Ma il Pd ha intenzione di combattere la sua «guerra umanitaria»?

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1 Settembre 2015

Mettiamo che qualcuno tra noi sia un possibile elettore del Partito Democratico. Mettiamo che sia un giovane, per esempio, che vota per la prima volta. O una persona già formata, che non ha mai votato Pd ma che vede in Renzi un’opzione interessante. E che per convincersi della bontà della sua scelta, abbia necessità di capire una questione che è decisamente sopra tutte le altre: con quali idee il Partito Democratico intende affrontare la questione biblica dei migranti? In questo periodo, l’elettore (ancora virtuale), che però potrebbe spostare l’asse delle prossime elezioni, osserva l’Europa e nota che quasi ogni Paese sta predisponendo una sua offensiva, nell’accezione più militare del termine: «Attacco volto a sbaragliare il nemico».

Può apparire un paradosso della storia, ma le soluzioni che l’Europa sta identificando in questo momento per la risoluzione di un problema epocale sono sottili atti di guerra, come erigere un muro, chiudere le frontiere, cercare di contenere se non addirittura di respingere. È l’ossimoro di una “guerra umanitaria”. Queste risposte, che hanno poco se non nulla di strutturale e di progettuale, intendono rispondere in realtà a un’esigenza interna di “comprensibilità”, in cui le opinioni pubbliche di quei Paesi chiedono conto dei comportamenti ai rispettivi governi. Con una straordinaria piroetta politica, ad esempio, Angela Merkel è uscita dalla sua plumbea condizione superando Dublino con l’apertura ai siriani. Una mossa politica che le ha permesso di riguadagnare terreno sia nel confronto interno, dove stavano riemergendo rigurgiti nazisti, sia nel consesso europeo in cui tutti le hanno riconosciuto una notevole scelta di tempo politica.

L’Italia è ferma alla sua ormai certificata bontà. Non schioda da questa casella, non per una cattiva volontà, ma per evidenti carenze strutturali e progettuali. Qui è il Partito Democratico che deve muovere, è sostanzialmente l’unica formazione politica esistente, in senso storico e organizzativo. Per di più al governo. Il Movimento 5 Stelle, pur fortissimo, non ha l’onere della proposizione e su questa condizione semmai gioca la sua anti-partita. Il Partito Democratico mette in questo preciso ordine il suo agire in materia di migranti: prima l’accoglienza e dopo le regole. Prima l’accoglienza per un rispetto e una condivisione che vengono da molto lontano e che ne costituiscono l’ossatura etica, rifacendosi, come principi ispiratori, alla «Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo» del 1948.

In questo senso, c’è un problema di percezione da parte dei cittadini, ai quali se è del tutto chiaro che la formazione politica maggioritaria in Italia, che è anche anima del governo, non chiuderà mai le porte del Paese a questa immensa migrazione, non è invece per nulla trasparente l’idea di fondo che anima il presidente del Consiglio rispetto a questo immenso problema. Renzi ripete spesso il concetto durante i suoi comizi, lo urla perché tutti i Salvini intendano: «Perderemo tre voti, ma noi salviamo una vita!» È ovviamente un pensiero nobile, fors’anche una pre-condizione per un esponente di sinistra, ma rimane allo stadio di un abbraccio solidale tra eguali, tra persone che pensano allo stesso modo e che mai invertirebbero i concetti. In altri paesi d’Europa si stano chiedendo invece come rispondere allo smarrimento dei cittadini, delle popolazioni, altri governanti avvertono la necessità di offrire delle risposte, che in termini universali possono non piacere, che sotto il profilo umanitario paiono ciniche e che naturalmente sono fonte di grande discussione. Ma l’inazione no, non è più compresa nell’agenda continentale.
Si dice spesso che con l’onestà non si governa, che “solo” con l’onestà non si governa, l’esempio recente è quello di Marino che oppone alle polemiche il suo essere fuori dal malaffare. Certamente un punto a suo favore, ma non sufficiente. L’accoglienza, come l’onestà, non è più sufficiente, è una pre-condizione per un uomo o una donna di sinistra. E il tormento di un governante in questo momento è comprensibilissimo, perché qualunque cosa faccia, inevitabilmente toglierà particelle di bontà al suo agire. Ma, senza diventare per forza cattivi, in un mondo giusto quelle particelle si chiamano regole.

TAG: migranti, rifugiati
CAT: immigrazione

Un commento

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  1. irene 5 anni fa

    E’ vero, l’accoglienza è un prerequisito e, per governare l’evento dell’immigrazione, occorrono le regole. Ma, per fissare le regole, occorre avere un progetto ed una strategia per realizzarlo, esattamente ciò che manca al nostro Governo, sia per quello che, in materia,il Governo Renzi ha ereditato dalle politiche di Governi precedenti, sia per l’incosistenza culturale e l’improvvisazione con cui fin dall’inizio ha caratterizzato la gran parte della propria azione. Infatti la linea scelta dai Governi precedenti è stata in prima battuta quella di ostacolare l’accoglienza e poi, costretti dalla forza delle cose, quella di subire gli sbarchi senza di fatto identificare i migranti, applicando cinicamente l’italica arte di arrangiarsi. A fronte di questa eredità e dell’acuirsi della crisi migratoria, l’attuale Governo ha continuato a barcamenarsi con l’italica arte mentre alzava la voce in Europa per costringere gli altri ad assumere il problema e a non lasciare sola l’Italia. E’ ovvio che il tema deve essere posto in Europa, ma in Europa ci sono anche politici consumati, abbarbicati agli interessi nazionali ed a quelli delle lobbies, abilissimi nell’avvalersi di cavilli e nel praticare l’arte del rinvio: essi non se ne fanno niente né degli alti lai, né della rivendicazione dell’ eventuale nobiltà del DNA di chicchessia, né di posizioni che a parole sembrano ferme, ma che tutti sanno non essere scevre dalla captatio benevolentiae. Sarebbe stata – e continua ad essere- cosa bella e buona elaborare una proposta concreta fondata sui numeri, sull’analisi e sulla serie storica dei flussi migratori, sul censimento delle risorse dei Paesi dell’Unione e della stessa UE, sui vincoli posti dalla legislazione, nonché sull’analisi delle possibili relazioni con i Paesi di partenza dei migranti, riconoscendo finalmente le responsabilità dei Paesi europei che hanno sfruttato le persone e le ricchezze dell’Africa e del Medio-Oriente. Forse con un documento organico e coerente e non con strattonate ad intermittenza si sarebbe adesso più avanti. D’altra parte, anche per la politica nazionale non facciamo i conti con il medesimo difetto?

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