Sarajevo, 20 anni dopo, sulle orme degli eroi musulmani che morirono per la pace

21 novembre 2015

Per tanti, oramai, siamo in guerra: il cuore d’Europa è stato attaccato. È davvero quel che vogliamo? Un nuovo conflitto? Paradossalmente, in questo cruento novembre, potremmo invece celebrare una pace, la fine di un massacro, di una guerra etnica, religiosa, politica tutta europea. Ricordate Sebrenica, il ponte di Mostar, Vukovar, l’assedio di Sarajevo? Ricordate bombardieri che partivano da Aviano o da Gioia del Colle?

Tornare con la memoria a venti anni fa, potrebbe esser da monito, servire a capire – forse – qualcosa di più di quello che significa guerra.

Nel novembre del 1995, per oltre venti giorni, si tennero i colloqui di Dayton, che sancirono la pace dopo guerra di Bosnia. L’accordo sarà poi formalizzato nel dicembre successivo, proprio a Parigi, ma a quelle lunghe tre settimane di novembre parteciparono tutti i “protagonisti” di allora: il bosniaco Alija Izetbegovic, il croato Franjo Tudjman, e il serbo Slobodan Milosevic. Il mediatore fu l’americano Richard Holbrook, assieme ai rappresentati di Ue e Russia.

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La Bosnia, da venti anni, è divisa in due: da un lato la Federazione di Bosnia-Herzegovina, dall’altro la Repubblica Srpska (cui si aggiunge il distretto di Brcko). Insomma, una situazione ancora irrisolta e ingarbugliata, frutto di una pace fragile in una terra da sempre complessa. E le religioni, le etnie, le identità ebbero un ruolo certo non secondario anche in quegli anni feroci.

Ma a Sarajevo, capitale della Bosnia, in passato le religioni convivevano pacificamente: basti pensare che a metà Quattrocento, il gran Muftì della città musulmana accolse gli ebrei scacciati dalla cattolicissima Spagna, e assegnò loro un terreno – vicinissimo alla grande Moschea – per costruire una sinagoga. Ancora oggi, nel centro storico, si possono sentire i richiami del muezzin, alternarsi alle campane del duomo cattolico. Un crogiuolo, un “confine” ancora spinoso: ed è quasi sorprendente vedere, passando in autobus, cambiare improvvisamente i cartelli stradali, che di colpo sono scritti in cirillico: basta lasciare Sarajevo di pochi chilometri e la realtà muta.

Mentre ero nella capitale Bosniaca per il Mess Festival ho avuto la fortuna, assieme a pochi altri, di fare un piccolo “tour”, guidato da Jovan Divjak, il generale di origini serbe che comnadò la difesa della città durante il lungo assedio. Divjak è ancora molto amato a Sarajevo. Dovunque è salutato cordialmente, e lui saluta tutti con affetto. È un uomo ironico, curioso, gentile. Il suo primo gesto è dare a ciascuno di noi – un gruppetto sparuto di italiani, messicani, tedeschi, 7 in tutto, a vario titolo presenti al Festival – una brochure della sua associazione, OGBH, Obrazovanje Gradi BiH (L’istruzione costruisce la Bosnia), dedicata ai bambini orfani di guerra.

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Poi Divjak inizia a raccontare ed è un fiume di parole.

Ci porta subito al famoso Tunnel costruito durante il conflitto: passava sotto l’aeroporto presidiato dalle impassibili forze delle Nazioni Unite. Già questa esperienza basterebbe a turbare chiunque: un video ricorda i mesi di lavoro, nel 1993, serviti per scavare quel passaggio non così segreto, ma tollerato. Non serviva a fuggire, ma costituì per lunghi anni l’unica via di dialogo e di rapporto con il resto del mondo. Divjak evoca la situazione, spiega dove fossero le postazioni dei serbi, quale fosse l’armamento. Ci guarda sorridente, mentre racconta del lungo percorso che si doveva fare, una volta usciti dal tunnel, per arrivare a Sarajevo sotto gli spari.

Quando passiamo per la parte serba, la Sarajevo Est, Divjak ci informa che se ci fermassero per un controllo, lui sarebbe arrestato: è considerato ancora un criminale di guerra dai Serbi.

“How did we survive?” ripete spesso.

Racconta della raccolta d’acqua, e dei cecchini che sparavano alle taniche rendendo vano il rischio di chi si era spinto sino alle poche fonti disponibili. Racconta del cimitero ebraico, il secondo d’Europa, dove si sparava. Indica i palazzi divisi in due – con serbi e bosniaci che commerciavano qualche sigaretta. Indica i quartieri dove cadevano le bombe, i palazzi distrutti e oggi riscostruiti, ricorda le porzioni ridotte di farina, di olio e sapone con cui dovevano vivere.

Quando arriviamo sulla collina del forte che domina la città, Divjak lancia lo sguardo allo splendido panorama, in cui spicca il bianco delle tante, troppe, sepolture: i morti di guerra sono stati oltre 12mila, oltre mille i bambini.

Oggi Jovan Divjak teme più di ogni altra cosa il ritorno del fascismo e del nazionalismo nelle tifoserie dal calcio. E se gli si chiede cosa pensi del regime di Tito, il generale fa intendere che, forse, non era poi così male: «nessuna nostalgia – dice – ma è come il ricordo di una bella donna che è stata nella tua vita». Bevendo un caffè bosniaco – ci tiene a offrirlo lui – Divjak ha tempo per citare quanti hanno speculato sull’assedio e se ne sono pure arricchiti (chiama in causa anche quel nostro ex-presidente del consiglio italiano, famoso per le cene eleganti, oggi proprietario di un grande albergo in città), ma lo fa senza livore.

«How did we survive?» chiede ancora più a sé che a chi lo circonda: «Tutti abbiamo perso, in questa guerra» aggiunge. Però non c’è rassegnazione, né sconforto in lui. Gli domando se creda in Dio: «Credo nella gente – risponde in inglese – nelle leggi della natura umana». Ed è straordinario sentirglielo dire.

A Sarajevo, che pure mantiene evidenti segni di quegli anni terribili, non ci si rassegna, non ci si crogiola nel ricordo e nel cordoglio. La città è viva, la gente è piena di entusiasmo, i teatri sempre affollatissimi: i dolori attraversati sono indelebili, quel che è passato non passa mai veramente, eppure tutti guardano avanti. Nonostante la corruzione della politica, l’economia certo non florida, c’è voglia di futuro. E a volte arrivano ventate d’aria leggera, frizzante, che sono inni alla vita.

Ce ne parla con serena dignità Amra Residbegovic, una bella signora sorridente, che negli anni dell’assedio lavorava alla famosissima Biblioteca Centrale.

«Una mattina ci siamo svegliati, nella nostra casa in collina, e abbiamo visto del fumo provenire dalla zona dove era la Biblioteca. Eravamo pronti, avevamo già iniziato a mettere in salvo i libri nel caveau o a portarli altrove. Comunque rimanemmo sbigottiti. La biblioteca bruciava». Era il 25 agosto del 1992. Vi ricordate l’immagine del violoncellista, Vedran Smailovic, che suona composto e distrutto tra le rovine?

Oggi la biblioteca è finalmente riaperta: è vuota, non ci sono libri, ma è diventata un museo alla memoria, con una piccola esposizione al pian terreno, ed è bellissima. Residbegovic ci lavorava già da quindici anni: ha dedicato tutta la sua vita ai libri, e quell’incendio non l’ha scoraggiata. E come prima cosa, vuole omaggiare Khaled al-Asaad, lo storico custode di Palmira, musulmano, barbaramente ucciso dall’Isis. Per Amra Residbegovic quell’uomo è uno dei tanti «eroi normali», quegli uomini e quelle donne che hanno pagato con la vita il proprio amore per la cultura, per l’arte, per la libertà. A Sarajevo in tanti hanno cercato di salvare la biblioteca: molti sono morti.

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«I libri possono anche bruciare, ma nella nostra memoria restano, come restano le biblioteche. L’Umanità sapeva della Biblioteca di Alessandria, la “ricordava” anche senza averla mai conosciuta. Così è per la Biblioteca di Sarajevo: certo, mi mancano quei libri, mi mancano i colleghi che sono caduti, ma la memoria non è stata distrutta dalle bombe». Residbegovic ricorda come quel luogo fosse importante e simbolico per la città, ma anche quanto fosse “quotidiana” e semplice la sua frequentazione: tutti hanno studiato in quella biblioteca ricca di fondi, di archivi, d’incunaboli preziosi, di testi significativi di tutte le religioni. Quando scoppiò l’incendio, la città era senza acqua e anche il fiume Miljacka era scarso, d’agosto: «Tutti facemmo del nostro meglio, senza curarci nemmeno dei cecchini, per salvare i libri e spegnere le fiamme – ricorda Amra Residbegovic – ma è stata una tragedia per ciascuno di noi, per il mondo intero».

Sarebbe stato naturale abbandonarsi a quella tragedia, rifiutare tutto e tutti. Invece Amra è piena di iniziative e indica prospettive future: «oggi la Rete ci fa del bene, compensa quel che abbiamo perso, rendendo accessibili molti più libri di qualsiasi biblioteca nazionale. Per quel che ci riguarda, ci stiamo orientando sempre di più all’uso di media diversi: la digitalizzazione e l’accessibilità sono più importanti del numero di volumi posseduti. È questa la prospettiva che ci preme. Vogliamo che il popolo di Sarajevo, della Bosnia, possa essere libero di accedere a un numero sempre crescente di libri, indipendentemente dal supporto cartaceo. I database sono fondamentali per guardare al futuro. Credo – conclude Residbegovic – che l’umanità possa crescere, che la cultura possa ancora avere senso e valore ed è per questo che tanti politici pongono ostacoli: e noi dobbiamo metterli in difficoltà. Dobbiamo stare attenti, essere sempre vigili, per evitare il ritorno dei nazionalismi, dei fascismi, della violenza. E la cultura ci può aiutare. Dobbiamo pensare a Khaled al-Asaad, far sì che la sua morte non sia inutile».

Lasciando Sarajevo, dal piccolo e famosissimo aeroporto, dall’alto si vedono i tanti minareti islamici, i campanili delle chiese cattoliche o ortodosse, e cercando bene si nota ancora la bellissima sinagoga del 1500. Resti di quella convivenza possibile, di un futuro quale avrebbe potuto essere. La storia di Sarajevo è una storia unica, speciale nella sua folle spirale di violenza e lutto. Una storia tragica, sempre di nuovo alla ricerca di una catarsi.

 

TAG: accordi di dayton, Alija Izetbegovic, Amra Residbegovic, dayton, Franjo Tudjman, Sarajevo, slobodan milosevic
CAT: Istituzioni UE, Religione

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