Diario ( e delusione ) di un riformista convinto che ha votato Renzi

5 Gennaio 2015

Dicembre 2013 – Baciare il rospo

Dopo lotte terribili con me stesso  e anche con le persone a me molto vicine,  alla fine, alle primarie dell’8 dicembre 2013 avevo baciato il rospo e votato Renzi.

Diverse motivazioni. Alcune epidermiche: un senso di nausea per le ultime evoluzioni del Pd  (i 101, votare Bersani e ritrovarsi  Letta, le bizze di D’Alema), ma anche la percezione netta che quello di Cuperlo,  verso cui la mia simpatia umana e intellettuale è totale, fosse un tempo scaduto.

Sul piano psicologico ancora c’è stata la voglia di sconfiggere quel senso identitario di una sinistra masochista, quella voglia di chiudersi in una ridotta  di belli e perdenti, ossia di tafazzismo puro come si chiama da noi, mentre in Francia usciva e leggevo un pamphlet   Cette obscure envie de perdre à gauche di Jean-Philippe Domecq  (Denoël 2012). Questa oscura voglia di  perdere a sinistra: segno che il problema è avvertito come costitutivo dell’essere sinistra, anche al di là delle Alpi e nel mondo (Domecq analizzava anche la sconfitta di Al Gore per mano dell’ultrasinistra americana che gli aveva preferito un “verde” sapendo che non avrebbe vinto e che avrebbe fatto perdere Gore).  E già dalle prime battute appare il quadro concettuale, a noi più che noto,  in cui si muove l’indagine di Domecq.  «La sinistra non ama il potere. Non ama per nulla questa cosa: “il Potere” come essa solo lo sa pronunciare, e come non lo pronuncia  mai la destra … Detto in altro modo, la sinistra perde per colpa della sinistra… C’è sempre qualcosa, sempre una buona ragione di sinistra, di essere contro, la sinistra. Di preferire l’opposizione, l’ideale, l’impotenza».

E invece io voglio governare, perché solo governando si possono fare le riforme e cambiare il volto del Paese.

Si potrebbero aggiungere altre ragioni, evidenziate dallo stesso Renzi nel suo ispirato discorso nella tarda serata dell’8 dicembre. Che si possa essere  riformisti e non essere noiosi. Che si possa coniugare il buon senso del  padre di famiglia con le grandi idealità e il sogno. Che il  riformismo può avere  la  capacità di scaldare i cuori come l’estremismo più acceso. Che non è la fine della sinistra ma il cambio di un nucleo dirigente.

A me che sono qualcosa di meno di un militante a tempo pieno  ma qualcosa di più di un semplice e inerte iscritto al Pd non resta che vigilare al fine che la scelta operata non si tramuti in un passo falso. Vedremo le prossime mosse del nuovo segretario e lo talloneremo da presso. Altro non c’è da fare per adesso oltre ad augurargli tanta buona fortuna.

Tra Cuperlo e Renzi

Intellettualmente mi era immensamente vicino e “simpatico” Gianni Cuperlo. E avrei dovuto votare per lui, come tutti i miei in famiglia hanno fatto e anche molti amici e interlocutori sul web.  Stessa radice, stessi cibi intellettuali che in lui, triestino scelto, avevano anche un retrogusto di straordinaria nettezza ed eleganza. Ma, ahimè, Cuperlo m’era sembrato anche in ritardo rispetto alla nostra epoca “barbara” e tragicamente convulsa, che chiede rapidità e movimento. Ricordavo che il partito d’Azione, nel dopoguerra, aveva immensamente più ragione dei partiti di massa (DC e PCI), ma il contadino siciliano (come racconta Sciascia ne L’Antimonio) dopo che s’era spaccato la schiena nei campi o nelle miniere aveva bisogno di parole d’ordine e di mozione degli affetti semplici e forse un tantino pedestri: il ritratto di Stalin (Baffone) da venerare al posto di quello di san Giuseppe, la sezione del Partito a luogo della Chiesa, Togliatti che ha sempre ragione (e sempre ragione non aveva).

Se si va a studiare la storia del cristianesimo si scoprirà che gli gnostici erano elegantemente più “saputi” e più “cristiani” di quelli che poi vinsero e imposero il cristianesimo che noi oggi conosciamo. Perché? Perché a differenza degli gnostici i cattolici sapevano parlare alle masse con parole d’ordine nette e semplici, scevre da complicazioni intellettuali. Occorre stare attaccati al culo delle masse, sempre? Anche quando hanno torto? Non saprei dare una risposta su due piedi, dico soltanto che il solipsismo intellettuale è sterile e alla lunga anche vagamente ridicolo. Ecco, Cuperlo ad un certo punto m’è sembrato come Scipio Slataper o meglio come Stefan Zweig, l’autore austriaco del formidabile Il mondo di ieri. Ma il mondo di ieri è morto, e non “parla” più alle masse, e dunque opero  la mia scelta, che in un certo modo ammette la mia sconfitta intellettuale, perché io al mondo di ieri appartengo. Ho perso la partita e l’ho riconosciuto, votando Renzi.

#Lettastaisereno – Febbraio 2014

Ho appoggiato subito Renzi. Sul piano politico hanno agito alcune ragioni: la situazione di impasse in cui versava il governo Letta e con esso tutto il Paese; le ostinazioni di Napolitano a tenere il quadro politico congelato in larghe intese senza più sbocchi ideali; l’urgenza di dare un segnale forte all’intero Paese di volontà di cambiamento. C’era dalla parte di Renzi l’uso spregiudicato de l’esprit florentin come lo chiamano i francesi, quell’essere  lione e golpe come insegnava Machiavelli. In politica questi strattoni ci stanno, come ci stanno certe audacie nei corteggiamenti amorosi o certe scorrettezze in guerra per guadagnare terreno o sorprendere il nemico. Si tratta dopotutto di cogliere il kairos, il momento, di non farsi sconfiggere dal kronos, dal lento scorrere del tempo.

Ancora su questo piano precipuamente politico  mi hanno convinto – e scelgo solo un argomento – le intenzioni manifestate da Renzi contro un soggetto politico ormai per certi aspetti  totalmente retrivo come il Sindacato (se voi pensate alla CGIL io penso soprattutto alla CISL o ai sindacati autonomi) mentre giravano foto di Letta che alza la mano, come fa il giudice con il pugile vincitore, del sindacalista Bonanni, per me figura totalmente indigesta. La trentennale esperienza lavorativa personale mi ha portato a ritenere vera la proposizione,  che Renzi ha dichiarato di voler combattere, secondo la quale “per fare carriera occorre iscriversi al sindacato”,  e che la parola “merito” non faccia parte del vocabolario della  sinistra. Adesso, in un momento molto aspro della vita lavorativa di tutti, si tratta di vigilare al fine che non si butti anche il bambino dei diritti e delle tutele con l’acqua sporca del parassitismo sindacale sempre più chiuso in logiche di mediazione e conseguenti vantaggi castali dell’apparato sindacale stesso.  E’ un punto verso cui bisogna guardare con apprensione ma anche con speranza di cambiamento.

I primi tweet

Nella politica italiana le idee sono al lumicino ma gli “io” sono gonfi come dei palloni aerostatici. Il narcisismo di Civati è più devastante di quello di Renzi che si è dimostrato più gonfio di quello di Letta. Nel gioco astratto e geometrico, puramente spaziale, della sinistra e della destra, della sinistra della destra, della destra della sinistra, della sinistra della sinistra, del rilancio della svolta e della svolta del rilancio, si ordiscono le brevi strategie dell’attimo in attesa che una telecamera ci inquadri il ciuffo e mentre pensiamo alla formulazione del nostro piccolo tweet, o ci cambiamo d’abito per raggiungere le telecamere di “Porta a porta” o di “Otto e mezzo” … L’ultimo libro letto sarà il sussidiario di quinta (non c’è più tempo per la lettura e il raccoglimento, e tanto un aforisma da citare si coglie sempre a volo con una ricerca su google) e non c’è più tempo per scrivere, o per pensare, salvo il pezzullo sul proprio blog con ciò che ti detterà lo spin doctor e il suggeritore dello storytelling del momento. Sarà perché sento su di me l’ombra di mille tramonti (ideali, politici, estetici, intellettuali) sarà perché sono del “mondo di ieri”,  quando la politica era esulcerata ed elegante logomachia delle tendenze, urto di personalità, scontro di blocchi ideologici… Sarà per tutto questo, ma non capisco (più) la politica di oggi. Avrà avuto ragione Mordechai Richler quando diceva ne La versione di Barney che in Canada il più grosso problema (in una società sazia e pacificata) era la destinazione dei Canadian air, ma in un Paese socioculturalmente arretrato e per un 1/3 ridotto alla fame ci si potrebbe attendere qualcosa di più.

Gratteri

E comunque qualsiasi governo italiano va giudicato su almeno 2 emergenze nazionali: la lotta alla criminalità organizzata la quale governa ormai 4 regioni italiane e si appresta a governarne altre, e la lotta all’evasione fiscale. Il guaio è che con la prima lotta si perdono soldi – in alcune regioni gli stupefacenti determinano quella che Marx chiamava “l’accumulazione originaria del capitale”, liquidità che una volta acquisita i criminali riversano in altre regioni fungendo anche da erogatrice di credito agli imprenditori; un solo esempio di tali flussi: dalla Calabria alla Lombardia – e con la seconda se ne guadagnano. Un bravo governo è quello che riesce con i soldi della lotta all’evasione fiscale a finanziare la caduta di capitali derivanti dalle attività illecite. La scelta di fondo è se diventare sempre più uno stato condizionato dai narcos o di progredire verso le posizioni di un paese civile. In questa prospettiva mi ha sbalordito la mancata nomina di Gratteri a Ministro della Giustizia. Renzi l’aveva proposta e Napolitano l’aveva cassata per una norma non scritta, pare,  che vieta di nominare Guardasigilli un magistrato in servizio.

Estate 2014. Lucia Annunziata, più impaziente di me, scrive che Renzi è unfit.  Lo  difendo

Ma sei mesi non sono pochini per certificare se un governante è più o meno Unfit? Certo colpa di Renzi, ahilui, che aveva dato l’idea di giocarsi tutto nello sprint dei 100 gg. Resta comunque che Annunziata è esplosa adesso, dopo i passi falsi di Renzi sulla sceneggiata del gelato, sulla questione della scuola ( provvedimenti annunciati come rivoluzionari e poi rimandati alla chetichella su suggerimento di Napolitano) o sulle uscite grottesche di Poletti che prima parla di asticelle sulle pensioni d’oro e poi si rimangia tutto goffamente… ma covava da mesi. Ma poi: quanti si augurano in questo momento che salti Renzi? Quelli del tetto dei 240mila euro sicuramente; qualche migliaio di sindacalisti (visti con gli occhi in decenni di spola da Milano a Roma attovagliati dai “cesaretti” e dai “pompieri”) che svacanzano a Roma da decenni con distacchi infiniti; quelle migliaia di dirigenti della PA per i quali finisce la greppia della riassunzione con lucrosi contratti di consulenza che si aggiungono alla pensione (malcostume diffusissimo); quei magistrati per i quali finirà la pacchia del fuori ruolo; quelle centinaia di dirigenti Finmeccanica, Poste che stanno gemendo sotto la sferza della nuova dirigenza, ottima, voluta dal governo; quei consigli di amministrazione tagliati a colpi di accetta; i papaveri Rai costretti a dare meno consulenze a esterni per rientrare dai tagli governativi … Sono questi dolorosissimi interventi nel sottogoverno che hanno  determinato il cambio del sentiment e del mood e che hanno decretato  l’unfit? Penso proprio di sì. Una volta il governo Prodi venne tacitamente minacciato se non avesse riconfermato il vertice di un’Azienda autonoma occupato da un potentissimo sindacalista, figurarsi tutti questi piedi in faccia insopportabili del Pittibimbo. Non sono i grandi programmi politici che si temono nella piccola Italia, ma l’azzeramento delle piccole/grandi greppie. La Roma burocratica  è questa: “le carte magiche della dolce inanità burocratica… i tepori dell’amministrazione centrale… il temporalesco e pur diletto borbottio della Finanza… il santo riverbero della Corte dei Conti… ” di cui parlava Gadda nel Pasticciaccio; o l’incredibile carrozzone del CNEL che a dio piacendo sparirà con la riforma del Senato? Non sarà per questo che l’Italia non appare ma “è”  irriformabile?

Settembre  2014– Cernobbio –  Gli ultimi suggerimenti

Renzi  fa male a scavalcare l’alta burocrazia statale, ma anche l’élite del Paese, vedi la diserzione  spocchiosa e sprezzante del meeting di  Cernobbio. Se ci si può  legittimamente rifiutare di governare «con» l’establishment, arduo è farlo «senza», impossibile «contro».  Capisco che l’appello populista determini  in lui l’invincibile e  sirenusico  desiderio  di raccordarsi piuttosto che con la fredda testa dell’élite,  direttamente con la calda «pancia» del popolo, il quale per definizione pensa che le élite hanno torto: «il pesce puzza dalla testa» ama ripetere la casalinga di Voghera e l’omino al banco del mercato.  Ma ahimè è lo stesso popolo  «saggio» che non sapendo nulla di spore e di miceti e diffidando sempre e comunque del sapere di chi sa,  raccoglie  nel sottobosco le solite due specie di  funghetti  che conosce,  e quando si lancia nell’ignoto fungaceo muore avvelenato.

Ci può  anche stare la diffidenza verso un’alta burocrazia  vista come un mostro tentacolare e con occhi di brace pronta ad aprirti botole, a porgerti  polpette avvelenate e a stilettarti con la perfidia subdola delle Curie e delle Cancellerie. E non è una diffidenza mal riposta. Nell’Italia dei Misteri dei ministeri descritta da Augusto Frassineti  c’è questo ed altro.  Puoi, perciò,  pensare di ovviare ai «pugnali e veleni» delle Cancellerie nominando  la comandante dei Vigili Urbani del Comune di Firenze  a responsabile dell’ufficio legislativo di Palazzo Chigi,  e la direttrice regionale delle Imposte dirette della Toscana a capo dell’Agenzia delle entrate,  scegliendo fra persone note (e dunque fidate?), ma la selezione dell’élite  intuitu personae, per conoscenza personale, può anche sbattere sul difetto delle tue conoscenze: come fai a giudicare la bravura di molte  persone in diversi ambiti dell’Amministrazione solo con il «naso» e nulla sapendo delle loro scienze e tecniche? Puoi davvero  pensare di affidarti sempre alla fedeltà scambiandola per bravura? E così può accadere, come pare sia accaduto, che le leggi vengano scritte male e che il Presidente della Repubblica, il cui staff legislativo è super-rodaggiato ,  ti respinga il tutto e  con paterna persuasione  morale ti suggerisca di spacchettare questo o quel  decreto omnibus.

Uno dei migliori nostri Capi di Governo, Giovanni Giolitti, fu  un bravo  «tecnico»  dell’Amministrazione, oltre che un politico, seppe  cioè  instaurare con l’alta burocrazia un rapporto di proficua collaborazione e di reciproco riconoscimento con il conseguente  rafforzamento del   potere politico  tramite il suo naturale «braccio» esecutivo, quello amministrativo, nell’idea implicita che non basta cambiare il conducente perché la macchina vada secondo i  suoi voleri.  Ma Giolitti ebbe un tempo considerevole a sua disposizione, circa un quindicennio. Spesso infatti  manca il tempo per queste felici combinazioni, e perciò accade che il politico non sappia  nulla di amministrazione e gli amministratori  che sanno che lui non sa, lo aspettano  al varco, fedeli al motto «i politici passano, noi restiamo».

In Italia  è venuta  a mancare una élite amministrativa forte e  anche socialmente riconosciuta, quella che i francesi chiamano «noblesse d’État»  e che ha una tradizione risalente a molto prima della fondazione dell’ENA (Scuola di amministrazione),  ai tempi del Ministro di Luigi XIV  Colbert. Abbiamo clonato lo Stato italiano su quello francese, ma abbiamo rinunciato all’edificazione di una classe dirigente amministrativa stabile, ben selezionata e ben preparata,  fedele allo Stato più che ai  Governi, di modo che chiunque una volta entrato nella stanza dei bottoni possa dire, come Napoleone  « L’intendance suivra ». Da noi succede invece che  il politico spesso giunga «nudo alla meta» o che, quando entra  nella stanza dei bottoni,  scopra che non ci sono bottoni come diceva Nenni, perché avendo rinunciato l’Italia  a una élite statale istituzionale –  e ciò per diverse ragioni, non ultima per il fatto che la classe politica repubblicana soprattutto ha sempre voluto gli apparati deboli per meglio manovrare le clientele e i voti -, i veri bottoni del potere siano fuori dal Palazzo, nelle mani di piccole mafie e camarille ovvero degli «organigrammi informali» spesso costituiti  da poteri occulti (massonerie)  o impropri (sindacati) ma anche più modestamente da  piccole bande di faccendieri composte  da cricche parentali che si muovono sempre sottotraccia.

Nel recente passato il vero «marziano a Roma» Silvio Berlusconi, pensò bene, sbagliando, perché non solo non governò, ma anche  non amministrò,   di affidare  a ben noti plenipotenziari la noiosa incombenza  del sottogoverno (il vero potere, invece), i quali plenipotenziari a loro volta  si appoggiarono al loro milieu di origine:  il Vaticano,  il centro selezione classe dirigente «Circolo Aniene»,  il potente il sindacato cattolico della CISL e i cari corregionali di sempre, col risultato che a questi Tigellini si devono i due terzi degli apparatcik tuttora  in circolazione, compreso l’ex Presidente dell’Inps Mastrapasqua.

Renzi faccia invece  come Napoleone, il quale  dopotutto si rivolse all’apparato che c’era, avvalendosi perfino di quella «merda in una calza di seta» di Tayllerand, che gli tolse  tuttavia molte castagne dal fuoco. Visto che si è posto il termine più sensato dei mille giorni, provi a «staffarsi» come diceva la Moratti (al fine anche di essere adeguatamente «briffato» come suggeriva la Minetti), e cerchi di  ingaggiare con discorsi chiari e netti,  ma  con lo stilo nascosto  nella manica,  quel pugno di dirigenti bravi della PA, che pure ci sono  e spesso sono tenuti nascosti dai grandi papaveri. Tony Blair si avvalse di «delivery unit» create alla bisogna,  gruppi di lavoro affidatari  di dossier specifici e che egli escuteva personalmente ogni settimana. Bene sarebbe che tenesse  un filo diretto,  per orientarsi nello Stato , con il suo maggior conoscitore in Italia,  il giudice della Corte costituzionale Sabino Cassese, autore del libello dove c’è scritto tutto  ciò che occorre sapere   Lo Stato introvabile  (Donzelli, 1998) se vuole davvero  trovare lo Stato, non perdersi come Pollicino  in  quello «gliuommero» diabolico che è il Diritto Amministrativo,  portare a casa gli obiettivi e  salvare … la pelle.

Gennaio 2015 – La farsa del disegno di legge “salva Berlusconi”

Questo pasticcio di Renzi è inguardabile comunque venga spiegato. Era Berlusconi a dare le carte non lui. Ma ciò che disgusta è la langue de bois, il divario tra la falsità delle dichiarazioni (“ma vi pare che in un Paese di evasori fiscali dove ci sono in galera per reati tributari solo 100 soggetti noi si stia a inciuciare?”) e le varie manine e manone che manovrano alla vigilia di Natale con i decreti legislativi.   Non sappiamo dove girarci. Siamo al buio e all’addiaccio. Non abbiamo una classe politica.

Nota conclusiva e beffarda

Alla fine è stato un “pasticciaccio” gaddiano a svelarci l’uomo, tra testi di leggi scritti male e di nascosto, tra bugie e attacchi, ritirate e giustificazioni pedestri… Quanto a me, pensavo di avere a che fare con un esprit florentin di razza come lo chiamano i francesi, quello spirito tutto nostro, italiano,  di sapere dosare astuzia e forza e che loro, i francesi,  vedevano nel più florentin dei loro Presidenti, ossia Mitterand. Ma ciò che non sanno i francesi è che nell’esprit florentin c’è non solo lo spirito di Machiavelli ma anche quello di …  Calandrino.

(Ho raccolto qui sopra note private non edite e alcuni pezzi apparsi su blog e facebook)

 

TAG: Carlo Emilio Gadda, enrico letta, gianni cuperlo, Matteo Renzi, partito democratico, primarie, Riformismo
CAT: Governo, Partiti e politici

2 Commenti

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  1. deficit-spending 6 anni fa

    Un’articolessa che serve solo a cercare di placare il senso di inadeguatezza del suo autore. Di che pasta fosse fatto il fascistello fiorentino si vedeva già ai tempi delle prime primarie. Chi non ha saputo (o voluto) vederlo non ha scusanti.

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  2. andrea.gilardoni 6 anni fa

    Visto che la politica ci riserva questo, speriamo per il futuro. Starà a noi elettori andare alla ricerca del merito (ma se i politici rispecchiano la pancia del popolo, non facciamoci troppe illusioni). A me l’articolo non dispiace, invece.

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