Matteo Renzi e la crisi di governo nel contesto internazionale

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17 Gennaio 2021

La crisi di governo appare agli italiani tanto lunare che molti commentatori non hanno saputo far altro che attribuirla alla megalomania di Matteo Renzi. Come se non vivessimo in un momento storico in cui gli stravolgimenti di Washington si ripercuotono sugli alleati. Le crisi di governo divampano in Olanda e Estonia, mentre Angela Merkel riprende saldamente il controllo del centrodestra tedesco. Movimenti troppo grandi per passare inosservati.

La caduta del falco liberista Mark Rutte, insieme a sovranisti come Donald Trump, il primo ministro estone Jüri Ratas e il candidato leader dei cristiano democratici tedeschi Friedrich Merz, appaiono movimenti complementari che potrebbero aprire nuovi scenari. La mossa renziana potrebbe concretizzare nel belpaese quel riallineamento verso la moderazione che osserviamo a livello internazionale. Tentativo di coinvolgere i moderati del centrodestra nella compagine governativa, facendo perdere peso specifico al M5S. L’azione di Renzi sarebbe quindi propedeutica alla nascita di un governo di solidarietà, presieduto da un riluttante Mario Draghi.

Renzi potrebbe mirare a stabilire un governo misto tra tecnico e politico volto a garantire un’efficiente spesa del recovery fund. Il leader di Italia Viva avrebbe ricercato il plauso internazionale, contestualmente agli strali di una popolazione colpita da un nuovo commissariamento della politica nostrana. Se così fosse, il senatore di Rignano avrebbe scommesso sul buon utilizzo delle risorse per placare la diffidenza degli italiani. Una scelta rischiosa effettuata da un politico spregiudicato che non ha niente da perdere,.

Ma, Matteo Renzi ha presto chiarito il suo disinteresse per Mario Draghi. Il suo obiettivo principale appare quello di eliminare Giuseppe Conte. Perché? Troppo facile rispondere con il narcisismo del fiorentino. La psicologia è sempre più influente nella politica italiana, ma Matteo Renzi è anche un freddo calcolatore. Giuseppe Conte ha sicuramente offuscato il senatore di Rignano, ma i loro spazi politici sono alternativi. Italia Viva si colloca nel centro liberale di berlusconiana memoria, che non può essere certo rappresentato dall’avvocato del popolo, il quale aspira a occupare antichi spazi morotei, pur senza avere la necessaria cultura politica.

L’incrinatura potrebbe essersi consumata sul metodo. Giuseppe Conte si è dimostrato poco malleabile, utilizzando la tecnica del compromesso per esaltare la sua ostinata determinazione. L’avvocato del popolo ha messo in difficoltà i partiti della coalizione, costretti a rispondere a basi che lamentano l’eccesso di compromesso rispetto ad agende altrui. Gli elettori di Italia Viva sono maggiormente spaesati, perché aderiscono al partito meno organico alla maggioranza.

Secondo questa tesi, la cacciata dell’avvocato del popolo, potrebbe essere orientata a ottenere un primo ministro più disponibile a lottizzare aree di influenza politica, ovvero capace di assegnare a Italia Viva un ruolo determinate, almeno in uno specifico settore. Dario Franceschini, Luigi Di Maio e Roberto Speranza rappresentano nomi più funzionali a questo progetto, perché abituati a ragionare in termini di spartizione del potere.

Resta infine l’ipotesi dell’intrigo internazionale, secondo la quale Giuseppe Conte potrebbe essersi eccessivamente compromesso con Donald Trump. L’avvocato del popolo potrebbe aver commesso qualche scorrettezza, non certo per affinità politiche, quanto per necessità di ottenere una legittimazione internazionale. La visita dell’ex procuratore generale degli Stati Uniti, William Barr, potrebbe essere stata realmente caratterizzata da una condiscendenza dei servizi segreti nostrani verso qualche azione di dubbia legittimità.

L’ipotesi potrebbe spiegare la reticenza di Giuseppe Conte a cedere la delega ai servizi segreti e a inasprire i toni contro il magnate newyorchese durante l’assalto a Capitol Hill, punti rimarcati proprio da Matteo Renzi. Il leader di Italia Viva potrebbe aver quindi tentato di eliminare un primo ministro percepito dalla Casa Bianca come troppo vicino al nemico. Un favore al nuovo inquilino di Washington, magari perpetrato con la concreta speranza di ottenere una nomina importante in ambito NATO.

La veemente reazione del PD nell’appoggiare l’attuale inquilino di Palazzo Chigi potrebbe far naufragare le velleità renziane. Non sorprendono le parole al vetriolo di Romano Prodi, tradizionalmente legato a Pechino, mentre appare sospetto il silenzio di Walter Veltroni, il più americano tra gli alti notabili del PD. La compattezza della maggioranza fa comunque credere che Matteo Renzi non avrebbe compreso l’abilità di riciclarsi propria di Giuseppe Conte, anche grazie alla sua la vacuità politica.

Non sappiamo come terminerà la crisi in corso. Al momento, il dato politico è che Matteo Renzi, utilizzando tutta la sua spregiudicatezza, ha tentato di incanalarsi nella nuova situazione internazionale per sparigliare le carte in Italia. Rischia così di far precipitare il paese verso nuove elezioni in piena pandemia solo per uscire dall’angolo in cui si è cacciato l’anno scorso, quando perpetuò lo strappo col PD, non comprendendo l’impossibilità di occupare un centro liberale di stampo Macroniano.

TAG: crisi di governo, Donald Trump, geopolitica, Giuseppe Conte, governo, italia viva, Joe Biden, m5s, Mark Rutte, Matteo Renzi, nato, Pd, politica, romano prodi, Walter Veltroni
CAT: Governo, Partiti e politici

Un commento

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  1. paolo-fusi 4 mesi fa

    Illuminante e condivisibile, grazie.

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