Jean-Noël Schifano, Le Coq de Renato Caccioppoli

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13 giugno 2018

« À Luciana Pacifici

à Luciana Pacifici (Naples, 28 mai 1943 – Milan, wagon plombé pour Auschwitz, février 1944), déportée par Gaetano Azzariti (Naples, 23 mars 1881 – Rome, 5 février 1961), président du Tribunal de la race, conseiller juridique de Benito Mussolini et puis, dans la foulée, bras droit juridique de Palmiro Togliatti. Extrême-onctionné d’huiles saintes, il meurt président de la Cour constitutionnelle ».

A Luciana Pacifici

a Luciana Pacifici (Napoli, 28 maggio 1943 – Milano, vagone piombato per Auschwitz, febbraio 1944), deportata da Gaetano Azzariti (Napoli, 23 marzo 1881 – Roma, 5 febbraio 1961), presidente del Tribunale della razza, consigliere giuridico di Benito Mussolini e dopo, sulla scia, braccio destro giuridico di Palmiro Togliatti. Estremunzionato di oli santi, muore presidente della Corte costituzionale.

La dedica già sintetizza il senso del libro. Una storia di infelicità e di arroganza molto italiana. La bambina ebrea viareggina di poco meno di un anno inviata al campo di sterminio di Auschwitz da un giudice napoletano, Gaetano Azzariti, consigliere di Mussolini, e allora presidente del tribunale della razza. Ma che nel riciclaggio generale del dopoguerra diventa consigliere giuridico di Togliatti e poi presidente della corte costituzionale. Muore benedetto dall’estrema unzione, onorato e rispettato dagli italiani. Ma non dai napoletani, che la strada a lui dedicata cambiarono di nome e la dedicarono alla sua vittima infantile. Riporto, qui di seguito, la notizia.

“A Napoli per Luciana Pacifici non è stata individuata una nuova strada. Per la bambina colpevole solo di essere ebrea è stato deciso di reintitolare la via già dedicata a Gaetano Azzariti. Chi era costui? «Insigne» giurista era il presidente del Tribunale della Razza istituito dal Fascismo dopo l’emanazioni delle leggi razziali. Figura odiosa, da epurare? Ci mancherebbe anche quello in Italia. Dopo il 25 aprile diventerà capo di gabinetto del ministro di Grazia e Giustizia. Sì, proprio di Palmiro Togliatti, segretario del Partito comunista, detto il lavandaio per come seppe riciclare i vecchi gerarchi. Il «Migliore» promosse Azzariti alla Corte Costituzionale, di cui divenne addirittura presidente. Una storia sudamericana: da re degli aguzzini degli ebrei a custode della carta costituzionale antifascista”. (Corrado Benzio sul Tirreno del 26 gennaio 2016)

Ma che c’entra Renato Caccioppoli, il grande matematico napoletano, con tutto questo? E che c’entra il suo gallo? Molti ricorderanno il bel film di Mario Martone Morte di un matematico napoletano. Magnifico interprete del matematico, Carlo Cecchi. C’entra, perché Caccioppoli, nipote di Bakunin, era un irriducibile, ostinato antifascista: “le fascisme était pour lui le comble de la bêtise humaine », il fascismo era per lui il colmo della stupidità umana. E non perdeva occasione per manifestarlo pubblicamente il suo antifascismo. Il racconto – récit, come recita il sottotitolo – s’incentra su un episodio del 1938. C’è la visita a Napoli di Mussolini e di Hitler, e l’esercitazione della marina militare.

Nel frattempo il fascismo aveva vietato agli uomini italiani di passeggiare per strada con cani di taglia piccola, perché atteggiamento poco virile. Allora Caccioppoli mette un collare a un gallo e passeggia per Chiaia e Via Partenope fino a Castel dell’Ovo con il gallo, gli parla ad alta voce, deride e insulta i provvedimenti fascisti, la subordinazione degli italiani, il loro inveterato servilismo, il loro calarsi le brache al potente di turno. Al passaggio dei due dittatori si mette a urlare la marsigliese. Viene arrestato. Ma lo libera una zia provvidenziale, Marussa Bakunin, rispettata dai gerarchi fascisti. Il racconto non è lineare.

Qui sotto: Carlo Cecchi nel film di Martone Morte di un matematico napoletano.

C’è anche il racconto di com’è nata la voglia di raccontarlo e da chi Schifano ha tratto storie e aneddoti che riguardano il matematico. E c’è un ritratto commosso, intenso, ma anche divertente, di Elsa Morante, che lo chiama Giannatale. C’è Parigi, da dove parte la storia, perché chi la scrive a Napoli ci arriva da Parigi. C’è la periferia di Parigi, la vita degli immigrati. Non è casuale. I conti con il fascismo non sono chiusi. E tanto meno con il razzismo. Il bel culo sodo di un africano fa mostra di sé nei suburbi di Parigi, tra le “tende-igloo” degl’immigrati, come il gallo di Caccioppoli a Via Partenope. E sul sacro suolo di Francia il bel culo sodo dell’africano lascia le sue deiezioni. Lo scrittore si aggira tra le tende degli accampati, sotto il viadotto. Osserva, descrive. E’ una descrizione magnifica. Senza slogan, senza prediche, la vita multiforme del pianeta è rappresentata, dal sublime all’infame, dall’incanto della bellezza alla putredine della defecazione.

Ed ecco Caccioppoli com’era:

Nelle pagine successive è, però, già atterrato a Capodichino. E’ rievocata la storia del matematico e del suo gallo. Il suo suicidio, la pistola dietro la nuca, tra la nuca e la pistola un cuscino, la pallottola si conficca in un libro dello scaffale di fronte. Era de maggio, la canzone che chiude il libro. Le lacrime della nipote di Marussa. Sara. Consegna allo scrittore un foglio. Le ultime parole scritte dal matematico: « Cammarades ; comment va mon coq ? Renato Caccioppoli » Compagni, come sta il mio gallo? Renato Caccioppoli”. Il testo francese è ambiguo: cammarade in francese è sia camerata che compagno. Lo scrittore conserva il foglio “comme un talisman”, come un talismano. Ce l’ha sotto gli occhi: “Je l’ai sous les yeux”.

Jean-Noël Schifano, Le Coq de Renato Caccioppoli, récit, Paris, nrf, Gallimard, 2018.

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