Perdere le radici

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20 Dicembre 2020

C’è un luogo, verso est, sperduto tra frammenti di architettura ottomana e asburgica, ampie pianure e grandi fiumi. Un posto come un altro, dove le vite scorrono lentamente, in una provincia abbastanza lontana dall’Occidente per non sentirsene parte, ma abbastanza vicina perché una buona fetta della popolazione sia andata a cercarvi giorni migliori.

Gli inverni sono freddi, con il gelo, la neve e l’odore del carbone, uscito dai camini, che ti si attacca al volto e non se ne va. Non se ne andava dal mio volto, quando andavo verso la scuola elementare a due passi da casa, fra gli ammassi di neve ai lati della strada e il ghiaccio dei marciapiedi che rendeva complicato ogni passo.

Le estati sono bollenti e vive, con le passeggiate serali sul brevissimo corso cittadino, ripetute un numero indefinito di volte, avanti e indietro, fino alla noia. Ricordo di aver percorso infinite volte quel tratto di strada, ora in un senso ora nell’altro. Ai lati qualche bar dove ancora oggi non è vietato fumare al chiuso, un parco con i busti degli eroi del socialismo e un memoriale per le vittime della guerra, il catasto austriaco, una scuola intitolata a un partigiano croato e un campo sportivo fatto di cemento. C’erano due campi da basket, dove giocavano i ragazzi grandi, perché i canestri erano troppo alti per noi bambini. Io avevo sette anni, una maglia del Fenerbahçe e alcuni amici. Giocavamo nel campo a fianco, dove c’erano due porte da pallamano che usavamo per improvvisare infinite partite di calcio sul cemento che mostrava ancora i segni della guerra, con dei buchi qua e là, memoria di granate cadute anni prima. A volte il pallone calciato basso colpiva questi buchi, prendendo traiettorie imprevedibili e spiazzando i portieri. Erano giornate lunghe e calde, scandite dai richiami alla preghiera del muezzin, dalle campane della chiesa cattolica e dagli sguardi torvi delle guardie di turno nella stazione di polizia di fronte al campo.

La strada del corso permetteva solo brevi passeggiate non perché finisse, ma perché oltre un certo punto i cittadini avevano deciso che la čaršija, la parte centrale delle città una volta ottomane, era finita e che non aveva senso andare oltre. La strada, invece, continuava il suo corso. Portava fuori città, sfiorava prima una chiesa cattolica e poi una ortodossa, un edificio austroungarico lasciato alla sua sorte, una scuola e trascinava le macchine verso la pianura. Ai lati si aprivano campi di grano, boschi, case e fattorie. Il territorio, da lì fino alla lontana Ungheria, non cambiava per chilometri e chilometri.

Poco fuori dalla città cambiava invece l’alfabeto in cui erano scritte le indicazioni stradali. I caratteri latini erano sostituiti da quelli cirillici, mentre nei cimiteri comparivano lapidi di forme diverse da quelle che vedevo nella mia cittadina. C’era qualche croce ortodossa, mentre qualche bandiera serba compariva ai lati della strada. Poi, a un certo punto, un’altra stradina usciva da quella principale e portava verso un villaggio con le bandiere croate, i caratteri latini e una chiesa con la croce cattolica.

La strada principale, che partiva dal corso cittadino, in appena venti chilometri, attraversava un territorio tutto uguale, che a ogni chilometro sembrava presentare un mondo, una bandiera e una religione diversa. Compariva qualche segno inquietante ogni tanto. Alcuni cartelli consigliavano di non discostarsi dalla strada, perché ai lati i campi e i boschi erano ancora minati: solo un altro segno, insieme al cambio dei caratteri alfabetici e alle bandiere, di ciò che era stata, non troppi anni prima, la linea del fronte di guerra. L’asfalto, però, non cambiava e la strada andava diritta: un’altra cittadina con le bandiere serbe, un altro villaggio con quelle croate, nel mezzo una moschea e poi un fiume.

La Sava scorre sempre fra due sponde scolorite, lasciando da questa parte la Bosnia-Erzegovina e dall’altra la Croazia. Ho navigato su quelle acque più volte, sulla piccola barca in legno dello zio di mia mamma. C’era un ponte e non lontano due posti di blocco della polizia, impegnata nel controllo dei passaporti. Lo vedevamo da ogni punto del fiume. Da lì passavano le macchine e gli autobus che andavano in Germania, verso l’Europa occidentale e verso quel mondo dipinto con tratti di meraviglia dai parenti emigrati che tornavano durante le vacanze.

Ci ero stato in Germania, ci ero nato, da profugo, ma la mia famiglia era tornata indietro nel 1996, quando quel ponte non c’era, distrutto in guerra. La Sava però continuava a scorrere: l’avevamo attraversata su un traghetto improvvisato. Io non potevo ricordarlo. Per me quel ponte era così ovvio che non riuscivo a immaginare che non fosse sempre esistito. Da piccolo lo guardavo e pensavo che non sarebbe stato male potere andare dall’altra parte e guardare oltre l’argine che vedevo dalla barca. Il mondo che pensavo esistesse oltre quello era frutto soltanto della mia immaginazione, fatto di strade di campagna ordinate, di case meravigliose e di luoghi di felicità.

Un giorno quel ponte l’ho attraversato, dopo un puntiglioso controllo dei passaporti blu con inserti gialli della mia famiglia e con un foglio che garantiva il viaggio verso l’Italia. Da quel momento quel mondo che era frutto della mia immaginazione ha cominciato a prendere forma davanti ai miei occhi. Ricordo la stessa pianura che avevo sempre visto che continuava oltre il confine, tagliata dall’autostrada per Zagabria; ricordo le nuvole e il grigio della Slovenia e il primo autogrill in Italia. Ricordo i primi giorni e quel mondo che non era bello come lo immaginavo, ma che era comunque migliore di quello da cui ero partito.

Era quello che lasciavo un mondo che si sarebbe piano piano sempre più allontanato da me. Nei primi anni tornavo per lunghe settimane in una casa in cui trovavo tante persone: cugini, zii, nonne e amici. Il ricordo rende senza dubbio ingannevoli queste immagini, ma, con gli anni, le lunghe settimane sono diventate sempre più brevi, fino a ridursi a giorni. E anche le persone che trovavo là erano sempre meno: chi non c’era più, chi era andato a Sarajevo, chi in Germania, chi in Turchia. E ogni volta mi sembrava che i giorni fossero sempre più brevi e che le persone fossero sempre meno. E ogni volta sentivo che quella città, che conosco a memoria nella mia mente, fosse sempre più estranea, sempre più lontana, sempre più a est, sempre più oltre un fiume senza un ponte o un traghetto improvvisato.

C’è ancora una signora, che vive oggi sola con il suo cane, in una casa vicina a un ospedale con il tetto in amianto e a una fortezza ottomana ristrutturata, che resta la mia unica radice in quella città e che continua a dare ancora un senso a quel campo in cemento, che oggi non ha più i buchi provocati dalle granate, e a quel corso dove le persone continuano a passeggiare avanti e indietro.

 

Foto: Camille Brodard / Unsplash.

 

TAG: Bosnia, emigrazione
CAT: immigrazione

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