Davigo e Cantone misurano la nostra moralità attraverso la tentazione di stato

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23 Aprile 2016

Farsi giudizio morale, per una categoria, equivale a sottoporsi a grandi responsabilità. Significa tracciare una strada, indicare una direzione, dettare i comportamenti. Significa anche considerarsi l’unico strumento verso il Bene. Il Bene comune, ovviamente, non il benessere comune. Piercamillo Davigo adesso è a capo di questa categoria e una malizia neppure troppo laterale ci porterebbe a concludere che avendo così poco tempo a disposizione – il presidente dura un anno poi passa la mano – tutte le cartucce vanno sparate nei primi mesi di vita, in modo da imprimere un segno profondo. Tra i colpi sparati subito, il più scontato è stato quello sui politici che rubano e rubano tutti senza distinzione. Ovvio che la questione, posta così a freddo all’attenzione dell’opinione pubblica, scatenasse una canea, anche se di grana prevedibilmente modesta. Come per l’aspirina di Andreotti, assunta quotidianamente per prevenire il mal di testa, anche Davigo ci ha offerto la sua pillolina che con un poco di zucchero “va giù” e che ci fa stare subito meglio. Sentirci dire che tutti i politici rubano è semplicemente quello che moltissimi italiani hanno pensato in questi anni tormentati e che pensano tuttora. Dunque, il presidente dell’Associazione Magistrati non fa che ricongiungersi demagogicamente con una buona fetta di cittadini. È un’operazione di grana non esattamente fina, ma naturalmente di buon impatto emozionale.

Sarebbe utile soffermarsi sugli aspetti meno eclatanti del Davigo-pensiero e concentrarsi, per esempio, sulle prime conseguenze. Non c’è, intanto, appecoronamento della categoria, mai come in questo tempo spaccata, soprattutto tra le guest-star che, a vario titolo, si sono dissociate dal presidente. Lo ha fatto Gratteri con parole chiare, lo ha seguito Bruti, non poteva mancare la madonna pellegrina Cantone che naturalmente non si è sottratto a una paginata di intervista sul Corriere. Tutti concordi nel dire che “se sono tutti ladri”, come sostiene Davigo, “nessuno è ladro”. Elementare, no? Per chi abbia ancora un po’ di memoria storica, è difficile ritrovare un simile spiegamento di forze contro le opinioni del rappresentante di categoria.

Per togliersi però dagli impicci interni e provare a capire se davvero la categoria ha opinioni così diverse sulla moralità dei politici e conseguentemente dei cittadini tutti, è consigliabile l’approfondimento di una delle proposte-chiave non solo di Davigo, ma anche di Cantone e di tutti i magistrati più esposti. Che, tradotta in soldoni, è quella di mandare in giro per il grande mondo degli affari dei corruttori “sotto copertura” e poi vedere, tra i politici, i professionisti, i semplici cittadini insomma, chi ci casca. Rappresentanti dello stato che andranno per il Paese, con la credibilità necessaria, a offrire tangenti, a semplificare appalti, a garantire buona definizione dei processi. Esche a cui dovrebbero abboccare pesci piccoli e grandi, una sorta di campionatura della moralità in larga scala.

Ecco la vera selezione della specie, ecco servita la grande classifica etica. Come si identificheranno i soggetti a cui lanciare questa esca, saranno persone già con gravosi carichi penali sulle spalle, con piccole ma significative sporcature, personaggi che dato il loro stile di vita particolarmente brillante destereanno il sospetto dei nostri eroi o si valuterà anche il grado di moralità possibile dei cosiddetti onesti? Perché qui sta il problema, ognuno di noi ha la sua asticella etica, il luogo immaginario e incontaminato in cui credersi virtuoso, senza mai immaginare che un giorno la tentazione potrebbe farsi sotto e creare nel nostro animo il germe del dubbio. Ovviamente, per indagare in questa direzione non sarà necessaria la famigerata “notizia di reato”, si agirà sulla base di sensibilità, di conoscenze e di sospetti, in mix di precario e sottile equilibrio. Cedere a una tentazione, non è forse un sentimento ancora più forte nelle persone oneste? È di questa indagine sociale, dunque, che parlano Davigo, Cantone e gli altri quando immaginano di misurare la moralità pubblica attraverso la modica quantità di tentazione? Per arrivare alla definizione finale di un mondo in cui l’indispensabilità dei magistrati è sancita per Etica e non più per Legge.

PS. Che Luigi Di Maio, nuovo leader dei 5 Stelle, abbia già dichiarato che una iniziativa di questo genere compare nei loro programmi non è per nulla sorprendente.

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In copertina, Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo con David Parenzo – foto di Alessio Jacona (licenza CC)

 

TAG: Anm, Csm, governo, Magistratura, Piercamillo DAvigo
CAT: Giustizia, Governo

2 Commenti

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  1. beniamino-tiburzio 5 anni fa

    Evviva lo Stato etico. E’ quanto di più democratico e liberale. Davigo già 15 anni fa intendeva ” rivoltare come un calzino ” la sua avventurata Patria. Egli stesso afferma di non esserci riuscito, visto che oggi la corruzione sarebbe enormemente più vasta e grave. Auguri M. Piercamille-De Saint Juste.

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  2. luciano-di-camillo 5 anni fa

    Da neutrale, cortesemente, penso che l’ Associazione Magistrati, come noto, importante Organo di rappresentanza sindacale dei Magistrati, debba riconsiderare alcuni suoi regolamenti, tipo, far perdurare in un maggior arco di tempo il suo Presidente; ad es., un paio d’anni.
    Positiva conseguenza, una tempistica più estesa onde meglio maturare ed affinare affermazioni di qualsivoglia natura sottesa al patrio miglioramento.
    E, se del caso, non esclusivamente parlare con le sole sentenze.
    In particolare, nelle criticate argomentazioni dell’attuale Sig. Presidente, sembra debba esser evidenziata una frase (su Mani Pulite) ” … dovemmo interrompere la cura a metà … “.
    Dato che la Politica supera la Fantasia, un ritorno … più corazzato, da
    politico, per tentare d’intraprendere ” Mani Pulite 2 ” ?
    Cmq , indipendentemente da tutte le declinazioni che possano prendere siffatte vicende, l’unica cosa importante è che il Popolo Sovrano ne abbia benefici operativi.
    Luciano Di Camillo

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