“Conte chi?” e altre storie di inizio legislatura

8 giugno 2018

“Ma sai che io non l’avevo mai sentito nominare?”.
Giuseppe Conte, chi era costui. Ho condotto l’esperimento lungo i corridoi del potere milanese e, negli ultimi giorni, di quello romano. Lobbysti, giornalisti che giocano tra le linee della politica e dell’economia, sherpa e portatori d’acqua abituati a dare del tu a tutti e usi a rivendicarlo con un filo di civetteria. Eppure anche tra loro la risposta è stata quasi sempre la stessa. “Io non l’avevo mai sentito nominare, questo Giuseppe Conte”. Prima di vederlo candidato, poi incaricato, poi ritirato, poi discusso per quelle righe di curriculum e infine lanciato verso i grandi del mondo, sull’aereo di stato e con in tasca le chiavi di Palazzo Chigi. Ovviamente lo conoscevano nelle stanze dell’Università, lo conoscevano i professori di diritto e chi si occupa di giustizia amministrativa, dati gli incarichi ricoperti dal presidente del Consiglio, fino a pochi mesi fa. Ma i custodi del potere politici no, ed è questo un primo inedito assoluto. Sono le stesse persone che invece sapevano benissimo chi è Giulio Sapelli, che è stato, seppur solo per il fuggire di un mattino, l’altro candidato della coalizione giallo-blu. Non verde come la Padania, ci tengono a precisare nella nuova Lega Salviniana ma blu come… come l’Europa?

Vabbè, a monte. Nei corridoi della Camera è già aria d’estate. La prossima seduta è riconvocata per il 13 giugno, mercoledì prossimo. Una settimana dopo l’ultima assise. Di parlamentari ce n’è in giro pochini, anzi quasi nessuno. Il giovedì l’evento principale è una conferenza stampa di Michela Vittoria Brambilla, che mostra video splatter di animali maltrattati e – riferiscono alcuni testimoni – allatta dei cuccioli. Molti onorevoli e senatori sono già scappati lontano da Roma, anche perché c’è una campagna elettorale che si conclude, il voto delle amministrative che riguarda comuni in cui risiedono circa 10 milioni di italiani. Sarà l’atteso apogeo della luna di miele appena iniziata tra popolo e governo del cambiamento? Parrebbe ovvio, e in fondo nemmeno troppo importante per nessuno. Quelli del Pd sono in giro per il paese con gli occhi pesti è il morale sotto le scarpe. Eppure, se fosse saltato tutto e si fosse corsi verso un nuovo voto, per loro sarebbe stato peggio.

Per le stanze vuote di Montecitorio, però, si aggira un fantasma, ed è il fantasma della pace fiscale. Nome elegante per il condono che, nella precedente legislatura, si era chiamata rottamazione delle cartelle. Partito che vai, paraculata che trovi. Però, ragiona ad alta voce qualcuno che conosce bene sia i grillini sia i legisti, il piano potrebbe proprio essere questo: “recuperare con un condono fiscale 60 o 70 miliardi, fare qualche misura pop come il contributo di solidarietà sulle super pensioni, tagliare le tasse, litigare con l’Europa con le tasche un po’ meno vuote, e arrivare di slancio alle elezioni europee dell’anno prossimo”. Ma per fare cosa? Per regolare i conti con quel che resta delle alternative, ovviamente. Nel libro dei sogni c’è scritto che la Lega vuol finire di mangiarsi Forza Italia, e 5 Stelle espandersi come polistirolo riempiendo i vuoti al sud e a sinistra. Vedremo. Una cosa è sicura: i due ragazzi sono carichi.

Salvini è la personalità caratterialmente dominante, muscolare fino all’eccesso: un selfie con i carabinieri, una foto col documento riservato del ministero, la certezza percettiva di avere il consenso con sè, e che cresce. “Me pareva sincero quando ha detto che era deluso per aver lavorato 90 giorni e poi je facevano saltà il governo”, mi dice una commerciante che aggiunge: “io come uomo lo apprezzo. Al di là della politica, proprio come uomo dico”, e chissà cosa avrà voluto dire. Riuscirà a fare il leader politico che è mentre supervede alla sicurezza nazionale? “La ricetta c’è, fu quella di Gava, che dal Viminale si occupava solo del partito e delegava moltissimo ai collaboratori”, ricorda chi ha la memoria lunga. Salvini e Gava, chi l’avrebbe mai detto. Luigi lo sa, che Matteo spingerà ancora e ancora. Ne percepisce il fascino celtico, studiatamente barbaro per allontanare le radici di buon borghese milanese, e allora rilancia. Ai commercianti promette che bloccherà l’aumento dell’Iva. Frena sull’Ilva smentendo Grillo. All’altare del governo ha già sacrificato molto, l’onta di diventare la stampella di Salvini sarebbe letale.

Per provare una mezz’ora di straniamento e ribaltamento dei ruoli, peró, il giovedì pomeriggio di Roma offriva anche un dibattito insolito. “Il primo dibattito pubblico tra Virginia Raggi e Beppe Sala”, organizzato a Palazzo Fiano in occasione del Festival dell’Energia. Il tema principale doveva essere la resilienza delle città, che diventa una chiacchierata a tema libero sulle due capitali: così lontane, sempre più lontane. Se il paese fa gli occhi a cuore alla coalizione del governo del cambiamento, e non degna il Pd neanche di uno sguardo, se non di compatimento, i due primi cittadini sembrano lo specchio rovesciato del paese. Sala è tanto sicuro di come funziona bene la sua Milano da essere generoso fino all’eccesso di misericordia multipartisan. Generoso coi predecessori – “sono vent’anni che a Milano si fanno cose buone” -, e generoso con la prima cittadina romana: “perché è chiaro che quando uno trova una città in salute, come è capitato a me, può davvero progettare il futuro”. Virginia Raggi non se lo fa dire due volte, e intesse un discorso su un futuro migliore che arriverà, e su un passato disastroso che non si riesce a far passare. Chiederete più soldi al governo, le chiede Maurizio Mannoni che conduce l’incontro? “Prima dei soldi sarebbe bello avere i poteri che servono per decidere e operare”. Sala annuisce, sornione.

I poteri, già. Ma anche i soldi male non farebbero. Allontanandosi dal centro i cumuli di monnezza si fanno più alti, e l’aumentare delle temperature non aiuta. Anche per raccogliere l’immondizia servono soldi, e più di qualcuno. Virginia Raggi può sperare che arrivi un aiuto per Roma capitale, quell’aiuto negato dagli ultimi governi? Il rapporto umano consolidato tra Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e l’entourage di quest’ultimo, il cerchio magico di Vincenzo Spadafora e Rocco Casalino, potrebbe far ben sperare la sindaca. Difficile immaginare che Salvini, però, ceda volentieri anche solo un punto di Irpef per rallentare il declino di Roma. Che non sarà più ladrona, per carità, però non è che i leghisti son diventati tutti pirla di colpo.

Il punto di equilibrio di tutto passa naturalmente per Palazzo Chigi. No, non Giuseppe Conte, ma Giancarlo Giorgetti. È quello che ha tessuto. È che quello che si era rassegnato a veder finire tutto. È quello, si dice, che ha rimesso il treno in carreggiata quando il binario sembrava morto del tutto, e anche Sergio Mattarella non sapeva più che pesci prendere. Come è successo? Si parla addirittura di un’interlocuzione diretta con Mario Draghi. Più probabile che certi messaggi siano arrivati mediati ma chiari, considerando i rapporti solidi che legano il sottosegretario ad alcuni potenti italiani che ai mercati sono attenti per mestiere, come ad esempio il presidente di Cariplo Giuseppe Guzzetti. Non intelligenza con il nemico, no, ma intelligenza di come va il mondo, unita a una passione per il lavoro senza averne ritorni di visibilità che in questo governo è merce rara. Sembra anche l’unico cosciente che l’opportunità è grande, per i nuovi governanti del cambiamento, ma i rischi lo sono sempre di più. A tutti ha ricordato che Renzi aveva il 40 per cento pochi anni fa, e come è finita la vicenda lo sappiamo tutti.

A proposito:

E il Pd?
Era una battuta. Perdonatemela.

 

 

TAG: Conte, di maio, Giorgetti, raggi, Roma, Sala, salvini
CAT: Governo

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