La scuola del feudalesimo e il preside-gabelloto

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21 Marzo 2015

Il governo ha scelto: il cardine della “Buona-Scuola” è il Preside onnipotente, che sceglie personalmente i docenti (e perché non anche il personale ATA?) da un Albo regionale di “idonei”! Il Collegio dei Docenti sfuma nel limbo della “consultabilità”, e si delinea il profilo di una scuola che neppure durante il fascismo aveva quest’asse autoritario e gerarchico che annienta i principi costituzionali della libertà dell’insegnamento e dell’assunzione nella pubblica amministrazione esclusivamente per pubblico concorso. Ora il concorso si farà soltanto per entrare nell’”Albo”, il catalogo da cui ogni preside sceglierà la “sua squadra” (testuali parole di Renzi!), i valvassori e i valvassini di una piramide feudale 2.0 come se la scuola fosse un qualunque reparto aziendale e non la “comunità educante” in cui si forma il futuro del Paese, nell’orizzonte democratico delle libertà sancite dalla Costituzione.

Mai nessuno aveva umiliato così profondamente i docenti italiani: ridotti a scodinzolare davanti ai presidi per mendicare un’assunzione, di cui essere, naturalmente, grati per tutta la vita, riscattata con anni di sottomissione, di obbedienza cieca e adulatoria, con la schiena piegata nell’omaggio al “superiore”, esecutori muti di un progetto educativo che non possono contribuire a elaborare, perché è impossibile pensare ed agire da educatori senza libertà. Anche per il bonus economico che premierà il “merito” del 5% dei docenti di ogni scuola il Preside terrà in mano lo scettro del comando. E per l’organico funzionale, il numero degli alunni per classe, le materie integrative da introdurre, l’offerta formativa. E quant’altro.

Le condizioni dello stato giuridico dei docenti (storica battaglia costata uno sciopero generale di tutti i lavoratori italiani all’inizio degli anni ’70) vengono di fatto decontrattualizzate, sottratte con un gioco delle tre carte legislativo alla contrattazione sindacale, e figuriamoci che fine faranno le RSU, gli organi collegiali (per questi addirittura è prevista la delega al Governo) e tutti gli organismi di partecipazione democratica che hanno fatto della scuola pubblica in questi anni, con tutti i suoi limiti e difetti, un luogo di formazione alla cittadinanza per milioni di studenti.

I ragazzi 2.0 di Renzi avranno come educatori ed esempi di vita un esercito di “Fantozzi”, in fila per due nelle anticamere delle Presidenze, proni e tremanti nel cuore, privati della dignità di un pensiero autonomo, se occorre divergente, nei confronti delle decisioni da prendere nella scuola di tutti. E chi ce lo assicura, poi, che nei territori in cui domina la violenza e l’intimidazione della criminalità organizzata, (ormai la maggioranza delle regioni, sia al sud che al nord), le scelte dei docenti non saranno imposte e condizionate dalle cosche e dai clan?

Una nuova fetta di mercato del potere, sottratta alla garanzia della certezza del diritto fatta di concorsi, di graduatorie e di procedure regolate dalla legge e consegnata alla discrezionalità degli “amici degli amici”, che potranno tenere in pugno, con i docenti, l’alternativa vivente alla legge della sottomissione culturale sulla quale fondano il loro dominio?

Nelle campagne della Sicilia, fino all’ultimo dopoguerra, il potere mafioso era gestito dai gabelloti, mediatori che affittavano i latifondi assicurando ai proprietari una rendita sicura in cambio di “pieni poteri” nella gestione dei rapporti di lavoro, dell’ordine pubblico nelle campagne e nei paesi. E lo facevano rispettare, spremendo a sangue i contadini e i braccianti e schiacciando la dignità con la prepotenza e l’intimidazione.

Uno dei “riti simbolici” del potere dei gabelloti era il reclutamento dei braccianti, sulle piazze dei paesi, al tempo della mietitura. Davanti a quegli uomini che trattenevano il fiato, a testa bassa, il gabelloto scieglieva: “Tu sì, e tu no!” E per i rifiutati era la rovina e la miseria, per loro e le loro famiglie. E l’umiliazione della loro dignità, calpestata per dare il segnale a chi avesse pensato di non sottomettersi, di potere alzare la testa.

Non si poteva guardare negli occhi il potere, non si poteva essere uomini liberi, davanti al gabelloto, ma solo ringraziare per la “grazia” di potere lavorare. E “baciare le mani”! Così si diceva. Ed era molto più di una metafora. Sarà così per i professori italiani? Il Parlamento lo permetterà? E loro, i professori, dove sono?

TAG: buonascuola, Matteo Renzi, partito democratico, presidi
CAT: Governo

2 Commenti

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  1. andrea.gilardoni 6 anni fa

    Non è detto che la scelta del docente da parte del preside debba essere considerata un’umiliazione. Il problema potrebbe essere serio per il preside, invece. Potremmo aggiungere come clausola: se sceglie docenti scadenti per via clientelare rischia il posto, anzi lo perde. Il controllo da parte di studenti e famiglie, e la valutazione dei docenti (che dovrebbe essere indipendente) potrebbero contribuire a migliorare anche il livello dei presidi (che non sono a priori dei gran selezionatori di personale).
    Ma ammettiamo per un momento che un preside abbia bisogno di un docente con competenze particolari (per esempio, la conoscenza della lingua inglese a livello C2) per un progetto CLIL in fisica. Perché non poter scegliere, tra gli abilitati, proprio i docenti dotati di questa competenza (certificata)?
    Aggiungo solo che, attualmente, possono già farlo, vincolando alcune cattedre e che in alcune scuole tedesche statali in cui sono stato funziona proprio così. Evidentemente il problema non è la scelta dei docenti, ma dei presidi.

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    1. mario-bosso 6 anni fa

      Caro Andrea in questo paese non rischia il posto neppure quello preso con le mani nella marmellata, credi che lo possa perdere uno che sceglie un’altro non all’altezza? La tua osservazione è giustissima e anche quello che scrivi lo è, l’unico problema che ci sono troppi se… Lasciamo perdere il confronto con le scuole tedesche o i tedeschi in generale, in Germania si dimettono i ministri perché scoperti ad aver fatto un copia/incolla di 10 righe nella propria tesi di laurea.

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