Le periferie d’Europa ci insegnano come fare musei sull’immigrazione

23 febbraio 2016

Se il museo vuole prosperare nel XXI secolo non può permettersi di essere solo un luogo di fuga dalla società. Deve stimolare, provocare e coinvolgere, oltre a offrire uno spazio per la contemplazione e la consolazione. Deve essere un luogo in cui condividere, un commonwealth delle idee.

Nicholas Serota, discorso al Leeum Samsung Museum of Art di Seoul, 2015

Che cosa rende un museo utile al proprio territorio? Può la categoria dell’utilità essere applicata ai musei? E come si misura? Il museo contemporaneo deve essere un’aula, un parco giochi o un servizio? Domande a cui risponde una vastissima letteratura. Ma qualche giorno fa, tornando a visitare il Mhic, Museu d’Història de la Immigració de Catalunya di Sant Adrià de Besòs, a una dozzina di fermate di metropolitana dal centro di Barcellona, mi chiedevo che cosa fa sì che in certi musei ci si senta protagonisti, in altri solo un numero, un visitatore in più. Che alcuni musei siano dei veri laboratori di civiltà, altri dei monumenti a se stessi. Che alcuni sappiano coagulare intorno a sé, e in modo duraturo, persone molto diverse, dal professore universitario all’ambulante, dal bambino all’anziano, altri no coltivino il proprio pubblico.

Ho provato a mettere in fila le risposte che mi sono data dopo tante visite a quel luogo, che considero uno dei musei delle migrazioni più interessanti in Europa, e dopo tante conversazioni con la sua direttrice.

Continuità dell’azione politica. Per il Mhic ha fatto certamente la differenza una volontà politica che, pur nei cambi di bandiera, non ha mai messo in discussione il senso del museo e la sua stessa esistenza.

Dimensione territoriale. Di fianco al museo, in contiguità visiva, ci sono gli orti urbani – curatissimi – coltivati dagli anziani di Sant Adrià, molti dei quali immigrati dal Sud della Spagna. E poi c’è la tessitura quotidiana con le scuole, le università, le aziende, i centri sociali, le compagnie teatrali, le onlus, le cooperative, le associazioni di migranti, i ristoratori, i commercianti, gli operatori sociali.

Identità e comunicazione. La comunicazione del Mhic, pur non sensazionale – il sito è aggiornato abbastanza raramente, si capisce che non è la preoccupazione principale – è coerente, sia graficamente che nei contenuti. C’è un’identità forte, e la si percepisce subito.

Gestione. Una direttrice che è lì dall’inizio e che non ha mai smesso di formarsi e di studiare. Accessibilità. Il museo deve essere accessibile a tutti, in senso fisico e in senso semantico. Nel caso del Mhic, fra l’altro, la direttrice è una persona sorda, dunque attenta all’accessibilità fisica e sensoriale del museo.

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Fare rete con gli altri attori dell’interculturalità. La città di Barcellona ha espresso, da oltre un decennio, una riflessione profonda, capillare, coordinata, che tocca tutti gli assessorati, con alcune intuizioni semplicemente geniali (la Xarxa Antirumors, progetto di lotta al pregiudizio, è senz’altro uno di questi, e andrebbe studiato da qualunque amministrazione comunale).

Inclusività. Il museo deve essere inclusivo, in ascolto, aperto al territorio, capace di uscire fuori dalle proprie mura, di rinunciare a un po’ di visibilità in favore di un po’ di dialogo, di sintonizzarsi sui tempi lunghi della partecipazione, e non su quelli concitati della programmazione. Il Mhic chiede ai cittadini di che cosa vuole che si parli, e costruisce le proprie mostre e i propri percorsi a partire dalle risposte.

Oggi di inclusività in ambito museale si parla tanto, in Europa, dove anche musei che non avevano esattamente la vocazione dell’inclusione si stanno interrogando su linguaggi, codici, dispositivi, alla luce di una società sempre più multiculturale e vulnerabile alla diversità. Questo comporta un ripensamento profondo della propria natura, e la promozione di nuove azioni. Eclatante il caso del Rijksmuseum di Amsterdam, che recentemente ha rivisto titoli e descrizioni di 220mila opere della propria collezione nell’ambito del progetto di “Adjustment of Colonial Terminology”, adeguandoli alle dizioni oggi considerate corrette e non offensive. Non è forma, è sostanza.

La riflessione parte dai musei etnografici (o “delle culture del mondo”), mentre tocca in modo meno evidente quelli di arte contemporanea – tranne casi illuminati, pensiamo alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino o alla GAMeC di Bergamo, per restare in Italia – ma è centrale per tutti, e dovrebbe essere consustanziale a quelli delle migrazioni.

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Dico “dovrebbe” perché i musei delle migrazioni sono il regno della diversità, dell’incontro fra culture e tradizioni differenti, della mescolanza. Non è sempre così, però: molti musei europei hanno ceduto alla tentazione della ricostruzione in costume, del “come eravamo”, dello stereotipo dell’emigrante italiano (o del russo, del polacco, dell’irlandese, etc.) con la valigia di cartone. Forse era un tropo consolatorio, prima che ricominciassimo a emigrare: oggi non consola più, anzi banalizza e irrita. I musei di Bremerhaven e Amburgo  indulgono qua e là a questo sentimento, buono per gli americani di origine europea alla ricerca del proprio heritage (che infatti costituiscono una parte rilevante del pubblico), ma assai meno interessante per la città di oggi, che preme alle porte e ha bisogno di spazi di partecipazione, identificazione e rappresentanza.

Il museo non è un servizio sociale: lo si è detto e ripetuto molte volte, in questa stagione di migrazioni di massa. Non deve fare assistenza ma educazione. Ma qual può essere dunque il ruolo dei musei delle migrazioni, oggi? Come possono, o forse devono, confrontarsi con la refugee crisis, con politiche europee a macchia di leopardo sempre più restrittive, con la fluidità delle normative? Che cosa è più importante, in questo momento storico: raccontare il passato, ospitare storie contemporanee, organizzare corsi, mettersi in rete con gli altri attori del territorio? Orientare? Ascoltare?

Ci sono, in Europa, alcuni – pochissimi, in verità – musei dell’immigrazione. Quello, molto noto, di Parigi, è nato dopo anni di vicende travagliate, e pur essendo stato molto criticato dagli attivisti e dalle associazioni di migranti sembra aver trovato un suo status quo basato sulla ricerca, sulla trasversalità dei saperi e sulla scelta dell’arte contemporanea come strumento prioritario di comunicazione. La collezione può sembrare deludente, ma certamente non lo è il calendario di seminari, conferenze, ateliers, iniziative. Il piccolo museo di Farum, a un’ora di treno da Copenhagen, è un luogo interessante, molto aperto a un territorio più che mai misto, ma assai periferico e statico: la sua agency, in particolare di fronte alle recenti prese di posizione danesi rispetto ai rifugiati, appare molto limitata. Molti progetti digitali sono fioriti negli anni, alcuni alla ricerca anche di una sede fisica: il Migration Museum Project http://migrationmuseum.org/ , centrato sull’immigrazione nel Regno Unito, è uno dei più attivi, e organizza mostre di grande qualità scientifica e di appeal anche per i non specialisti.
Il Mhic spicca in questo panorama come vero luogo di cittadinanza, capace, pur nella sua dimensione ridotta e nelle risorse minime, di generare cultura, di influenzare le politiche culturali della città, di ospitare voci diverse e a volta conflittuali in uno spirito di disponibilità totale – e non di facciata – al dialogo.

Collocato in un luogo anonimo e problematico, lungo la periferica che porta dalla città verso est, il museo nasce nel 2004 per volontà del sindaco di Sant Adrià de Besòs con lo scopo di raccontare la storia dell’emigrazione dal Sud del Paese verso la Catalogna. Il rischio di campanilismo e di territorialismo, in partenza, era grande. Il Mhic è articolato in quattro corpi collocati in un giardino un po’ incolto: non certo un luogo di delizie, piuttosto un “terzo paesaggio”  strappato alla crescita entropica delle periferie e consegnato a un progetto. Il corpo principale del museo, la Masia de Can Serra, è un edificio rurale ottocentesco di scarso pregio, ma sufficientemente ampio per ospitare mostre temporanee e laboratori educativi. Lungo il suo perimetro esterno, qualche anno fa è stata creata un’estensione che ripercorre la storia delle migrazioni a partire dalla preistoria e tratta i temi principali della mobilità umana: diversità, pregiudizio, cittadinanza, diritti. Le didascalie, in spagnolo, catalano e inglese, pongono sempre tre domande: è un modo semplice e intelligente di interpellare personalmente il visitatore. Si può toccare, annusare, spostare, aprire: è un museo molto visitato dalle scuole, e l’allestimento è ugualmente adatto ai ragazzi e agli adulti, senza mai essere infantile.

Un vagone del treno El Sevillano, che percorreva la tratta da Siviglia a Barcellona, è stato trasformato in luogo espositivo: ogni scompartimento racconta un aspetto diverso dell’emigrazione del XX secolo, insistendo sulle storie individuali.

Una sezione recintata da una semplice griglia metallica affronta il tema della frontiera, della limitazione, del confine come strumento artificiale ma determinante (frontiere fisiche, politiche, amministrative, immateriali).

La sezione più recente, l’Espai Migrar, la più ricca di strumenti digitali, parla di quello che succede dopo l’arrivo: il concetto di cittadinanza viene declinato nei temi della casa, del lavoro, del tempo libero, dello sport.

Si tratta di un museo relativamente povero, per sua conformazione spaziale anche piuttosto statico, localizzato in un luogo piuttosto squallido. Potrebbe restare muto. Invece, grazie alle intuizioni della sua direttrice, Imma Boj, è un luogo vivo e frequentatissimo, una vera piazza per i cittadini, di origine migrante e non, che ci si ritrovano, e che vi trovano uno spazio di interlocuzione sempre disponibile.

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Una programmazione di musica e di cinema – nel mese di luglio il programma si infittisce e diventa “La terrazza del Mhic” –  intervalla i workshop con i cittadini, spesso condotti con la collaborazione di artisti e ricercatori. Molti progetti partono dal confronto fra vecchi e i nuovi migranti, in una logica di incontro, ma anche di valorizzazione delle differenze.

La programmazione del museo rientra nel Programa BCN Interculturalitat, un’eccellenza a livello europeo grazie soprattutto alla capillarità della comunicazione, all’organicità del pensiero (dall’infanzia alla terza età, senza tralasciare le periferie, le seconde e terze generazioni, i diritti LGBT), alla penetrazione nelle maglie sia dell’amministrazione pubblica che della cittadinanza (biblioteche, scuole, centri anziani). In particolare, il Mhic progetta mostre itineranti che  vengono esposte, fra l’altro, all’Espai Avinyò, un centro per l’intercultura e la formazione linguistica dei migranti nel cuore del Barri Gòtic.
Bisogna imparare dalle periferie. Un piccolo museo laterale, ben pensato e ben gestito, può fare molto.

Ho chiesto a Imma Boj come conciliasse la sua personale visione politica di fronte a quanto succede nel Mediterraneo e nel resto d’Europa con la vocazione del museo, la sua tensione all’inclusione e alla presa in conto di tutti. Bisogna per forza essere neutrali? Come rinunciare a schierarsi? Mi ha risposto che il museo non deve schierarsi ma essere fedele al suo statuto  educativo, dare gli strumenti per capire, non le risposte; far emergere i pregiudizi, non risolverli: insomma, essere un luogo in cu farsi le domande giuste, non calare le risposte dall’alto.

TAG: arte, museo immigrazione barcellona
CAT: immigrazione

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