La letteratura si ridimensiona e diventa social, ma nessuno lo dice

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27 Maggio 2021

Resta complicato, oggi, prendere sul serio la letteratura. Se ne produce una, per sommi capi, che non tinge, non colora, non lascia macchie e, quel che è peggio, non emette suoni, ossia è priva di un linguaggio musicale. Si presenta sbiadita, pallida, senza sangue, asfissiata da un biografismo scolaresco e un privatismo molesto. Come si può scrivere in maniera così urticante e non accorgersene? Romanzi di cui si abbandona la lettura sin dalle prime pagine, in seguito all’impatto convenzionale e fittizio con un lessico artificioso, zeppo di espressioni giovanilistiche, come se la contemporaneità del racconto fosse data dalle paroline sconce (giammai parolacce) in sequenza, e non dai temi trattati. La narrativa come produzione letteraria che quasi mai giunge a essere letteratura impera da anni e occupa il mercato editoriale in lungo e in largo, dando la sensazione che la maniera di intendere il romanzo e la letteratura in esso contenuta, comune a tanti lettori esigenti e data da un senso di ricerca profonda, tramite l’uso estetico della parola, sia stata spodestata da una semplificazione lessicale che va, sempre più, somigliando al linguaggio dei social. Quale prodigio: il romanzo, scritto come un lungo e faticosissimo post!

Ma, allora perché non si parla di una fenomenologia facebookiana che ha influenzato l’ispirazione degli scrittori e si inaugura ufficialmente,  a rigor di logica, il “romanzo social” del momento, inerente alla forma e ai contenuti di un profilo da piattaforma? Sono ormai gli status dell’utenza social a dettare le storie da raccontare a un pubblico di lettori distratti, lasciando indifferente quello sempre più disincantato e deluso. E, dunque, seguendo il mainstream della comunicazione, giù con temi specifici, tanto per far vedere che si è anche scrittori impegnati. Ma, rispetto all’atteggiamento di Simone de Beauvoir e Sartre, le nostre scrittrici e i nostri scrittori non fanno che prodursi in una simulazione squalificante dell’impegno, una variante patetica di lotta sociale, una versione miserabile di resistenza intellettuale. I campioni di questo filone, di quelli, cioè, che si schierano dalla parte giusta, così come si fa sui social, senza apportare nessun contributo intellettuale alle cause che vanno sostenendo, sono noti. Farne i nomi sarebbe inelegante. Mi limito a dire che, recentemente, Walter Siti, in un’intervista rilasciata all’Huffington Post, il giornale su cui scrivevo in precedenza, ne ha elencato una bella schiera.

Eppure, la letteratura che scava e va a fondo, che prende per mano il lettore e lo conduce in un viaggio psicologico, è in grado di offrire sorprese anche a chi la produce, rivelandogli verità inaccessibili per altre vie. E, quando la struttura di un romanzo emerge elastica, retta da uno stile personale non discordante con i contenuti, che non si fossilizza nell’elemento monocromatico e monotono della narrazione, aprendosi all’ironia e alla leggiadria per dar modo alla complessità di non apparire pesante, vi si possono cogliere concezioni e teoremi che, addirittura, non erano nelle intenzioni dell’autore. Questo e altro succede, quando la letteratura indaga in profondità e non si ferma alla superficiale ambizione dello scrittore, che la raggiunge senza avere uno stile, oppure facendone semplicemente a meno. Cosa possiamo farci? Va di moda una letteratura al servizio dei social e delle sue piccole idee pianificate, e si bandisce, invece, quella che va alla ricerca di qualcosa di nuovo, che tenta di rieducare il pubblico alla lettura, restituendogli il gusto di emozionarlo, nel male e nel bene. Vi è in giro, anche da parte degli stessi addetti ai lavori, una considerazione tanto bassa della letteratura da risultare umiliata dagli stessi eventi che le girano intorno, compresi i premi di grande portata. Così, per dire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TAG: editoria, letteratura contemporanea, social media
CAT: Letteratura

2 Commenti

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  1. dino-villatico 4 mesi fa

    Come non essere d’accordo, caro Oscar? Il degrado dell’editoria italiana è presto documentato confrontando la pubblicazione di romanzi italiani con la pubblicazione negli altri paesi di romanzi di altre lingue. Da anni confronto ciò che si pubblica in Francia, in Spagna, in Gran Bretagna e negli USA, e mi cascano le braccia. Né va meglio con la poesia. Domina la sciattezza e la mancanza di musica. Che nella poesia è mancanza grave. Viene da piangere. Proprio come scrivi tu: dopo due o tre pagine, si chiude il libro e si smette di leggere.

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  2. massimo-crispi 4 mesi fa

    Certo, buona parte della colpa è di chi pubblica la banalità e crede di offrire oro colato ai lettori per poi meravigliarsi che si legge poco. Un approfondimento di psicologie, di temi, un’eleganza di esposizione, sono visti come orpelli, come ostacoli per un lettore medio quasi analfabeta che compra l’ultimo libro della femminista alfa per sentirsi partecipe della sua lotta contro un linguaggio sessista e così magari giudicare le pietre miliari della letteratura, soprattutto maschili, come un passato obsoleto.

    In fondo era così anche colla Fallaci, che sarà stata una giornalista intrepida e intraprendente ma come scrittrice, insomma… E poi le amiche geniali hanno messo il tuppo sulla brioche. Mentre Elsa Morante o Gianna Manzini viaggiano verso un dimenticatoio colpevole, anche perché le opere della Manzini, catalogo Mondadori, si possono trovare solo nelle librerie di usato o nelle biblioteche, mai più ristampate.

    Il lettore medio non le comprenderebbe mai.

    Non esistendo più un Garzanti, un Bompiani, un Mondadori, bensì solo i nomi di quegli editori gloriosi di un passato non troppo remoto – ma che sembra giurassico – assai più ricco e produttivo, i poveri autori, che pure ci sarebbero, non hanno chance. E i lettori ancora meno.

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