Basta critiche. Ok! Ma facciamo un patto: è tutta colpa mia, ma voi…

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9 Maggio 2020

I compagni del Manifesto mi sono sempre stati simpatici. A prescindere. Sovversivi, spesso geniali, irriverenti, rivoluzionari.

Alcune prime pagine le conservo ancora in un archivio impolverato. “Il pastore tedesco” quando Ratzinger diventò Papa, “Il Cavaliere nero” del ’93 quando Berlusconi presentò il suo partito. E come dimenticare “La Rivoluzione non russa”, una mitica doppia pagina con un neonato che dorme con il pugnetto sinistro alzato.

Quelli del Manifesto sono minoritari sin dalla fondazione e forse per definizione. Un quotidiano di nicchia, che come tutta l’editoria, andrebbe protetto. Ogni giornale rappresenta sempre uno spazio di libertà. E anche quello più lontano dalle nostre posizioni, dovrebbe sempre avere il nostro sguardo interessato. Ci permette, se non di capire il mondo, almeno di avere una panoramica sul pensiero degli uomini e delle loro idee.

Luigi Pintor storico fondatore e per anni direttore, giornalista, appassionato ed ironico, scomparso nel 2003 scriveva che un giornale deve evitare come la peste di essere noioso, mentre deve, assolutamente essere polemico e critico, fuggendo la triade di un certo “luogocomunismo” che lo vorrebbe “costruttivo, propositivo, formativo”.

Ebbene, a fronte della raccolta di firme per dare un taglio alle critiche al governo Conte, ho percepito una sorta di metamorfosi. Ma confesso mi sono messo in dubbio io. Sono un irresponsabile? Forse sì. E se per la prima volta dalla sua storia il Manifesto pubblica un appello contro chi critica il governo, beh forse, mi devo tacitare, riflettere, capire cosa sta accadendo.

Così, in questi giorni, quando ho incontrato dei lavoratori che aspettano da marzo la cassa integrazione in deroga, “stupidamente” arrabbiati con il Governo, ci ho tenuto a sottolineare che la responsabilità del ritardo è delle Regioni, o forse dell’Inps, ma non dell’avvocato del popolo. Quando poi mi hanno raccontato le loro storie di fatica e di sofferenza, non sapendo spiegare i motivi e soprattutto come si stanno cercando di risolvere gli evidenti problemi, ho detto chiaramente che dovevano prendersela con me. La colpa era mia. Sono io il responsabile. E ho fatto così anche con una madre di una bambina di 12 anni che mi ha spiegato che la didattica a distanza per la figlia non è mai iniziata. Anche a lei ho detto che non c’entrava niente la Ministra Azzolina. Per carità! Era tutta colpa mia. Come mia la responsabilità per la confusione creatasi tra smart working e babysitteraggio. Colpa mia anche il casino delle mascherine, dei tamponi, dell’incertezza sui test sierologici, della bagarre Bonafede-Di Matteo, del decreto di aprile che verrà a maggio, della minchiata dei congiunti, della puttanata delle autocertificazioni, delle categorie dimenticate, dei dubbi sul Mes, o sul Recovery Fund. Se il punto è quello di non criticare il governo. Il gioco è fatto, criticate me, prendetevela con me. Però rimangono i fatti oltre le parole. Quando c’è un problema bisogna risolverlo. Se fondo il motore della macchina è inutile che discuto per due mesi con mio fratello (che non ho) per capire chi è il responsabile, accapigliandomi e rimanendo, di fatto, senza mezzo di locomozione. L’unica cosa da fare è andare in un’officina e chiedere al meccanico in quanto tempo riuscirà a sistemarmi l’auto e quanto mi costerà la riparazione, cercando di parlare ovviamente con il titolare e non con l’apprendista. Ebbene, nella stessa maniera, al netto di tutte le responsabilità, delle colpe, della morale e delle critiche di cui mi faccio responsabile e garante, si può sapere chi cazzo è il capofficina e quando iniziamo a risolvere i problemi?

TAG: coronavirus, governo, Il Manifesto
CAT: Governo

Un commento

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  1. massimo-crispi 6 mesi fa

    Sono d’accordo. Ma per risolvere i problemi bisogna conoscere: a) gli italiani; b) i loro lavori nella loro molteplicità e le loro interazioni; c) che potrebbe stare anche prima di a) o di b), il territorio e le sue potenzialità; d) le culture del paese che si amministra; e) un’equa distanza dalle varie chiese; f) i rapporti internazionali e gli accordi commerciali con altri paesi; g) oltre a conoscere tutto ciò ci vuole una capacità di sintesi e di astrazione che formino una visione; h) la disponibilità di una società al cambiamento; i) la capacità di una società al cambiamento; l) la coscienza che il popolo italiano è in maggioranza analfabeta funzionale; m) i diritti fondamentali dei cittadini e come spesso essi siano vilipesi; n) una profonda coscienza della legislatura, una delle più bizantine della Storia; o) la cultura alimentare e le risorse di un paese come il nostro; p) la connivenza di alcune parti delle istituzioni colle mafie locali e internazionali; q) la consapevolezza dei medesimi amministratori di aver poca competenza rispetto ai cambiamenti che sarebbero necessari; r) e ce ne sarebbero molte altre. Alessandro il Grande tagliò il nodo gordiano ma la democrazia rappresentativa funziona diversamente. Come si può procedere?

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