E il settimo giorno Dio creò la Perfezione: tre mesi di vacanza a scuola!

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24 Marzo 2015

Novellieri disinformati impropriamente raccontano che Dio il settimo giorno si riposò. Non fu affatto così. Il settimo giorno, l’ultimo della Creazione, dunque il traguardo finale di un’opera che aveva evidenti tratti di monumentalità, Egli modellò la Perfezione: i tre mesi di vacanza della scuola. Pareva, al Signore, ch’essi fossero il meritato premio dopo averne passato nove sui libri e certo non poteva immaginare la scuola italiana dove i nove contano per sedici, ma quello che l’Altissimo aveva scolpito nella mente era l’Idea della liberazione dagli obblighi, di un festeggiamento prepotente nel senso più felice dell’entusiasmo, di un mandare all’aria quella pila gigantesca di tomi per fiondarsi nel Nulla, nel cyberspazio del cazzeggio, nella proiezione finalmente più adulta (ma non ancora consapevole) dei rapporti con il grande mondo delle ragazze. Valga qui la citazione filmica di quel gran cattolico di Pupi Avati, che titolò come nessuno mai un suo simpatico manufatto proprio su quella aspettativa: «Ma quando arrivano le ragazze?» (2005)

Era destino che qualcuno anche di questo buon governo riproponesse il tema, che al pari della moviola in campo agita evidentemente i sonni del Paese. Questo qualcuno è il più pacioccone che c’è, ministro dal volto umanissimo, bonomia romagnola allo stato puro, insomma un tratto complessivamente tendente al buon senso al punto che parrebbero di buon senso anche le cose che dice. Stiamo parlando di Poletti, titolare del Lavoro, il quale in un convegno sul futuro dei giovani è andato morbidamente all’attacco del moloch: «Un mese di pausa va bene, ma non c’è un obbligo di farne tre. Magari uno potrebbe essere passato a fare formazione». Giusto per caricare di sacrificio il tema, il ministro ha introdotto poco elegantemente gli affetti personali: «I miei figli d’estate sono sempre andati al magazzino della frutta a spostare le casse. Sono venuti su normali, non sono speciali».

Qui intanto c’è da registrare un primo cambio di prospettiva. È da quando sono studente, dunque un considerevole numero di anni fa, che la credulità popolare applicata al fancazzismo si metteva regolarmente in carico alla categoria dei professori, per definizione “privilegiati” per quei lunghissimi tre mesi di vacanza (sì d’accordo, ci sono gli esami di riparazione e l’aggiornamento professionale ma insomma siamo lì). Apprendiamo, invece, con buona soddisfazione che è in atto una seria riabilitazione, forse dovuta alla #buonascuola, e che, al tempo stesso, l’immagine plastica di un’altra categoria che per il medesimo, lunghissimo, tempo non produce un’emerita mazza passa sulle spalle degli studenti.
Andare all’attacco di immagini forti, mitologiche, da immaginario collettivo, e i tre mesi di vacanza lo sono, produce immediatamente l’effetto-dibattito. Che si mette in moto all’istante, sull’onda emozionale, per cui scarteremo immediatamente i due estremi come le associazioni degli studenti, ca va sans dire, e il Moige, famigerato movimento genitori, a cui non pare vero di togliersi dalle balle i ragazzi per un po’ di giorni.

Mettendo il naso in Francia, culturalmente Paese-traino, ci si accorgerebbe che da quelle parti restringono lo sgavazzo estivo di tre settimane (12 in Italia, 9 la Francia) solo perché ogni 6/7 settimane di scuola, gli studenti “svacanzano” per due, nell’ottica di tenere alta la concentrazione su periodi non troppo estesi. Una visione probabilmente più matura della nostra. Per cui, alla fine dei conti, si ottiene paradossalmente che i ragazzi italiani “faticherebbero” di più: 200 giorni di scuola contro i 160 francesi.
È bello, bellissimo, buttare lì che tre mesi di vacanza sono troppi. Ma chi non ti dà ragione, così al bar? Solo che è del tutto inutile fare balzi in avanti, senza una ragionevole consapevolezza del nostro sistema scuola, del valore dei professori e dei programmi, del rapporto professore-ragazzi e dell’entusiasmo che ne può scaturire (pochissimo?), della trasmissione delle passioni, della fatica fisica e psichica che altrove evidentemente considerano molto di più. Buttare lì che «un ragazzino non si distruggerebbe se invece di stare a spasso per le strade della città andasse a fare tre o quattro ore di lavoro», è una caramellina senza gusto, ministro Poletti.

Andare a spasso per le strade della città. Noi dicevamo “a zonzo”. Che meraviglia.

TAG: giuliano poletti, pupia avati, vacanze scolastiche
CAT: Legislazione

2 Commenti

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  1. andrea.gilardoni 6 anni fa

    Grazie dell’articolo, estremamente polemico. Anche in altri paesi (vedi Germania) le vacanze sono di più, benché meglio distribuite nel corso dell’anno. Potremmo ridistribuire anche le nostre, se le avessimo, naturalmente. Ma i tre mesi di vacanza valgono solo per gli studenti che non hanno la maturità e che non hanno esami a settembre. Gli insegnanti lavorano fino a metà luglio per gli esami di maturità, e poi: chi li tiene i corsi di recupero estivi? E se si fanno lezioni a luglio, quando facciamo i corsi di recupero? Assumiamo altre persone? E i nostri studenti si sdoppiano? Evidentemente il ministro non conosce la scuola e il suo funzionamento e si limita a ripedere un luogo comune che non ha ragion d’essere. Aggiungo anche che, oltre alla frequenza delle lezioni, bisogna studiare e fare i compiti, leggere e imparare altre cose. Lavorare? Niente di male. Ma lo sa il ministro che noi a scuola organizziamo anche l’alternanza scuola-lavoro? Credo di no. Sarebbe opportuno aver a che fare con persone più competenti. IN Italia c’è libertà di parola, ma nessuno è obbligato a dire sciocchezze…

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    1. michele.fusco 6 anni fa

      Grazie Andrea per la lucidità. È vero, siamo accompagnati da luoghi comunissimi duri a morire, al punto che persone di grande responsabilità come un ministro del Lavoro danno liberamente fiato a queste banalità. Sarebbe anche giusto che, passata questa fase di sciocca polemica, persone come lei ne scrivessero anche in termini propositivi.

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