretabile anche dall’abbandono dell’aula verso le 10,45 da parte di tutti i familiari del fabbro di origini greche Theodorus Boulgarides, ucciso a Monaco di Baviera il 15 giugno 2005.

È certo che la difesa di Ralf Wohlleben ricorrerà in appello, anch’egli oltre a tutto è stato condannato a pagare oltre che le spese di giudizio anche quelle delle famiglie delle vittime (così come Schultze e Zschäpe) ma non è stato possibile raggiungere gli avvocati all’uscita dalla Corte e lo stesso dicasi per quanto attiene Holger Gerlach anche se è plausibile nel suo caso che una condanna tutto sommato più lieve rispetto alle richieste dell’accusa potrebbe forse indurlo ad accettare il verdetto.

 

Ragion di Stato?
La società civile, rappresentata dagli attivisti fuori dalla sede giudiziaria, tuttavia non pare poterlo fare. Anche se tutti gli imputati sono stati condannati i giudici hanno negato in buona misura le evidenze sul coinvolgimento di diverse persone ed occultamenti sistematici da parte dei servizi di sicurezza nazionale del Verfassungschutz sancite anche da 13 commissioni di inchiesta parlamentare. Il giudice Manfred Götzl alle 14,50 ha semplicemente ringraziato tutti coloro che hanno seguito costantemente il dibattimento e concluso <l’udienza è chiusa>. Tutto pare preparare il terreno ad un’archiviazione delle altre inchieste pendenti, a partire di quella sulla moglie di André Eminger che pure sarebbe stata riconosciuta dalla vittima di un primo attentato dello NSU a Norimberga che è emerso nel processo appena concluso ma che non è stato oggetto di causa. Quand’anche il Procuratore Generale Peter Frank abbia assicurato, attraverso l’emittente nazionale tedesca ARD, che non intende chiudere l’inchiesta su possibili coadiutori -in particolare attorno a chi ha ulteriormente armato il gruppo che deteneva un arsenale con almeno 20 tra fucili, mitragliette e rivoltelle- in contrasto con la tesi che il suo Ufficio ha fatto valere nel processo di una cellula chiusa di solo tre persone.

Nella serata un nutrito corteo, cui hanno preso parte anche alcuni legali di parte civile con i loro mandanti,  ha simbolicamere ribattezzato alcune vie cittadine coi nomi degli assassinati, scorrendo fino alla sede del Ministero degli interni bavarese senza incidenti. Manifestazioni parallele si sono svolte in altre città tedesche; a Berlino si stima abbiano preso parte circa duemila partecipanti.

 

 

N.d.A.: l’articolo è stato aggiornato il 12 luglio, includendo note sulle dimostrazioni e la presa di posizione della Procura Generale.

 

Immagine di copertina: particolare della dimostrazione fuori dalla Corte d’Appello di Monaco il giorno della pronuncia della sentenza di primo grado nel processo NSU © foto dell’autore.

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CAT: Germania, Giustizia

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