Lettera dal passato – di Giancarlo Loffarelli

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23 marzo 2020

Tu che mi leggi devi sapere che ti scrivo da un luogo e da un tempo lontano. Qui, oggi, è il 21 marzo dell’anno 2020, l’inizio della primavera e ci troviamo, tutti, come sprofondati in un mondo parallelo a quello cui eravamo abituati fino a qualche giorno fa. Un mondo in cui tanti stanno morendo, molti si stanno ammalando e tutti siamo costretti a restare chiusi in casa da un morbo che ha un nome che ora ci è familiare e soltanto ieri era sconosciuto a ognuno: Covid 19.

Avevamo studiato pestilenze del passato: quella di Atene che uccise Pericle, quella del Trecento che ispirò Boccaccio, quella del Seicento di cui scrisse Manzoni. Ma, appunto, le avevamo studiate. Questa la stiamo vivendo. E che non sia peste è poco più che un dettaglio.

Se provo a tornare indietro con la mente alla metà del mese scorso, mi sembra di parlare di un’altra vita. Era il 17 febbraio, un lunedì. La sera, alle 21, con la mia Compagnia teatrale avremmo dovuto provare: alla fine del mese avremmo debuttato con un nuovo testo. Tutto era pronto: diverse scuole avevano aderito all’iniziativa, in molti cominciavano a prenotare i posti a teatro e noi stavamo affinando gli ultimi dettagli della messinscena.

Da qualche settimana, i giornali, la televisione e i social, raccontavano di un virus che stava facendo morti in Cina. In Cina. Ma la Cina è lontana, e poi erano Cinesi, gente che mangia topi e pipistrelli: così ci dicevamo. Poi ci raccontarono che il virus era giunto nel nord Italia. Ma era il nord Italia e a diffonderlo lì era stato uno sprovveduto che se n’era andato a cena con qualcuno appena tornato dalla Cina. Insomma: il virus era qualcosa di cui si poteva parlare, ridere, stupirsi ma che, di fatto, non ci riguardava. Come non ci avevano mai riguardato più di tanto barconi affondati nel Mediterraneo, genocidi lontani, fughe disperate da guerre.

Qualche giorno prima, cominciammo, però, ad avvertire qualcosa di nuovo, non ancora di minaccioso, forse appena di fastidioso: un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri sospendeva fino al 15 marzo i viaggi d’istruzione e le uscite, in genere, fuori dall’Istituto.

Quel 17 febbraio, la sera, alle 21, con la mia Compagnia non svolgemmo le prove, come previsto. C’incontrammo lo stesso (allora si poteva) e decidemmo di rinviare il debutto del nostro spettacolo: le scuole non avrebbero partecipato, a causa della nuova disposizione governativa, e intuimmo che anche il pubblico degli spettacoli serali avrebbe potuto avere qualche timore nel partecipare a un evento che prevedeva la concentrazione di molte persone in uno stesso ambiente. Non fu una scelta automatica: discutemmo a lungo se non fosse una decisione troppo precipitosa e magari esagerata. Sembra impossibile, ora, pensare che avemmo qualche dubbio nel prenderla. Di lì a poco, altri Decreti si sarebbero succeduti ad allungare il periodo e ad allargare l’area delle sospensioni, fino ad arrivare alla situazione in cui ci troviamo ora: non possiamo uscire di casa se non per acquistare da mangiare o per svolgere alcune tipologie di lavori ritenuti indispensabili o per gravi motivi di salute, utilizzando, sempre e comunque, una serie di precauzioni.

Io che scrivo ora so che tutto ciò è stabilito fino al prossimo 3 aprile, ma temo che questa reclusione allungherà i suoi tempi. Tu che leggi da un luogo e un tempo distante, forse, saprai quando tutto questo avrà avuto il suo termine.

In questa prima fase d’isolamento siamo ancora tutti in preda a qualcosa che sembra euforia. Forse ci sembra ancora un gioco, benché le cupe cifre dei morti ci dicano il contrario. I social sono diventati un campo di gara per chi riesce a tirar fuori l’ironia più originale su quanto stiamo vivendo, la sera ci si affaccia dai balconi a cantare, si espongono ovunque bandiere e drappi per convincerci che ce la faremo. E tutto questo credo sia giusto, perché ci aiuta ad andare avanti e a non farci prendere dallo sconforto.

Le giornate trascorrono inevitabilmente uguali l’una all’altra. La mattina la dedico a tenere lezione in videoconferenza con i miei alunni. È una gioia ritrovarli e parlare con loro, incoraggiarsi a vicenda e cominciare a parlare di Marx e degli accordi di Plombierès, di Bach e di Fellini. È bello accogliere la loro spontaneità nel seguire le mie lezioni standosene in pigiama, seduti sul letto disfatto davanti al loro smartphone. Ciò che ho sempre pensato, ora lo vivo in maniera profonda: la scuola è soltanto la relazione che intercorre tra l’allievo e il docente. Il resto è contorno.

Il pomeriggio scrivo. Gli altri interstizi della giornata trascorrono nelle faccende più semplici e non meno importanti: passare l’aspirapolvere, apparecchiare la tavola, asciugare i piatti, innaffiare le piante, sistemare qualche oggetto domestico. Fino al momento della giornata che mi dà più pace, quando sono seduto a cena con la mia famiglia, e il cane si accuccia a qualche passo da noi.

Tu che mi leggi capirai facilmente che questo è un tempo buio che non avremmo mai voluto vivere e che non rimpiangeremo; capirai chiaramente che chi non ce l’ha fatta e chi non ce la farà, non potremo mai riaverlo, vecchio o giovane che sia. Prova, poi, a immaginare quante persone non hanno, in queste settimane un’entrata economica dalla sospensione forzata del proprio lavoro e non la riavranno subito né facilmente quando, lentamente, si tornerà alla normalità. E basterebbe questo a dire il male che stiamo vivendo.

Ma cosa si può fare nonostante questo male?

In mezzo a questo buio, la nostra percezione è come un fascio di luce che orientiamo su ciò che ci circonda e ciò che possiamo fare, ora più che nei momenti che consideravamo normali, è spostare spesso questo fascio di luce e fissare bene ciò che esso illumina.

Rivolgere il fascio di luce della nostra percezione sui morti di questi giorni deve portarci a non cercare di sottrarci alle restrizioni che ci costringono, perché sono esse che potranno limitarli. E deve farci annullare le differenze fra i morti, perché non ci sono morti nostri e morti di non si sa chi. Dovremo ricordarlo dopo, quando tutto questo sarà finito e giungerà il momento in cui avremo sepolto l’ultimo morto, sarà guarito l’ultimo ammalato, non ci saranno altri contagiati e festeggeremo.

E poi? Poi non potremo, soprattutto non dovremo, tornare a ragionare con le categorie di prima. Da anni parliamo di globalizzazione, ma abbiamo avuto bisogno di un virus per sperimentare davvero l’annullamento delle distanze che la nostra epoca ha prodotto. Non è un bene e non è un male. È così. Le distanze ravvicinate rendono più facile l’abbraccio e il pugno, il contagio e l’aiuto. Certamente sono aumentate le occasioni in cui dovremo scegliere l’uno o l’altro.

Il virus deve lasciarci la lezione che gli istanti vanno goduti per la loro meravigliosa irripetibilità, che la qualità della nostra vita è prodotta dalle relazioni che sapremo tessere.

Mi chiedo cosa io stia imparando a da questa tragedia e mi accorgo che, come sempre, anche dal male si può trarre insegnamento

Sto imparando che le scienze non sono “esatte”. Soltanto la matematica lo è, ma essa non si occupa della realtà. Ho sentito scienziati dividersi su questo virus, sulla sua pericolosità, sulle sue origini e sulla sua capacità di diffusione. E allora non me la sono sentita di criticare i governi che hanno preso decisioni a singhiozzo, con un’evidente e inevitabile incertezza. Non me la sono sentita nemmeno di criticare i Francesi e gli Inglesi che ironizzavano su noi Italiani, quando stavamo precipitando nel baratro, perché noi Italiani, a nostra volta, avevamo ironizzato sui Cinesi.

Sto imparando che c’è chi da questa tragedia non ha imparato alcunché. Non ha imparato, per esempio, a usare nei propri discorsi il condizionale, le formule dubitative, a tener aperta la possibilità che ci si possa sbagliare. Tu che mi leggi, lo sai, probabilmente, perché i tanti che hanno soltanto certezze e credono di sapere tutto su tutto, che giudicano persone e cose dall’alto di un piedistallo fatto di nulla ci saranno anche nel tuo tempo. Non posso credere che avranno imparato in futuro ciò che nemmeno qui, ora sono riusciti a imparare.

Sto imparando che c’è, poi, invece, chi non ha mai smesso di lottare per gli altri, in mille e silenziosi modi: medici, infermieri, personale ausiliario degli ospedali, forze dell’ordine, volontari di ogni tipo, lavoratori dei supermercati, delle farmacie, giornalisti, amministratori e tanti altri che nemmeno riesco a immaginare. In genere, l’importanza del loro impegno è inversamente proporzionale alla loro visibilità. Tu che mi leggi dal futuro dovresti ringraziarli due volte: perché hanno agito e perché non lo hanno sbandierato. E se la vita avrà ripreso quel corso che ti permette ora di leggermi, è proprio grazie a loro.

Dunque, impareremo qualcosa da tutto ciò? La domanda è formulata male. Dovrei chiedermi: chi imparerà da tutto ciò? L’umanità no: non imparerà. Non ha imparato da due guerre mondiali e da due bombe atomiche a cessare ogni guerra e non imparerà nemmeno da questa pandemia. Le singole persone impareranno? Alcune sì. Di questo sono sicuro. Alcune persone – non so quante, mi piacerebbe poter dire “tante” – usciranno migliori da questo morbo, più aperte agli altri, agli animali, alla natura, alla vita vissuta nella dimensione comunitaria che ci è propria. E saranno loro che, nuovamente, si rimboccheranno le maniche quando accadrà in futuro qualche altra sciagura.

Io che scrivo da questo mondo passato posso soltanto immaginarlo. Tu che mi leggi saprai se sarà andata veramente così.

Giancarlo Loffarelli

(Insegnante e Drammaturgo)

 

*La lettera è stata pubblicata originariamente qui, e mi è stato concesso dall’autore e amico di pubblicarla in questo blog. Lo ringrazio molto. A.P.

TAG: coronavirus, Filosofia, letteratura
CAT: Letteratura

Un commento

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  1. maurizio-moschella 1 settimana fa
    Bellissima lettera. Grazie
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