Se tutti gli enigmi sono risolti, le stelle si spengono

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8 gennaio 2019

Se prima di Internet avere a che fare con l’incertezza era frustrante ma tutto sommato accettabile grazie ad una buona dose di rassegnazione, pazienza e sana ignoranza, dopo Internet sembra che confrontarsi con l’incertezza significhi una sola cosa: risolverla.

Nell’universo digitale il codice binario 0/1 è molto simile all’Aut-Aut kierkegaardiano che non ammette sfumature di grigio, dove le complesse architetture dell’informazione vengono tirate su con una programmatica certezza d’esecuzione, tanto che dove questa viene a mancare si parla di “Bug“, e i Bug, come tutti gli elementi di incertezza che rendono difettoso un percorso prevedibile e controllabile, devono essere risolti.

Ma stiamo parlando di digitale, e sarebbe sciocco pensare che dinamiche come quelle sopra descritte possano essere applicate a qualcosa di così complesso, imprevedibile e pieno di variabili contrastanti e coesistenti come la nostra mente… Giusto?

Eppure è diventato ormai uno standard operativo risolvere i più svariati enigmi quotidiani cercando le risposte su Google, elaborare teorie interpersonali sui propri contatti osservando le loro interazioni su Instagram, farsi un’opinione su un individuo tramite gli status che pubblica su Facebook, o valutare la qualità professionale di una figura tramite le competenze più o meno vere e più o meno confermabili dai propri contatti (anche quelli più o meno veri, in certi casi) su LinkedIn.

Per quanto lo scenario sopra descritto sia estremamente e volutamente riduttivo, le categorizzazioni mentali che derivano da questa serie di azioni, in maniera più o meno inconscia, finiscono per avere un alto tasso di incidenza sulle operazioni interne che effettuiamo per ridurre i nostri personalissimi tassi di incertezza, con due conseguenze tragicomiche: la graduale incapacità di immaginare conclusioni diverse partendo da uno stesso dato, e l’inciampo nell’eterno paradosso della cibernetica, dove ogni tentativo di controllo finisce per generare ulteriori situazioni da controllare.

Un esempio del primo caso è l’evoluzione del Data Analyst, a cui inizialmente veniva richiesto di estrarre e leggere correttamente i dati e a cui ora si richiede la capacità di interpretarli mettendoli in relazione tra loro e fornendo scenari possibili della loro esistenza utilizzando anche informazioni o competenze esterne al dato stesso; nel secondo caso, credo che tutti noi proviamo una sincera forma di gratitudine verso Whatsapp per averci regalato la possibilità di rendere invisibile ai nostri contatti il nostro ultimo orario di accesso. Non c’è bisogno che vi spieghi il perché.

Forse a fregarci, proprio come nella vita reale, è l’illusione della veridicità del dato visibile, che online non viene mai (o quasi mai) messo in discussione chiamando in causa l’incertezza e il contributo che potrebbe dare nel rendere quel dato ancor più preciso arricchendolo con le sue riflessioni e i suoi mondi possibili.

Da quando l’incertezza non è più quel calderone magico di possibilità che possono emergere inaspettate e regalare qualcosa che “è anche meglio di come lo immaginavo!” ma un terrificante bivio informazionale da risolvere il prima possibile, è come se qualcosa di noi, della nostra percezione del mondo e della nostra capacità di comprenderlo e immaginarlo, fosse andato perduto.

Forse aveva ragione Baudrillard: se tutti gli enigmi sono risolti, le stelle si spengono.

Cover Credits: “Yes, No Maybe“, Mary Jo McGonagle ©

TAG: Digital
CAT: Internet, società

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