L’estate di Albert Camus, Vitaliano Brancati, Ercole Patti

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23 Giugno 2015

Sono nato il giorno dell’inizio dell’estate, e a questa stagione mi lega un amore inconsulto. È per me, l’estate, quella che Stendhal chiamava una “promessa di felicità”: non la felicità in sé e per sé, ché da allievo di Benedetto Croce so non essere altro che “le contraire du sens de vivre” (proprio così, in francese l’ha scritta don Benedetto, col pudore del partenopeo sobrio che era). No, se la felicità è il contrario del senso di vivere, ciò vuol dire che la nostra esistenza si presenta, nel suo senso ordinario, come una forma latente di infelicità: un po’ di febbre, un’inquietudine dolente, un dolorino sottocutaneo, forse  uno strascico atrabiliare dell’inverno del nostro scontento. Ma per fortuna io con  Camus dico: « Ho imparato finalmente che nel cuore dell’inverno  c’è in me un’estate invincibile »!

Sfoglio in questi giorni che mi separano  dalla partenza per l’agognato mare alcune pagine, per me fraterne, di Albert Camus. “L’ estate e altri saggi solari” (Bompiani, 2003.  Lode sia  ai curatori Caterina Pastura e Silvio Perrella). Lo so da sempre: l’estate non è il luogo dell’idillio,  e il mare non è sempre quel posto «ove l’uomo può sfuggire alla propria umanità e liberarsi con dolcezza da se stesso». Spesso il colore che richiama il sole non è l’oro delle trombe della solarità di Montale. È il nero. «In certe ore la campagna è nera di sole». Rileggo disordinatamente i passi letti e riletti e sottolineati di giallo nell’e-reader e che connetto alle sensazioni che da sempre mi procura la terra natale che mi appresto a raggiungere:  «Con la pelle decifravo la scrittura del mondo», « un eccesso di beni naturali può inaridire», «dove tutto viene dato per essere tolto», «tutto qui respira l’orrore della morte in un paese che invita a vivere», «ogni cosa fatta qui mostra il disgusto della stabilità e la noncuranza del futuro», «Plotino? L’Unità si esprime qui in termini di sole e di mare», «in questo paese la tristezza non è mai altro che un commento alla bellezza».

Camus ci ha suggerito, forse, che c’è un’angoscia mediterranea, solare, che pochi hanno sondato. Altro che gioia alla Von Gloden. Non esiste, non è mai esistita. È tutta un’invenzione dei tedeschi in fuga dai loro caliginosi tormenti. C’è invece una angoscia mediterranea cui la luce feroce del Sud aggiunge un supplemento di tortura. In questo momento penso alla triste follia del Cavaliere della Mancha, alla solare disperazione dello “Straniero” (è un colpo di sole in una spiaggia mediterranea che induce al delitto Meursault) alle torture mentali di Pirandello, all’ultimo Brancati, alle tragedie dei greci.

Si aggiungono consonanze. Echi di letture lontane. Brancati come Camus: «Non lo sappiamo bene, noi uomini del Sud, che il sole ha la sua faccia nera?», ha avvertito il lutto dentro il candore più abbacinante che esista: «nonostante la sua intensità, o forse a causa di questa, la luce del sud rivela nella memoria una profonda natura di tenebra… e quando si dice ch’è accecante si vuole forse alludere… a certi guizzi di buio… a certi squarci sulla notte cupa». E dalla «ripresa buia» di quella luce «dalla quale derivano apprensione e lussuria» l’uomo del Sud viene confinato nel corpo «fino a sentire l’ala della stupidità sfiorargli il cervello».

Alla stregua di  Brancati Patti non recise  le radici con l’Isola come fecero tanti siciliani della generazione successiva o di quella susseguente ancora, la mia,  più impazienti e molto più scontenti. Faceva avanti e indietro da Roma. Trascorreva l’estate a Pozzillo, un borgo marinaro da Malavoglia verghiano della costa ionica e con il mare che bisogna saper  abbordare, perché con gli scogli di sciara che si buttano a lingue nere, ove lisce ove taglienti,  in un mare blu inchiostro,  o ci nasci o non ci riesci a bagnarti, e non li capirai e non li amerai mai gli scogli di sciara. (Io li amai da giovane, quando il mare o era selvaggio o non era, adesso vado per spiagge senili, più accessibili, più domestiche).

Scrittore minore dicono quelli che se ne intendono. Ma io ho una classifica tutta mia di scrittori minori che a togliermeli scatenerei un’Iliade. Ero stato un tenace lettore di Ercole Patti . Tornato nella città natale che avevo abbandonato da piccolo per andare a Firenze, dove avevo compiuto i primi studi, ero a caccia di emozioni native. Mi mancavano le radici. La mia borgata ultrapopolare mi sembrava affollata da matti; genere “sporchi, brutti e cattivi”; gente povera e stralunata che mi era mancata tuttavia durante il lungo esilio e che sentivo profondamente mia ed estranea ad un tempo, o,  come diceva Renato Serra per la propria gente di Romagna, che  amavo  “dell’amore diverso, consapevole e malinconico dello straniero” perché  pur essendo nato tra loro avevo vissuto e ho seguitato a vivere  quasi sempre lontano da loro. Ridevano fragorosamente e si sfottevano a scorticapelle e  urlavano anche quando si parlavano a un palmo dal naso. Parlavano un dialetto stretto che avevo dimenticato,  gorgogliante di “u” come un lavandino sturato. Tutti avevano un tono di voce un’ottava superiore al mio. Una baraonda infernale  quando si radunavano tutti i parenti. Avevo  un  bisogno estremo di raccoglimento e di silenzio, di  estraniarmi da quel cafarnao di città e di impaesarmi nuovamente in essa con lo strumento che avevo appreso a Firenze, la lettura dei romanzi. La magia dei libri è proprio questa: che  devi uscire  dalla realtà per meglio capirla.

Abbordai Patti, oltre ai sommi scrittori etnei,  per capire la città natale. Dopotutto eravamo stati allievi dello stesso ginnasio-liceo, lo Spedalieri.  Lessi quasi tutto ciò che era stato pubblicato e mi imbattei anche in queste parole di Carlo Bo nella prefazione a “Quartieri alti” (uno straordinario libro su Roma) che definisce Patti un

« poeta delle stagioni, di certe ore sospese, di un mondo non più raggiungibile dalle passioni miserevoli dell’esistenza ma sostenuto e nutrito da una passione più alta». Aggiungendo: «La poesia che Patti avrebbe (…) posto come conclusione di ogni suo racconto appariva qui per la prima volta come reazione, come l’unico modo per fuggire al senso dell’inutile e della morte, il modo per risolvere l’impaccio insuperabile della mediocrità».

Il magnifico Massimo Onofri,  a proposito dello scrittore delle stagioni, ha delle parole felicissime:

 «Se fossimo capaci, come lo fu Roberto Longhi per la storia dell’arte, di leggere le opere letterarie dentro una precisa e concretissima geografia di cangianti e trascoloranti stagioni, potremmo più dimenticare i miracolosi e sospesi autunni di questo scrittore siciliano, che sanno essere il correlativo esatto di una immedicabile malinconia? Sarebbe, questo, uno straordinario capitolo, di una ipotetica storia dei cieli e dei mari italiani». (da  “La modernità infelice”, Avagliano 2003, pp 130 – 139.

Aggiungo solo, a lode di Massimo Onofri, che egli è diventato il nostro Lawrence Durrell, lo scrittore affetto da “islemania”, visto che si è trasferito, fisicamente e anche intellettualmente, dalla Sicilia che ha così bene indagato, in Sardegna, e ha tirato quest’altro suo bel libro alla Forster  – o forse alla Lawrence di “Sea and Sardinia” –  “Passaggio in Sardegna”, che sta avendo il suo meritato successo).

Ma dell’autunno di Patti ho già detto qui. Adesso vorrei concludere con una pagina da “Diario siciliano” (Bompiani, 1971), libro di prose di memoria che raccoglie scritti a ritroso, dal 1970 al 1931. È una  pagina che vorrei riportare “alla luce”, se possibile,  per prepararmi alla mia estate.  E la metto in parallelo con una di Camus. Scrive il francese:

 «Sulla spiaggia, cadere nella sabbia abbandonato al mondo, rientrato nella mia pesantezza di carne e d’ossa, intontito di sole, con uno sguardo di tanto in tanto, alle braccia ove la pelle asciugando scopre, quando l’acqua scivola via, la peluria bionda e il polverio di sale».

Ercole Patti:

« […] il mare coi suoi sapori e coi suoi odori, il sapore degli spicchi coloro ceralacca dei ricci lattiginosi, il sapore delle pastelle e degli occhi di bue carnosi che rabbrividivano sotto le gocce di limone; il mare faceva un rumore fresco e frusciante sotto i pali di legno che sostenevano gli stabilimenti balneari, l’odore della tavole imbevute di acqua salata che cominciavano a vellutarsi di erbe marine verdi, sulle quali posavano i piedi teneri delle ragazze che ancora dovevano cominciare la vita  e volgevano intorno occhi nuovi. Il mare grande felicemente disteso a perdita di occhio che lasciava per tutta la giornata una sbavatura di sale secco sulle braccia dei ragazzi.

Adesso anche la mia estate può iniziare.

TAG: albert camus, Ercole Patti, Massimo Onofri, vacanze estive, Vitaliano Brancati
CAT: Letteratura

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