Le vittime di un destino sbiadito: Davide Bifolco e i ragazzi cancellati

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4 settembre 2019

Davide Bifolco avrebbe compiuto 17 anni il 29 settembre del 2014.

La sua vita è fermata qualche giorno prima, il 5 settembre 2014, da un colpo partito dalla pistola di un carabiniere.

Nella notte tra il 4 ed il 5 settembre, c’è stato un inseguimento.

Un motorino Honda SH su cui si trovavano tre persone correva, su per la strada che da Fuorigrotta porta al rione Traiano, via Cinthia, mentre un’auto con due carabinieri del Nucleo Radiomobile di Napoli cercava di bloccarlo.

Quello che è certo è che alla fine è stato sparato un proiettile, dall’arma di uno dei carabinieri e che il proiettile ha colpito Davide Bifolco.

Secondo la versione fornita dai carabinieri, che hanno riconosciuto un ricercato, scappato dagli arresti domiciliari, su quello scooter.

I carabinieri hanno dunque ordinato ai tre ragazzi di fermarsi, ma senza successo.

A quel punto c’è stato un inseguimento durante il quale i tre ragazzi hanno urtato un’aiuola e sono caduti.

Uno dei carabinieri ha inseguito il presunto lati­tante, che è però riuscito a scappare

Il secondo carabiniere, con l’arma di ordinanza senza sicura nella mano destra, è invece sceso dall’auto per bloccare gli altri due ragazzi.

E’ inciampato ed è partito il proiettile che ha colpito al torace Bifolco.

Il carabiniere dichiarò che:

«Se avevo il colpo in canna, quella notte, è perché io e il mio collega inseguivamo un latitante. Non sono mai stato un Rambo, non ho mai neanche immaginato di puntare una pistola. Sono inciampato, quella notte, mentre bloccavo l’altro giovane che si divincolava. Se si fa una perizia si vedrà che c’è il gradino».

Cinque anni sono passati.

Cause, tribunali, le condanne, forse non danno giustizia.

La tragedia della famiglia Bifolco, ci racconta di come gli esseri umani non sono separati dalla loro volontà ma dal destino e dalle azioni, che piombano violente addosso

Davide, come tutti i ragazzi della sua età, giocava a calcio e dicono fosse anche bravo.

Davide ora non gioca più, gli altri ragazzi che continuano a rincorrere quel pallone, devono sentirsi fortunati, perché ciascuno di loro è una potenziale vittima di un destino, ma forse anche di sbagli, di azioni, che dovrebbero proteggerci, e invece forse puniscono, senza ragione.

Come accadde anche nel 2001, nel quartiere di Albaro, a Genova, la sera del 21 luglio 2001, nelle scuole Diaz, Pertini e Pascoli, centro del coordinamento del Genoa Social Forum, durante il G8, facevano irruzione i Reparti mobili della Polizia di Stato con il supporto operativo dei Carabinieri.

Giuliani era morto due giorni prima.

Morire durante una manifestazione, poteva accadere ancora, dopo gli anni di piombo.

Nell’aprile del 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo, ha condannato lo Stato italiano al pagamento di un risarcimento, ma lo ha fatto evidenziando come durante l’operazione fossero stati infranti molti articoli della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Il 22 giugno 2017 la stessa Corte ha nuovamente condannato l’Italia per i fatti della scuola Diaz, riconoscendo che le leggi dello Stato risultano inadeguate a punire e a prevenire gli atti di tortura commessi dalle forze dell’ordine.

La giustizia italiana, anche se lentamente e con fatica, cerca di fare il suo corso.

Il 5 luglio la Cassazione conferma in via definitiva le condanne per falso aggravato, confermando l’impianto accusatorio della Corte d’Appello.

Nel 2013 sono state depositate le prime cause civili contro il Viminale chiedendo risarcimenti.

Per il fatto che in Italia le leggi non prevedessero a quel tempo il reato di tortura, un ricorso è stato presentato alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo da Arnaldo Cestaro, che all’epoca dei fatti aveva 62 anni ed era stato una delle vittime del violento pestaggio da parte della polizia durante l’irruzione nella scuola. Il 7 aprile 2015, i giudici della Corte europea dei diritti dell’uomo hanno condannato all’unanimità lo Stato Italiano a risarcire Cestaro con 45.000 euro per la violazione dell’articolo 3 della Convenzione sui diritti dell’uomo (“Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”) ritenendo che l’operato della Polizia di Stato alla Diaz “deve essere qualificato come tortura”. Nelle motivazioni si legge che l’ammenda è stata imposta non solo per i fatti specifici, ma anche perché non era stata promulgata alcuna legge sulla tortura, consentendo ai responsabili del pestaggio di non essere sanzionati.

Un mestiere difficile quello del tutore dell’ordine.

Gli operatori in divisa conoscono davvero tutti i rischi penali, disciplinari e amministrativo – contabili a cui possono andare incontro con il loro operato?

Il “poliziotto” rientra in una particolare categoria di dipendenti statali, perché oltre a far parte, insieme del cosiddetto “pubblico impiego non privatizzato”, è incardinato in un’amministrazione civile ma ad ordinamento speciale.

Da questa sua particolare collocazione derivano diversi ulteriori status, che si sommano a quello di appartenente alla Polizia di Stato, alcuni generali quali pubblico ufficiale, ufficiale o agente di polizia giudiziaria e pubblica sicurezza, ed altri specifici come, dirigente/responsabile di uffici o singole articolazioni, datore di lavoro, responsabile del servizio di prevenzione e protezione, responsabile del procedimento, direttore dell’esecuzione del contratto, responsabile del trattamento dei dati, consegnatario, etc.

Ad essi conseguono profili di responsabilità di diversa natura, individuabili principalmente in quattro forme di responsabilità: – penale, disciplinare, civile, amministrativo-contabile.

Ci è voluto molto tempo per far si che l’attenzione dell’opinione pubblica si attivasse nei confronti di un fenomeno, quello del vedere i poliziotti distanti dalla loro figura anche di persone.

Federico Aldrovandi e la sua tragedia, assieme a quella di altre vittime ingiuste, sono un simbolo, emblema della battaglia per ottenere giustizia a nome delle persone morte per mano delle forze dell’ordine.

Nel caso di Federico Aldrovandi – dopo gli inziali tentativi di insabbiamento e grazie alla battaglia instancabile dei suoi famigliari – i quattro agenti responsabili della sua morte sono finiti sotto processo e condannati, benché a pene molto miti.

Aldrovandi, Stefano Cucchi, Sandro Esposito. I primi due nomi sono conosciuti da tutti e portano alla mente lo strazio di figli strappati alla vita da uomini in divisa, di processi, manifestazioni, polemiche.

Il terzo no.

Molti hanno già dimenticato la storia dell’ex parà della Folgore morto a 26 anni dopo essere stato fermato da sette poliziotti in via Cinzia a Napoli. Era la mattina del 9 giugno 2003. Il ragazzo era ancora sotto choc dopo il ritorno dalla missione in Kosovo. Ma ciò che quel giorno è accaduto nella sua città, nella sua patria, è molto peggio di ciò che si può immaginare in un tragico dopoguerra.

Sandro quella mattina fu visto dagli agenti di una volante. I poliziotti lo identificano, capiscono che di fronte non hanno un delinquente.

Lo immobilizzano, lo legano lo fanno inginocchiare e poi lo fanno stendere con la forza e salgono sul suo corpo in quattro, in cinque, in sei. Alla fine in sette, premendo sulla cassa toracica fino a farlo morire asfissiato. I genitori di Sandro che consideravano il loro ragazzo un eroe, mai hanno ricevuto un messaggio di scuse. La mamma, Anna,  «E’ come il caso Aldrovandi ma per Sandro nessuno parla. Lo hanno dimenticato, mio figlio era un eroe». Il 9 giugno 2003, moriva Sandro Esposito, un ragazzo che come tanti aveva sperato nella divisa, quella divisa di Parà di cui era tanto fiero, nella quale si sentiva invincibile, invulnerabile, anche alle pallottole delle missioni a cui aveva partecipato e dove non aveva conosciuto la paura. Quel giorno nessuno sapeva chi era quel ragazzo che si agitava…si dimenava…si dannava nella sua mente. In quel momento nessuno si pose il dubbio di come aiutarlo.

Per tutte le vittime “ingiuste”, un giorno per la loro memoria.

Le forze dell’ordine sono molte volte stressate da una condizione lavorativa difficile per carenza di mezzi, inquadrati in un ordinamento gerarchico, questi uomini e donne trovano involontariamente, forse nel loro subconscio, nella violenza, l’affermazione brutale del potere fine a se stesso.

TAG: avv Monica Mandico, Carlo Giuliani, davide bifolco
CAT: Giustizia, Napoli

Un commento

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  1. lina-arena 2 settimane fa
    concordo. Vorrei che si discutesse ed emergessero le violenze che vengono quotidianamente praticate negli stabilimenti penitenziari e negli uffici di polizia. Avvocati e magistrati tacciono. Ma sanno. Il caso Cucchi non basta. Ogni giorno la violenza viene praticata nelle stanze buie della polizia italiana.Gli avvocati non denunciano ed i magistrati sanno ma non intervengono.
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