C’è chi dice NO … e sta con Fusaro

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15 Agosto 2017

Nella società in cui viviamo, ciò che accade è presentato come naturale, la retorica del potere fa apparire come inevitabile lo status quo.

Tassazione alle stelle? “È l’Europa che ce lo chiede!”.

Riduzione dei diritti dei lavoratori, dopo anni di conquiste sindacali che avevano fatto di “pane e lavoro” un grido di lotta e di Giuseppe Di Vittorio un simbolo? “È il jobs act, la riforma del lavoro!” .

Destabilizzazione del sistema scolastico in nome di tecnicismi pseudopedagogici nobilitati con roboanti espressioni anglofone (cooperative learning, tutoring, flipped classroom …)? “È la buona scuola, la riforma dell’istruzione!”.

Ci sono, però, due diritti inalienabili che ogni cittadino mediamente istruito dovrebbe esercitare: il diritto al sospetto e quello al dissenso.

“Sospettare”, deriva dal latino sub – spicere e, in senso etimologico, vuol dire “guardare sotto”, scoprire che cosa c’è sotto la superficie delle cose, togliere la maschera a ciò che appare e avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome: in una parola, diventare “apoti”, come ebbe a dire Prezzolini: saper distinguere le menzogne e non “bersele” tutte!

Al concetto del “dissentire” Diego Fusaro ha dedicato un saggio, Pensare altrimenti. L’atto del dissenso, nota l’autore, è principalmente un moto dell’animo, un’emozione, prima che un concetto; è la percezione che le cose potrebbero essere diverse da come sono, che esiste la possibilità di un’alternativa e che vale la pena immaginarla e darsi da fare per realizzarla.

Certo non è un’impresa semplice, il rischio di sentirsi come Don Chisciotte che lotta contro i mulini a vento, è forte. La voce rimbalzante del potere, che tocca le corde più basse del comune sentire, si insinua nelle coscienze, genera il consenso e ghettizza il dissenso.

Si comincia – come è accaduto – una campagna contro il pubblico impiego, si diffondono, attraverso i social e la stampa compiacente, immagini di qualche pur colpevole dipendente pubblico che in mutande timbra il cartellino e poi non va a lavorare, si generalizza l’esempio e si arriva facilmente a invocare lo stato emergenziale del pubblico impiego, per montare un flusso di opinioni diretto contro gli impiegati pubblici, che immediatamente diventano gli unici esemplari di un malcostume solo italico e causa principale del dissesto delle finanze dello Stato. L’indottrinamento dà presto i suoi frutti: il dipendente pubblico è un mangiapane a tradimento, un peso sociale, un lavativo che pesa sulle spalle dei contribuenti, un mantenuto!

Ne derivano l’urgenza dei licenziamenti e la drastica riduzione/rimozione di diritti, i tagli del personale.

Così lo Stato, invece di impedire, con provvedimenti mirati, che si verifichino anomalie nella condotta dei dipendenti, approfitta surrettiziamente – strumentalizzando i casi eclatanti – per attuare, attraverso interventi generalizzati, una politica vessatoria di matrice americana e condivisa dall’Europa, al solo scopo di colpire i lavoratori.

Si tratta di un fenomeno iniziato con il “jobs act”, proseguito con l’attuazione della “Buona Scuola” ed ora esteso indiscriminatamente a danno di tutti i lavoratori.

Insomma, l’obiettivo è colpire il lavoro in sé piuttosto che risolvere i singoli – spesso gravi – problemi, tuttavia imputabili esclusivamente alla responsabilità  personale di alcuni individui.

Va, dunque, accolto con attenzione il monito di Fusaro: capire bene la realtà, “pensando altrimenti”.

E, in particolare, nel magma indistinto della  ostilità collettiva contro i dipendenti statali – artatamente scatenata – nessuno fa caso al fatto che sono impiegati pubblici i medici che ci curano e da cui dipende la nostra salute, gli insegnanti che educano le giovani menti e su cui si regge un sistema di valori che troppo spesso si dà per scontato: i buoni sentimenti, invece, si imparano anche a scuola e una società che non valorizza gli insegnanti è una società peggiore.

Fusaro cita Gramsci: lo Stato quando vuole iniziare un’azione poco popolare crea preventivamente l’opinione pubblica adeguata.

Ancora: se l’economia è in crisi e va aiutata si dichiara, per esempio, che la scuola italiana è arretrata, va “rottamata”, i docenti sono fermi a vecchi sistemi educativi, ormai inadeguati per ragazzi che hanno innumerevoli e più veloci fonti di informazione. Come correre ai ripari? Semplicissimo: basta inventare nuove didattiche laboratoriali e digitali che determinino l’acquisto di nuove tecnologie informatiche da parte delle scuole e rendano urgente e obbligatoria la formazione dei docenti che – va sottolineato – arricchirà un sottobosco di figure gravitanti intorno al mondo-scuola (formatori, esperti, tutor, enti erogatori di certificazioni) ma del tutto estranee ad esso. La scuola diventa, così, il magico volano dell’economia italiana!

E se qualcuno sospetta o dissente, resta vox clamantis in deserto. I più, infatti, accettano come indiscutibilmente vero ciò che il potere vuol far credere. Perché? Le risposte potrebbero essere numerose, osserva ancora Fusaro: per consuetudine a dire di sì a chi governa; per convenienza: spesso il consenso, infatti, è fonte di vantaggi; si pensi al sistema scolastico così come è stato congegnato dalla legge 107/2015, la “Buona Scuola”: chi si fa animatore delle nuove didattiche palingenetiche ottiene bonus premiali anche piuttosto consistenti, con cui arrotonda il misero stipendio da docente; chi, invece, resta fedele al mandato culturale in cui ha sempre creduto e non intende barattarlo con effimeri privilegi, è biecamente guardato come conservatore e antiprogressista e se insegna bene, non importa a nessuno.

Certo, si può essere scettici sul Fusaro-pensiero; si può considerare Fusaro un ingenuo ragazzotto in cerca di visibilità, anacronisticamente ancorato alla tradizione (anche se, a ben guardare, la sua campagna a favore del recupero di pensatori come Marx e Hegel non fa una piega: è, infatti, possibile capire qualcosa del presente ignorando il passato?). Si potrebbe obiettare, poi, che Fusaro non ha inventato niente di nuovo. È vero, prima di lui molti hanno inneggiato al valore della disubbidienza: Antigone è morta per difendere la propria coscienza; Thoreau, Camus e Gandhi hanno dimostrato che – per dirla con Don Milani – l’obbedienza non è più una virtù se ti costringe a calpestare la dignità umana.

Tuttavia c’è una cosa che in Pensare altrimenti ha davvero pregnanza e non è la denuncia degli arcana imperii che soggiogano masse anestetizzate. La proposta forte e appassionata che viene da questo saggio consiste nell’invito ad abitare poeticamente il mondo. In una realtà ideologicamente globalizzata, allineata, cioè, al pensiero unico neoliberista e colonizzata dalle logiche produttivistiche, secondo cui i valori li stabilisce il mercato, un’alternativa potrà esserci solo se si lascia spazio al sogno, all’ideale. E questo potrà avvenire a patto che si difenda la forza demiurgica dell’arte e della letteratura, le sole fonti di energia intellettuale sempre rinnovabile, capace di sfatare il mito che questo sia “il migliore dei mondi possibili”.

Franco Fortini scriveva: tutto è tremendo ma non ancora irrimediabile.

Sta a noi trovare il coraggio di dire no.

 

TAG: Lavoro, libri, politica, scuola
CAT: Governo, Letteratura, Partiti e politici

13 Commenti

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  1. marco-baudino 3 anni fa

    Grazie Teresa. Ottimo quanto scrive. Firmato da uno che, nel suo settore (diciamo che opero in un ambito di economia alternativa circolare), sta dicendo no, proviamo a fare altro, per un Mondo diverso, per lo meno migliore!

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  2. mimmolimmo 3 anni fa

    Quello che mi sorprende ancora e’ che analisi di questo tipo, che trovo di assoluto buon senso, circolano dagli anni 90, periodo di privatizzazioni selvagge e grande ressa nel distruggere i diritti dei lavoratori acquisiti fino a quel momento (liquidazione, pensione retributiva, contratto di lavoro di fatto interinale). Ricordo a proposito che le più grandi campagne di privatizzazione si ebbero a seguito della crisi dell’ECU con relativa propaganda accessoria per far digerire la pillola, assieme arrivarono grandi contro-riforme nei settori del lavoro, delle pensioni ed anche dell’istruzione se si ricorda l’introduzione del numero chiuso alle università proprio in quegli anni. Gli argomenti che snidavano le analisi farlocche che giustificarono quelle scelte scellerate sono gli stessi oggi usati per il jobs act (semplice corollario alla riforma Treu-Biagi e la buona Scuola…).
    Dunque argomenti già sentiti anche quelli sulla apertura mentale e forma mentis alternativa etc… Mi chiedo quanto siano effettivamente ficcanti nella popolazione, cioè che presa abbiano visto che in tanti anni non mi pare abbiano fatto molta presa nell’opinione pubblica.

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  3. latomm 3 anni fa

    Sto leggendo il libro di Fusaro che almeno finora mi rende un po’ perplessa.
    Mi sembra che il discorso si centri sul dissenso verso un potere o parti/manifestazioni di esso con l’intento di modificarlo a fini politico-sociali. Ma questo dissenso, nella realtà contemporanea, si trasforma in una contestazione/lamentazione/condanna generalizzata, condotta collettivamente secondo moduli già consolidati (anticapitalismo, antiglobalismo, antielitismo, antivaccinismo, ecc) creando praticamente un’altra massa che lungi dal « pensare altrimenti », non pensa proprio, ma si trasferisce semplicemente da un pensare precostituito da una parte sociale a un pensare altrettanto precostituito di un’altra parte sociale, restando dunque ancora omologata a un universo che la circonda. Insomma si avrebbe non un ‘pensare altrimenti’ ma un ‘collocarsi altrimenti’ e nulla più.
    Ma anche se andiamo indietro nel mondo pre-internet in cui tutto viaggiava più lentamente, io non credo che tutti i comunisti che sono fioriti al seguito di Marx ‘pensassero altrimenti’. Marx aveva pensato e gli altri avevano bevuto le sue parole. Il che è divesro dal pensara autonomamente.
    Personalmente ho avuto un tragitto diverso. A 13 anni mi sono staccata dalla chiesa perché niente di ciò che mi veniva spiegato, in lunghe discussioni con sacerdoti che si occupavano dei giovani, mi convinceva più. Da allora il mio motto è stato ‘setacciare’. Controllare idee, notizie, pensieri e scegliere cosa tenere e cosa gettare. Lo ho fatto per tutta la vita. Ma ero sempre io a scegliere, giudicare e decidere. E ho avuto una lunga vita anomala in tutti i sensi, ma non violenta o ribelle, solo tranquillamente unica, di cui sono molto fiera. Ma il sociale non è mai stato il mio primo fine anche se ho frequentato nella mia giovinezza, anche attivamente, movimenti e partiti, ma sempre sentendomene distaccata. Mai passione ma solo bisogno di conoscere e capire. Individualismo? Sì, ma credo che solo in questa forma di vita ci possa essere un quotidiano e continuo pensare autonomo. Diversamente ‘altrimenti’ finisce per signficare ‘contro’ il che non sempre equivale a libertà e autonomia.

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  4. marco-baudino 3 anni fa

    l’atomo grazie. Ho ordinato il libro e lo leggero’, ma spero che non sia solo una istigazione all’anti…tutto.
    Essere contro serve, se non altro per denunciare. Poi occorre essere pro il cambiamento. E qui serve l’appoggio e l’aiuto di tutti. L’individualismo non porta da nessuna parte.
    Ma prima di proseguire questo interessante confronto, mi faccia leggere il libro.
    A proposito, posso avere almeno il suo nome di battesimo?
    Saluti MB

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  5. marco-baudino 3 anni fa

    Atomo=Latomm….

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  6. latomm 3 anni fa

    Il nome di battesimo è Laura e non sono un atomo!! Scherzi a parte, vero che l’individualismo non porta da nessuna parte, ma la ‘comunità’ quando si muove è ben poco riflessiva e questo non mi piace. Le proposte per un cambiamento. Sì, ma come si fa? Le idee sono poche, gli oppositori che vogliono tutto e subito e che non capiscono che i cambiamenti sono lenti, sono tanti. In politica, come nella scienza i progressi si ottengono col processo del ‘trial and error’ , a meno che non si preferisca il metodo, più spiccio, della ghigliottina. Ma prima di parlare di ‘altrimenti’ bisognerebbe parlare del ‘pensare’ che non è un’attività così semplice e naturale. L’intelligenza non basta, bisogna coltivarla e allenarla come si fa con un talento musicale o qualsiasi altro talento. Le civiltà o comunità che si sono evolute e hanno progredito sono tutte passate per una ‘rivoluzione’ educativa della popolazione. La storia ce lo conferma.
    Cosa fare noi? Prima di tutto imparare a studiare, credo. Sarebbe un vero modo di ‘pensare altrimenti’ in questo caos di chiacchiere inutili. Ricambio i saluti.

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  7. marco-baudino 3 anni fa

    Il correttore automatico e’ maledetto, ma talvolta aiuta. D’altronde l’atomo da solo, unito agli altri compone l’universo…
    Battute, e metafore, a parte, sto seguendo un progetto, collaudato, con soluzioni di nuova economia circolare. Lì stiamo lavorando con il mio gruppo di lavoro. La Lolla di riso, Vipot e la MINI Digestione Anaerobica rappresentano i capisaldi di soluzioni che insieme, materia prima, prodotti innovativi, sistemi di recupero “naturale” di energia dalla materia organica di scarto in decomposizione creano un nuovo modo di fare. E ne sono i capisaldi portanti. Ne parleremo, se tutto va bene e se non ci censurano, molto presto, un giorno, a Ottobre, in Liguria… Seguiamoci… Intanto aspetto il libro di Fusaro, che ho ordinato e domani mi consegnano… A presto. Buona serata

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  8. latomm 3 anni fa

    La Lolla di riso, Vipot e la MINI Digestione Anaerobica….. molto probabilmente sono ottime iniziative ma, ahimè, molto lontane dalle mie conoscenze. Quanto al libro di Fusaro, acquistato, attratta dal titolo, di fretta in ebook, si è manifestato, man mano che avanzavo nella lettura, un coacervo di ripetizioni e di rimasticature di cose arcinote. Allora sono corsa a vedere, cosa che faccio normalmente prima dell’acquisto, chi era l’autore.
    E ho scoperto che il mio vivere all’estero mi aveva privata della conoscenza di questa nuova star italica, peraltro totalmente sconosciuta all’estero. Ho persino guardato su YouTube, con orrore, alcune di quelle pagliacciate televisive, che sono in Italia si osa presentare al pubblico, in cui il Nostro compariva. Allora ho capito in quale trabocchetto ero caduta. Il libro non vale una cicca, pomposo e inconsistente fatto ‘pour épater le bourgeois’. Potevo risparmiarmelo. Invece, alla fine, sono contenta di averlo letto; per abitudine leggo con estrema attenzione le cose che non condivido, infatti le idee in cui ci identifichiamo le riconosciamo subito, ci sono familiari, mentre quelle lontane da noi hanno bisogno di uno sforzo in più per esser sicuri di averle capite prima di, al caso, criticarle o rifiutarle.

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  9. latomm 3 anni fa

    Ho trovato diverse cose su Google e FB riguardo ai suoi prodotti. https://edisonpulse.edison.it/idee/progetto-integrato-di-nuova-economia-circolare. Complimenti.

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  10. marco-baudino 3 anni fa

    Cara Laura, sono a metà del libro di Fusaro e mi astengo per ora a esprimere un parere. E’ curioso che Latomm, riferendosi a lei, sia stato corretto in automatico con “l’atomo”, che sul libro esprime individualismo… Che coincidenza.
    Sono contento che abbia intanto approfondito le cose su cui lavoro. Cose che spero possano rappresentare una delle basi per una economia circolare alternativa, sostenibile, che quel sistema dominante additato da Fusaro non potrà contrastare. Se non altro per necessità, visto che l’economia attuale basata sul Petrolio sta mostrando tutti i suoi limiti. A presto… Domani dovrei terminare il libro…

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