Chi sei?

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17 ottobre 2017

Analizzata dal fior fiore della psicanalisi interstellare più blasonata, Facebook è la dimensione digitale speculare della realtà sociale in cui quotidianamente viviamo. È la metafora più fedele, calzante, nevrotizzante, snervante, demoralizzante e, a tratti, esilarante della società.

«Sì, vabbè. Hai detto l’ovvio. ‘Sta cosa già la sapevamo!».
E sì, avete ragione, il cappello introduttivo alla riflessione che vado pubblicando è banale, poco originale, senza un vero brio; tuttavia vuole porre l’attenzione su qualcosa di meno scontato, come il legame tra società e metafora, due concetti astratti.
Potremmo definire la società come una sorta di macro aggregazione incentrata su un sistema di valori che stabiliamo noi, esseri sociali, o ancora meglio, la maggioranza di noi esseri sociali. Non è la nostra essenza umana in gioco, l’indole esistenziale primigenia, ma la parvenza sociale artefatta, posticcia, lastricata di regole, regolucce e regoline, più o meno verificate, più o meno attendibili.

Una delle regole madri di Facebook, capillarmente infrante o bypassate, è l’imperativo di registrarsi sulla piattaforma con la propria identità: nome e cognome propri. L’utente è poi caldamente esortato a caricare un’immagine del profilo che permetta di identificarlo. Chissà se il premio in palio alla fine della fiera sia il timbro dell’Ufficio Anagrafe del Comune di appartenenza, o un altro cotillon a sorpresa.
Questa regola, udite udite, non è solamente promossa dal management Facebook, ma anche da una miriade di utenti, più realisti del re, in preda a incontrollabili deliri delatori.

Nel folto novero di questi zelanti astronauti del social space troveremo sempre il progressista. Quello che: «Ognuno è libero di seguire il proprio orientamento sessuale, come anche esprimere a pieno la propria identità sessuale. Trattasi di diritto civile e soprattutto umano».

«Che c’entra?» direte.
C’entra, invece. Perché, se la persona presente dietro un dispositivo informatico rientra nella categoria delle minoranze ufficiali in cerca di diritti che implichino l’affermazione della propria identità intima, tutto ok. Se sfortunatamente un individuo vuole essere presente sul social senza esporre l’immagine del suo volto, senza usare il suo nome, ma quello di un personaggio inventato, evitando accuratamente di ricorrere a identità reali esistenti, eh beh… La KGB de Noantri non concede il nullaosta: «In questo gruppo tu non puoi entrare, magari sei un troll, magari sei una spia della Nato, magari appartieni ai Servizi Segreti, e siccome noi nei post abbiamo appena rivelato il codice segreto delle comunicazioni militari, tu potresti decriptarlo esponendo l’umanità intera al tanto paventato conflitto nucleare».

Inutile spiegare che i motivi per cui una persona tenta di esprimersi liberamente senza mostrare la propria anagrafica possono essere tanti. Magari non vuole essere cercato da conoscenze registrate su Facebook che gli sono sempre state sugli zebedei, magari non vuole essere giudicato per i contenuti che posta e che la sua posizione sociale gli impedirebbe di pubblicare senza incappare nelle altrui bacchettate. Magari desidera essere valutato in base ai suoi comportamenti, alle sue azioni, ai concetti che diffonde e promuove senza proibizionismi e pregiudizi a monte.

Magari l’intento è quello di superare il più grande ostacolo del canale di comunicazione fra esseri umani e sociali: leggere e capire ciò che un autore scrive affrancandosi da qualunque antipatia, presunta credibilità e preconcetto che tanto offusca l’ambìto raggiungimento dell’onestà intellettuale.

TAG: account, anagrafe, diritti, Facebook, identità, internet, libertà, profilo, progressista, psicoanalisi, realtà, regole, social, società, web
CAT: Internet, Privacy

4 Commenti

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  1. paolo-barilli 2 anni fa
    Signora Valentina, lo dice anche lei... nome e cognome vengono richiesti da FB ma frequentemente elusi poichè ,volendo, si possono indicare dati di fantasia e anche foto di altri. Ovvio che invece, se ci iscrive a una associazione , o a qualsiasi gruppo di persone che non si preoccupano di esporsi e di rischiare la pubblicità (come invece molti temono, anche se non sessualmente diversi ... ) , be' è naturale che in ambito strettamente privato ci si debba "dichiarare" . E sempre come dice anche lei (ma stranamente sempre di ...sfuggita), nessuno ci obbliga all'iscrizione, e comunque alla stragrande maggioranza di chi non ha niente da nascondere... i social sono uno spazio globale per una sterminata moltitudine di individui e associazioni, fra cui poter trovare altrettante occasioni di acculturamento, semplicemente SELEZIONANDO siti e persone. A me sembra così semplice che mi chiedo: ma perchè qualcuno ha sempre paura di qualcosa?
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  2. andrea-lenzi 2 anni fa
    ...però, proseguendo nel suo ragionamento, se chiunque deve essere libero di essere anonimo, allora chiunque altro deve essere libero di non accettare un anonimo come amico, o in taluni gruppi fb; quindi nulla quaestio, direi
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  3. valentina-milesi 2 anni fa
    Salve, Paolo Leggo solo ora il suo commento. Caricare, come immagine del profilo, foto di altri soggetti privati lo trovo scorretto perché in tal caso si scivolerebbe pericolosamente nel furto d'identità o confusioni affini ai danni di persone realmente esistenti. Alla fine della suo intervento lei parla di "paura". Nella mia riflessione accenno, tuttavia, a motivazioni diverse dalla paura. Sono stata volutamente poco esaustiva poiché ritengo che negli spazi web sia più efficace una certa sintesi, la quale possa indurre poi i lettori ad un approfondimento partecipato. Siamo sicuri sia sempre la paura a spingere il soggetto verso l'occultamento della propria identità? A volte sì, non lo metto in dubbio. Non a caso, però, parlo di "onestà intellettuale" riferendomi a preconcetti che spesso ostacolano la sana valutazione del lettore. Giudicare una riflessione in base magari all'età acerba dell'autore mina questa libertà. Relegare immediatamente nell'oblio l'analisi politologica, potenzialmente universale, di un autore in virtù (o in vizio, in questo caso) del suo orientamento politico mina questa libertà. La stessa cosa succede a causa di antipatie personali che spesso impongono al lettore una certa supponente indifferenza sanzionatoria. Il raggiungimento dell'onestà intellettuale è proibitivo, ma il gioco dell'identità dissimulata può rivelare tuttavia all'essere sociale le sue intime contraddizioni e le trappole aprioristiche in cui spesso cade.
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  4. valentina-milesi 2 anni fa
    Salve, Andrea. Parliamo tuttavia di libertà assai diverse, poiché una è la libertà di esprimersi secondo la propria intima identità (che non coincide con quella anagrafica) e di esprimersi in uno spazio che crei comunque interazione; parliamo quindi di una scelta che, se legata al bisogno di venir letti e ascoltati, implica una certa inclusione che miri a valutare solo la scorrettezza dei comportamenti dell'utente accolto. L'altra è una libertà di chiusura a monte, che esclude in nome di una diffidenza arbitraria. Pertanto la questione potrebbe ancora porsi.
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