I destini paralleli dei due ex alleati di governo

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30 Agosto 2019

Il Movimento 5 stelle pare aver completato una lunga traversata verso l’istituzionalizzazione, tramite una lenta trasformazione che ne ha mutato i connotati. La forza antisistema che conoscevamo ha accettato di redigere un programma politico con la forza sistematica per eccellenza, il PD. Giuseppe Conte sarà un Presidente del Consiglio non eletto dal popolo con funzioni piene e non un mero esecutore di un contratto. Questa traversata potrebbe essere iniziata cinque anni fa con la batosta alle elezioni Europee.

Nel 2014, Beppe Grillo si presentava con atteggiamenti radicali che fecero fuggire quella parte moderata che l’anno precedente aveva votato il Movimento alle elezioni politiche. A seguito, è emersa la dualità tra Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, il primo moderato, il secondo agitatore di folle. La morte di Gianroberto Casaleggio e il passaggio dinastico al figlio Davide pare aver consolidato il ruolo di Di Maio, in grado di trascinare lentamente il M5S su posizioni centriste, depurandolo dei contenuti meno accettabili, specialmente delle teorie antiscientifiche.

La presentazione della squadra di governo durante la campagna elettorale 2018 ha rappresentato l’apoteosi di questa nuova strategia. Squadra formata per lo più da tecnici, poco famosi e non portatori di idee di rottura, alcuni de quali provenienti dalla Link Campus University di Vincenzo Scotti, vecchia volpe democristiana. Nel 2018, Di Maio realizzò il capolavoro politico di dare un corso centrista ai pentastellati senza far fuggire i vecchi militanti dei vaffa-day. La pattuglia di governo si è però trovata di fronte una Lega capitanata da un leader radicale almeno quanto il Grillo delle origini, ma portatrice di Ministri spesso competenti e ragionevoli.

Così potrebbe essere nato il corto circuito tra i due ex alleati. La Lega si prefiggeva obiettivi precisi grazie ad una leadership popolana, un partito strutturato e personalità abituate a governare dislocate in alcuni ministeri chiave. Al contrario, il M5S assumeva una leadership moderata, contornata da figure poco competenti o grigi burocrati. Il successo leghista è sembrato però causarne il declino. Salvini, dopo aver gridato improperi all’Unione Europea e fatto occhiolini ad alleati incompatibili tra loro (Trump, Putin e il blocco di Visegrad), è stato scaricato da tutti. Putin è rimasto in silenzio nella vicenda dei soldi da Mosca, i paesi di Visegrad si sono compattati intorno alla figura di Ursula von der Leyen e infine Trump ha elogiato Conte su twitter. Inutile che Salvini ora ci parli di complotti, ha platealmente sfidato tutti, e ha perso.

Parallelamente, dotato di poco carisma, senza ideologie di riferimento e con poche idee di governo, il M5S ha seguito per inerzia il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte nel tentativo di accreditarsi presso i poteri classici, sia nazionali che internazionali. Conte è apparso come un politico di basso profilo fino a che non si è rivelato un abile ragno capace di tessere una tela in cui il partito che lo ha nominato è rimasto imbrigliato.

Oggi i pentastellati possono scegliere se continuare a navigare a vista, diventando costola di fatto al PD. Oppure, possono tentare di acquisire autonomia incalzando il PD sui temi economici più importanti, aiutati anche da un possibile nuovo corso europeo innescato dalla recessione tedesca. Insistere per riconsegnare allo stato un ruolo centrale nell’economia e nell’imprenditoria del paese, magari proponendo Mariana Mazzucato al Ministero di via XX Settembre, sarebbe sicuramente un ottimo inizio.

TAG: accordo m5s-pd, beppe grillo, Giuseppe Conte, Luigi Di Maio, matteo salvini
CAT: Governo, Partiti e politici

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