Foto di famiglia

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24 gennaio 2020

A volte mi balocco con l’idea di scrivere una piccola storia della mia famiglia.
Mi piacerebbe cominciare  dai miei genitori, dalle mie radici.
Guardo la parete di fronte al mio scrittoio.
Ci sono due foto incorniciate, mio padre e mia madre quando erano giovanissimi.

Mia madre ha occhi scuri e ardenti.
Fissa l’obiettivo con sguardo limpido, sorride. I capelli sono ondulati, di media lunghezza, le sfiorano appena le spalle. Mi ricorda Edna Purviance, l’attrice del cinema muto, che fu a lungo protagonista femminile dei film di Charlie Chaplin.
L’espressione è serena.
C’è la consapevolezza dell’infelicità e del dolore del mondo, ma anche la convinzione che quello che conta è fare la cosa giusta.
Sono nato poco più di dieci anni dopo il giorno in cui questa foto è stata scattata.
L’immagine di lei che mi viene in mente, nei primissimi anni della mia vita, coincide con quella che sto guardando adesso.
Quel viso sereno è lo stesso che cercavo ansiosamente quando avevo gli incubi notturni. Anzi, serali.
Mi rannicchiavo sotto le coperte, dopo che lei se n’era andata dalla mia stanza, dandomi il bacio della buona notte, e cominciavo a fantasticare di quando avrei dovuto lasciarla per andare a fare il soldato.
Immaginavo guerre crudeli e cruente alle quali sarei stato chiamato a dare il mio tributo di dolore e di sangue, senza potermene in alcun modo sottrarre e mi vedevo affondato nella melma delle trincee, circondato dai nemici, bersaglio tremante di una tempesta di proiettili, ognuno in grado di uccidermi o di rendermi perennemente invalido. Quando questa cupa fantasia arrivava al suo punto estremo, non potevo fare a meno di chiamarla.
Sapevo che non avrebbe potuto fare nulla per sottrarmi al mio tremendo destino di combattente destinato al massacro o, peggio, all’invalidità permanente, ma volevo almeno condividere con lei quel momento di desolazione.

La foto di mio padre è invece quasi la foto di uno sconosciuto. Lo smilzo giovanottino dai folti capelli scuri pettinati all’indietro che mi viene incontro da quella foto ormai vecchia di ottant’anni è molto diversa dall’ uomo rotondetto e pelato che ho sempre visto.
A volte allungo una mano e stacco l’immagine dalla parete per esaminarla a fondo. Il giovanottino ha un vestito grigio, una camicia bianca con il colletto floscio e una cravatta scura. L’atteggiamento è quasi spigliato. Pur contratto dalla rigidità della posa, il giovane tiene una sigaretta tra le mani e questo gli conferisce un’aria noncurante, quasi ironica. C’è una esplicita volontà di piacere e di essere ammirato, un desiderio ingenuo di eleganza.
Ad un esame più approfondito, l’immagine tuttavia rivela, poco alla volta, i particolari nascosti che consentono di collegarla con l’uomo che ho conosciuto.
Il vestito e la camicia, che sembravano così lindi e inappuntabili, si rivelano, guardando la foto da vicino, gualciti ed usurati .
Sotto l’apparente disinvoltura, spunta una titubanza apprensiva. Dietro il timido sorriso c’è l’ostinata introversione di sempre.

TAG: ricordi
CAT: Letteratura

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