L’economia dell’algoritmo è già tra noi

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18 febbraio 2016

Michele Barbera è il CEO di SpazioDati, startup dietro Atoka. Questo post è sponsorizzato da:

spaziodati

 

 

Nel 2012, a Bratislava, l’allora vice-presidente della Commissione Europea Neelie Kroes definiva i dati “il nuovo petrolio dell’era digitale”. L’anno dopo, a Bruxelles, osservava: “Non c’è dubbio che siamo entrati nell’era dei Big Data”. Sono passati pochissimi anni da quelle dichiarazioni, e ormai è evidente a tutti che la Kroes aveva ragione. Chiamare i dati “il petrolio dell’era digitale” è diventato quasi un luogo comune. Ma mentre il petrolio potrebbe esaurirsi, prima o poi (o almeno così temono i teorici del “picco petrolifero”), la quantità di dati a nostra disposizione continua a crescere senza pause. Basti pensare che, secondo IBM, ogni giorno l’umanità produce 2,5 quintilioni di bytes di dati: una quantità di informazione così enorme da far venire il mal di testa solo a pensarci.

In ogni caso, il petrolio allo stato grezzo serve a poco: è soltanto una sgradevole emulsione di idrocarburi con acqua, sabbia ecc… Come nota in un editoriale per Forbes Peter Sondergaard, vice-presidente senior della Gartner, bisogna trasformare il greggio in carburante. In benzina, gasolio, cherosene e così via. Questo ha dei costi, e richiede un know-how non indifferente e delle tecnologie ad hoc. Lo stesso vale per i dati. In primo luogo, gran parte dell’informazione prodotta dagli esseri umani è destrutturata; secondo Phil Simon, autore del saggio “Too big to ignore – The business case for Big Data”, lo sarebbe addirittura l’80% dell’informazione mondiale.

Ad esempio, ciò che accomuna i romanzi fantasy di George R.R. Martin, i tweet di Nein., gli articoli pubblicati sulla Revista Mexicana de Ciencias Geológicas e i copioni di “Un posto al sole” è che sono tutti scritti in un linguaggio naturale (che può essere l’American English, il tedesco, l’español mexicano, l’italiano o il napoletano, non importa). Estrarre i dati da questi testi non è certo facile, ma è necessario, così come è necessario raffinare il greggio per poterlo utilizzare.

Ma avere i dati strutturati è solo un primo passo. Servono poi degli algoritmi in grado di usare questi dati per offrire un servizio utile alle persone. Ecco perché i media e gli imprenditori hi-tech americani parlano sempre di più della nascita di una Algorithm Economy, un’economia dell’algoritmo che potrebbe rivoluzionare il modo in cui facciamo… praticamente tutto. Già oggi alcune delle più influenti e ricche aziende del mondo sono espressione di questa nuova economia dell’algoritmo: ad esempio Google e Facebook.

In effetti il colosso di Mountain View deve il suo successo prima di tutto ai suoi algoritmi proprietari, a cominciare dal celebre PageRank. Il PageRank, chiamato così in onore del co-fondatore di Google Larry Page, “funziona contando il numero e la qualità dei link a una data pagina per determinare una rozza stima di quanto importante sia il sito web in questione. L’assunto alla base di ciò è che probabilmente i siti web più importanti riceveranno più link dagli altri siti”. E probabilmente è un segno dei tempi che testate come TIME e Slate abbiano dedicato lunghi articoli al leggendario algoritmo News Feed di Facebook (ma si è parlato anche di Twitter e altri).

Ma è solo l’inizio. La crescente automatizzazione di interi settori produttivi (a questo riguardo si legga il saggio “The Second Machine Age” di Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee) e il trionfo dell’Internet delle Cose spianeranno la strada all’economia dell’algoritmo. Il termine stesso, coniato dalle teste d’uovo della Gartner, sta diventando sempre più popolare anche a livello mainstream, in concomitanza con il crescente interesse delle multinazionali ICT per settori dell’hard economy come l’automotive o il retail. Pensiamo all’auto di Google che si guida da sola. Come nota Sondergaard nel suo editoriale, essa è possibile soltanto grazie all’algoritmo che “combina il software, i dati, i sensori e la struttura fisica in un vero salto in avanti nel settore dei trasporti”.

Nel suo piccolo, anche SpazioDati è una startup espressione dell’economia dell’algoritmo. Noi non ci accontentiamo di analizzare i dati, ma attraverso essi offriamo con Atoka un servizio di sales intelligence e lead generation per il B2B in Italia. Qualche tempo fa, in un editoriale per una rivista specializzata in business & ICT, paragonavo i dati ai mattoncini della Lego, che possono essere usati per costruire praticamente tutto, dai trenini alle riproduzioni in scala del Colosseo, fino a una vera e propria stampante braille low-cost. Ecco, negli anni a venire dovremo sempre di più vedere i dati come una piattaforma su cui dispiegare tutta la nostra creatività. Come? Ma attraverso gli algoritmi, of course :-)

 

Michele Barbera, autore dell’articolo, è il CEO di SpazioDati

TAG: algoritmi, atoka, big data, economia dell'algoritmo, innovazione, SpazioDati
CAT: Innovazione

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