LA VITA È CIÒ CHE ACCADE MENTRE SIAMO IMPEGNATI COL JOBS ACT

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4 Novembre 2014

Premetto che ritengo le battaglie sul lavoro sacrosante e ne ho assoluto rispetto. 
Specie quelle condotte da chi è costretto in vergognose condizioni di sicurezza (quasi due morti sul lavoro al giorno secondo le statistiche, cifra che aumenta includendo “lavoratori” non ufficialmente riconosciuti come tali – per esempio, l’agricoltore over 60 schiacciato dal trattore).

Oppure le battaglie di chi è consumato dalla fatica fisica, di chi è umiliato e abusato, di chi è escluso e dimenticato. 

Siamo in un’epoca complicata e sofferta poiché, vuoi per la crisi economica – “Niente soldi!”, “Rischio fallimento!” -, vuoi per il crollo del mercato del lavoro – “Non si assume!”, “Nessuno è indispensabile!” -, le tutele passano in secondo piano rispetto all’opportunità (o meno) di lavorare.

Tra gli oltre 22 milioni di occupati in Italia, forse tanti si ritengono fortunati e privilegiati perché un posto ce l’hanno (seppur, spesso, miseramente remunerato: oltre 10 milioni di italiani sono “poveri”, secondo l’Istat). 


Il clima sembra essere tornato quello descritto dal primo Fantozzi: “Ma allora mi han sempre preso per il culo! …Loro, il padronato, le multinazionali. Per vent’anni m’han fatto credere che mi facevano lavorare solo perché erano buoni!”.

In un tale contesto, i “padroni” sono “datori di lavoro” (cit.) che sentenziano: “Ringraziami, almeno, che ti faccio lavorare!”.

Ma quest’epoca è complicata e sofferta anche perché se una considerazione su argomenti di rilievo assoluto non asseconda a sufficienza il flusso ufficiale e binario di opinioni contrapposte, e anzi se ne discosta, viene abitualmente “congelata” da repliche automatiche, del tipo “ricalibrante” – “Il problema è un altro” – o del tipo “indignante” – “Stiamo a qui a parlare, mentre il Paese cade a pezzi”.

Perciò lo so di mio che un tentativo, diciamo “divergente”, di riflettere su una materia scottante come il lavoro, di questi tempi, d’istinto susciti reazioni fulminee e fulminanti: “Non sappiamo neppure se avremo una pensione”, “Siam tutti precari”, “Il posto fisso è un miraggio”, “Avercelo, un lavoro!”.

E lo scrivo da persona che si occupa di “lavoro” da anni. Non come politico, sindacalista, imprenditore o dipendente. Ma da consulente e formatore (sulla crescita umana e professionale). Per di più freelance. Cioè precario. 


Il “precariato”, però, me lo sono scelto anni fa. Perché allora, immaginando e progettando il mio personale percorso lavorativo, mi sono chiesto: “Se lavoro deve essere, se proprio non posso avere uno stipendio e basta, senza lavorare, allora che questo lavoro abbia un senso! E quel che devo imparare, almeno che mi prepari anche alla vita!”.

Dopodiché mi sono messo in cammino, con scarsa disponibilità finanziaria, nessuna “amicizia”, grande terrore dell’incertezza e svariate altre difficoltà (non è così per chiunque?). 


Tuttavia, oggi, sono una specie di testimonianza in carne o ossa (insieme a molti altri, per fortuna) che il lavoro potrebbe (dovrebbe?) avere anche qualità, per così dire, “elevate”.
Che può essere svolto con passione e senso etico e ispirato da valori e principi.

Chissà, magari la pensano allo stesso modo anche quei numerosi lavoratori italiani che lascerebbero il proprio posto entro l’anno: sarebbero l’84%, secondo il Kelly Global Workforce Index 2014. 
Che statistica deprimente! Dove sono finiti fedeltà e senso di appartenenza, la crescita e i percorsi di carriera?

Domandiamo(ci) quanta soddisfazione generano il lavoro (ci piace? Siamo motivati? Ci sentiamo “realizzati”?), i contenuti che esso veicola (sono di sostanza? Importanti? Arricchenti?), le attività (ripetitive? Stancanti? Pericolose?), le relazioni umane (autentiche? Nutrienti? Solide?), la remunerazione (adeguata? Regolare? Progressiva?) eccetera. 


Immagino che molti direbbero, frustrati, qualcosa del genere: “Non ci sto bene, ma mi tengo stretto questo lavoro, coi tempi che corrono!”.

L’urlo di protesta “Vogliamo più lavoro!” può creare confusione, soprattutto tra quei “capi” che ritengono di “farci un piacere” se ci fanno lavorare (purtroppo trovando conforto nei comportamenti di tanti che, nel chiedere “la raccomandazione”, implorano appunto il favore dal potente di turno).

Ma il lavoro è un diritto. Il lavoro è il centro della nostra società (la domanda basilare è: “Cosa fai nella vita?”). Nel lavoro definiamo la nostra identità (fino all’eccesso di riferirci alle persone per mezzo di metonimie: “Ha sposato un ingegnere”, “Il mio vicino di casa è un panettiere”, “Io sono un insegnante”).

Dunque, perché non dedicarci a nutrirlo di “vita”? Da anni una certa strategia organizzativa ha posto, specie nelle famose “mission” aziendali, “la persona al centro”. 


Le grandi multinazionali della consulenza (e relativi imitatori) suggeriscono che i “team” e la “collaborazione” (aspetti che implicano relazioni di valore tra esseri umani) fanno la differenza.

Trattasi di politiche (aziendali) “degli annunci” (o delle promesse), solitamente disattese nella pratica quotidiana, nella quale gli uffici deputati a occuparsi di “vita” fin dai nomi suscitano quantomeno perplessità: dalle “risorse umane”, che ci equiparano a quelle “tecniche” o “finanziarie”, all’impersonale “ufficio del personale”. 


Perché non considerare chi lavora semplicemente (rivoluzionariamente?) come “persone”?

Sia chiaro, provo un grande rispetto per il vissuto di sofferenza di chi il lavoro, appunto, non ce l’ha o teme di perderlo.
Ma comprendo anche che, nella stragrande maggioranza dei casi, la paura riguarda la perdita del reddito, non del lavoro.


Ecco, se assumessimo che il punto è questo: non il tipo di contratto, non il lavoro, ma il reddito? 
Fantastichiamo per un attimo di vivere in una società magica e giusta (!), in cui solo per il fatto di esistere ognuno di noi fin dalla nascita dispone di, poniamo, 2mila euro ogni mese. 


È una riflessione surreale che invito a fare chi partecipa ai miei workshop sul “lavoro che vorrei” (“che vorrò”).

Ma, se così fosse, non saremmo tutti più impegnati a creare le condizioni per un lavoro che ci gratifichi? Magari, per fare un esempio, ci sforzeremmo di più affinché le nostre azioni risultassero, davvero, utili per qualcuno? 


Forse la quantità (di denaro, di contratti firmati, di conoscenze, di collegamenti su Linkedin, di righe di curriculum) sarebbe meno importante della qualità (delle relazioni, delle emozioni, delle conseguenze generate, della vita)?

Dice l’articolo 4 della Costituzione italiana: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.

Sono in tanti, in Italia, ad avere scelto di adempiere a un proprio dovere costituzionale: contribuire al progresso, per sé e per gli altri. 

Mi riferisco a chi ha investito, spinto da ideali ambientalisti, con l’obiettivo di creare economie nel campo della “sostenibilità”, quando pochi ci credevano (i tempi sono cambiati: da qui al 2020, si possono creare in Europa fino a 20 milioni di posti di lavoro, secondo l’UE).

C’è chi, anche per motivi etici, l’ha fatto in agricoltura e nella produzione alimentare (dal “bio” al “km 0”, dai “prodotti tipici” all’ “equo e solidale”). 

Poi i giovani (e meno giovani) che, in anni bui per le politiche sociali, si impegnano per generare servizi sostitutivi del Welfare pubblico (in via di estinzione), con progetti imprenditoriali (aziende e cooperative) o professionali (freelance) per l’educazione, per la cura e la salute, per il benessere, per il recupero di luoghi e paesaggi, per l’arte e la cultura.
Una comunità, sensibile e creativa, di cui si registrano con orgoglio segni di forte vitalità un po’ lungo tutto lo Stivale. 

Incontrando queste persone, che hanno rivolto il proprio operato all’attenzione per altre persone, si respira un senso di coesione, un’unità di intenti, una convinzione di non essere soli. E soprattutto una visione del futuro e una sensibilità profonda per il senso della vita.

Quando penso al Jobs Act e alle battaglie sul lavoro dipendente non posso fare a meno di pensare anche che, contemporaneamente, ci sono migliaia di individui che hanno deciso – dando massima rilevanza alla vita – di trasformare una passione in lavoro o hanno reso il proprio lavoro appassionante.

Migliaia di professionisti che si sono “messi in proprio”, tuffandosi nell’oceano pericolosissimo della precarietà, con l’obiettivo dichiarato di costruire un mondo migliore. 


Questo è un tessuto sociale realmente esistente, che vive. E che rianima il nostro Paese.

In una “società magica e giusta”, il Jobs Act non sarebbe un vero e concreto (!) rinforzo di queste energie di vita?

TAG:
CAT: Imprenditori, Precari

8 Commenti

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    1. Alberto Robiati 6 anni fa

      Proprio così, Umberto. La questione terminologica è decisiva: le parole sono “indicatori di cultura”. La cultura definita da parole e significati che riporti tu è, ahinoi, passata, appartenente a un “mondo” (del lavoro) superato, e a un’epoca, quella industriale, che facciamo tanta fatica a lasciar andare…

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  1. Cesare Magro 6 anni fa

    Ciao Alberto, condivido profondamente le tue considerazioni. Le scelte della mia vita professionale che mi hanno portato da un posto di lavoro sicuro (in banca) alla libera professione e poi alla piccola impresa, lo testimoniano. E adesso un nuovo progetto per accompagnare i prossimi anni di lavoro rimettendosi di nuovo in gioco. Se dovessi dire cosa mi ha aiutato di più nei diversi passaggi di questa sfida al bisogno di sicurezza, citerei questo consiglio di un’amica: “lavora come se non avessi bisogno di soldi”. Come se, perché di soldi ne avevo bisogno eccome! Eppure questo è stato il “trucco” eliminare la paura (della povertà, dell’insuccesso, del “non essere allineato”) dall’azione di scelta. Scoprire che una scelta determinata dalla paura è spesso la peggiore che possiamo fare. Questo l’ho imparato, con fatica, ma l’ho imparato. Leggere il tua articolo mi ha fatto ricapitolare in un attimo questi ultimi 15 anni e mi ha reso ancora più consapevole del cammino fatto, non solo professionale ma umano. Grazie!

    PS: un giorno ho trovato una frase su un libro (credo di geografia politica) che dice: la sicurezza è la consolazione che il potere offre in cambio della sottomissione. L’ho imparata a memoria e me la sono ripetuta come un mantra ogni volta che il dubbio, sulle mie scelte di lavoro, si insinuava.

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    1. Alberto Robiati 6 anni fa

      Cesare, grazie davvero per questa tua testimonianza, che dimostra in effetti come certi condizionamenti ci impediscano spesso di “guidare” la nostra vita verso modi più leggeri, coinvolti, e dunque, forse, felici. Quello che racconti sembrerebbe proprio un percorso verso la felicità!

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  2. Gioia Guerzoni 6 anni fa

    Bravo! Traduco da 25 anni, e per me vivere così è “normale”. Paura e fatica, ma grande libertà e meraviglie quotidiane.

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    1. Alberto Robiati 6 anni fa

      Grazie Gioia. Libertà e meraviglie quotidiane… dovremmo tatuarci addosso parole come queste, per ricordarci di volta in volta il “perché” di certe scelte. Fa bene sapere di essere numerosi.

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  3. Caro Alberto, già, in una «società magica e giusta» non soltanto si tutelerebbero, ma addirittura si incentiverebbero le «energia di vita» di cui parli. Nella mia utopia – e nella mia ferma utopia di credere realizzabile l’utopia! – a impegnarsi in tal senso sarebbero sì gli uomini di potere e al potere, ma in primis i tanti noi comuni, quelli che decidono – sebbene secondo una scelta non del tutto libera – a chi spetterà il potere decisionale, nonché quelli – aspetto da non trascurarsi – che talvolta si trasformano nei nuovi potenti. In questa società reale non è infatti sempre e unicamente chi detiene onori e cariche a deprimere le energie vitali. Le «relazioni di valore tra esseri umani» devono essere promosse dall’alto – certo, questo è essenziale! –, ma anche il basso deve fare la sua parte. Quando l’alto lo decide. Quando l’alto lo diviene. Quando l’alto lo guarda col basso dal basso. Perché anche chi sta in basso finisce purtroppo talora col porre, anziché la persona, «l’individuo al centro». Preoccuparsi di sé è normale e giusto, ma preoccuparsi di sé ad altrui discapito no! Eppure, quanti sgomitano? Quanti pensano a mettere in buona luce se stessi e in cattiva luce i possibili concorrenti? Secondo una sorta di selezione naturale indotta tipo “A indebolirti ci penso io, quindi che sopravviva il più forte!”? Insomma, la possibilità di nascita di un Jobs act di «vero e concreto rinforzo» alle energie di vita dipende dall’esistenza o meno di un diffuso Ethic act alto-basso. «Alla base della democrazia moderna c’è una concezione individualistica per cui la società è fatta per l’individuo e non l’individuo per la società», dice Bobbio. Ebbene, se la società è al servizio dell’individuo, l’individuo può stare all’esclusivo servizio di sé? No di certo! Se l’individuo fa la società la società fa l’individuo! Pertanto, se l’individuo nel suo tentativo di corsa provoca la caduta degli altri individui, oltre che danneggiare la società danneggia se stesso. Si pensi alla semplificazione cinematografica della teoria economica del Premio Nobel John Nash, nel film A beautiful mind. A un certo punto John spiega ai suoi amici che puntare tutti alla ragazza più ambita, perseguendo ciascuno il proprio interesse, non è vantaggioso: quelli che non dovessero riuscire a conquistarla non potrebbero infatti più ripiegare sulle amiche di lei, di certo non contente di essere una seconda scelta. Puntare direttamente a queste garantirebbe invece a ognuno compagnia per la serata. Successo dato dall’agire nell’interesse proprio e del gruppo. Quindi, anziché gareggiare e ostacolarsi, cooperare! Ecco il First act che dovrebbe fare quel gruppo che è l’alto-basso!

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    1. Alberto Robiati 6 anni fa

      Davvero ottimi spunti di riflessione, Valentina. Grazie!

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