Luciano Funetta, Il grido, Milano, chiarelettere, 2018

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2 giugno 2018

Come si racconta la disperazione? Da qualche anno cinema e narrativa italiane ci hanno abituati a toni esasperati, e narrazioni melodrammatiche, perennemente urlanti, come se urlare, esasperare, esagerare la sostanza e i contorni del detto, del rappresentato, restituissero efficacemente le lacerazioni dell’attuale vita di abbandonati, come sembra ormai la nostra vita sul pianeta, e come sembra soprattutto e in particolare in Italia.

Luciano Funetta fa invece il contrario, non grida mai, non esagera i contorni, non esaspera il racconto, che pure ha per titolo Il grido. Si pensa a uno dei primi film di Michelangelo Antonioni, lo stesso titolo, e anche lì la disperazione era rappresentata, ma non gridata. Si pensa al quadro, famosissimo, di Edvard Munch. Ma si andrebbe fuori strada. Tanto nel film di Antonioni che nel quadro di Munch il grido è l’espressione di un dolore soggettivo, individuale. Allude, certo, a un disagio collettivo, ma resta il grido di un singolo. Se si vuole, e rubiamo la definizione alla prima geniale indagine sulla natura della poesia, dell’arte, e cioè alla Poetica di Aristotele, un individuale che si pone come universale.

Ma non è questo l’assunto del romanzo. La sofferenza qui non è detta, forse non è addirittura nemmeno sentita dai personaggi, sembra, anzi, abolita qualunque differenza tra il fuori e il dentro, tra ciò che passa nel cervello e i fatti che accadono per la strada, nelle case, nei bar, nei parchi. L’allucinazione sotto l’effetto di droghe ha certo il suo peso, e Funetta la chiama “oblio”, ma si ha l’impressione, procedendo nella lettura, che le forme dell’oblio siano molte e che ci sarebbero comunque, anche senza la sollecitazione della droga.

Non c’è separazione nemmeno tra i vivi e i morti, tra la popolazione delle donne che di notte pulisce gli uffici deserti, e gli avventori di un equivoco locale, il Kraken, in cui un poliziotto può impunemente incularsi un ragazzino, ma pulirsi poi la merda appiccicatasi sotto la suole dei suoi stivali strofinandoli sulla schiena del ragazzo. Nessuno dei frequentatori del Kraken muove un dito. O così sembra. Perché, invece, a Lena, la protagonista del romanzo, orfana oppure rifiutata dai genitori, e allevata dalle Dame, era sembrato prima che gli avventori si precipitassero a bloccare l’energumeno.

Non c’è separazione nemmeno tra l’immensa periferia di una città qualunque che può essere percorsa solo a piedi perché i trasporti non ci sono o se ci sono non funzionano, e il Canale che la spacca in due, la Casa delle Dame dove sono allevate le figlie che i genitori si rifiutano di riconoscere e di allevare, e l’Orto Botanico dove vive uno strano Albero Uomo, Mendel, che assiste al trascorrere delle esistenze che cercano proprio sotto i suoi rami l’oblio, la liberazione non sanno nemmeno loro da che cosa.

E poi ci sono i Dormienti, i Moribondi, ectoplasmi di qualcosa che potrebbe essere la vita.

“Lena aveva scrutato attraverso la densa caligine i Dormienti ammassati. Adesso che si trovava in mezzo a loro, avvertiva la puzza dei corpi e degli abiti come un liquido trasparente e contaminato che li ricopriva tutti, li cullava, li avvicinava gli uni agli altri, li radunava sotto la stessa specie nonostante appartenessero a classi diverse e a diversi regni. Individui alati e fungini, donne dalla pelle lucida e i piedi palmati, una nidiata di quattro fratellini che dormivano con le otto zampe contratte sul ventre, ragazze-mosca cavallina, vecchie donne-salamandra, anziani crostacei con i berretti di lana calati fin sotto il naso, e così infiniti altri esseri” (pag. 118).

Il narratore guarda, racconta ciò che vede, né si distingue se ciò ch’è narrato è visto dal narratore o dal personaggio. Si direbbe una prosa impersonale, o talmente personale da inglobare le identità di tutti i personaggi. Ma il narratore, in sé, è inerte, non partecipa, è un testimone, oppure, meglio, è solo la lingua di queste molteplici identità.

”Si lasciarono indietro il Kraken che oscillava come una lampadina appesa al soffitto della notte. Viale Trieste distava quattro chilometri. Per raggiungerlo bisognava attraversare il quartiere dei Moribondi. Lena e Stepan si infilarono in mezzo alla folla degli epilettici. Finestre illuminate di rosso, di verde, di fasci dorati. Dappertutto c’era una musica ossessiva. Gruppi di persone che aspettavano di essere spinte dentro presidiavano gli ingressi di palazzi in cui erano in corso feste che, presumibilmente, sarebbero culminate con la sparizione di tutti i partecipanti. / Mentre attraversava l’area, Lena si guardava intorno con attenzione, scrutava una a una quelle facce da divinità egizie, quei travestimenti da lepidotteri allevati in una vasca di mescalina. Tra loro pensava che prima o poi avrebbe riconosciuto qualche vecchia faccia dell’Orto. Le gemelle, oppure Atomo. Fatih era più un tipo solitario. Di sicuro aveva fatto un’altra fine. Mircea e Jurij invece dovevano essere nei paraggi, impegnati in qualche dimostrazione delle loro capacità a fini sciamanici, ovvero di lucro” (pag. 110).

Non mancano scene di crudeltà, di sofferenza gratuita, si direbbe scene sopra le righe, la narrazione, però, non è mai sopra le righe, scorre liscia, tranquilla, si direbbe indifferente, si può raccontare così anche una passeggiata.

“Un pomeriggio afoso, quando le Dame si erano già ritirate per i loro esercizi di canto, le ragazze erano uscite in giardino a giocare e avevano scoperto che, ai piedi della recinzione, stava rannicchiato un gattino dal pelo rosso. Era stata Alhambra a proporre di cavargli gli occhi. Nessuna aveva fiatato. / Avevano fatto tutto le più grandi. Virginia aveva tirato fuori la limetta per le unghie che teneva nascosta sotto il polsino della felpa. Lena aveva visto il primo occhio saltare fuori dall’orbita. Il gatto soffiava e strillava. L’occhio era caduto nell’erba. A quel punto Lena era corsa in casa” (19).

Viene in mente la scena finale di Salò, il film di Pasolini. Anche lì si cavano gli occhi con un coltello. Ma ai ragazzi. E due giovani, intanto, nella stanza di sopra, ballano come se niente accadesse. Ora, è proprio questo distacco del racconto, questa freddezza stilistica, è proprio la misura, controllatissima, del lessico e della sintassi, che potrebbero sembrare cinismo, a innalzare, invece, il tono della narrazione, a simularne quasi la significazione di un apologo. Ma non lo è. E’ trasferito, nel racconto, nella lucidità distaccata del racconto, il sentimento, mai esplicito, mai espresso, di una stortura, di un inferno, nel quale i dannati non sanno di essere dannati.

Luciano Funetta ci aveva già abituati, con il suo primo romanzo, Dalle rovine (Latina, Tunuè, 20162), entrato nella cinquina dello Strega del 2016, a gettare l’occhio sull’orrore nascosto, sempre taciuto, che costituisce una sorta di zoccolo spesso, massiccio, del mondo contemporaneo. In questo caso sul traffico di video snuff, cioè di film o video che registrano, per un folto pubblico di consumatori, torture e omicidi reali.

Anche con questo suo secondo romanzo, se possibile ancora più asciutto, scarno, essenziale del primo, Funetta ci fa conoscere, vedere ciò che volentieri preferiremmo ignorare. Ma sta qui la sua forza: nell’obbligarci, invece, a confrontarci con il male (di oggi o di sempre?), un male che riteniamo estraneo, di cui non ci sentiamo responsabili. Perché ignorato, perché lontano, perché di altri quartieri della città, di altre città, di altri paesi. Ne siamo sicuri? Abbiamo mai visitato, ma visitato per davvero, le periferie di una metropoli di oggi o anche di una piccola città, che ci appare tranquilla, e che tuttavia ha i suoi ghetti, i suoi inferni. Abbiamo mai visitato un carcere, un ospedale di malati terminali, un orfanotrofio? Quando leggiamo di maestre di nidi d’infanzia che maltrattano i bambini, c’indigniamo, e salviamo la coscienza. Ma abbiamo mai controllato che le assunzioni nelle scuole, negli ospedali, procedessero nel modo giusto? Ci siamo mai interessati al funzionamento delle istituzioni pubbliche?

Tempo fa venne fuori che alcuni ragazzi del Colle Oppio, a Roma, passavano il tempo tirando frecce ai gatti randagi del Colosseo. Funetta racconta qualcosa di simile compiuto da ragazze, con la semplicità con cui si stappa una bottiglia. Tra il tappo e l’occhio di un gattino, nessuna differenza. La qualità della scrittura sta nell’evitare qualsiasi giudizio, qualsiasi parola d’indignazione. L’indignazione, il giudizio stanno nel racconto, il racconto stesso è un giudizio. Per questo Funetta è uno scrittore e non un moralista o, tanto meno, un predicatore. La bellezza, e la forza, di questo romanzo sta proprio nel metterci davanti a uno specchio. Dirci: ecco, guardatevi. Forse la realtà alla quale credete di essere abituati, che credete di conoscere, è solo una parte della realtà, e forse nemmeno la più grande. Guardate quante cose esistono di cui forse nemmeno sospettavate la possibilità di esistere. Spesso vi riempite la bocca che volete cambiare il mondo, che ci sono troppe ingiustizie, troppe soprattutto nei vostri confronti, che vi toccano. personalmente Ma il mondo che volete cambiare, lo conoscete?

Funetta, anche questa volta, ci fa vedere ciò che forse non ci piacerebbe vedere, o che ci ostiniamo a negare. Ma questo è la letteratura: far conoscere mondi che prima non si conoscevano. Qualcuno la chiamerebbe distopia, questa forma di letteratura. Forse. Ma allora è distopico anche l’Orlando Furioso. La letteratura, però, si ferma qua. Invita a guardare. E’ la politica poi che dovrebbe intervenire a modificare il guardato, se ci disgusta, se ci dispiace. Zola, a chi lo rimproverava di raccontare un mondo corrotto, ingiusto, rispondeva: e voi costruitemi un mondo senza sfruttati e io parlerò di un mondo in cui non ci sono né schiavi né puttane. Non rimproverate allo scrittore di non proporre soluzioni. Lui vi fa vedere le storture, i problemi. Le soluzioni dovrebbe proporle la politica. Ma non lo fa quasi mai. Almeno non lo fa oggi, e non lo fa in Italia.

In calce: leggendo questo bel romanzo ho pensato a Rimbaud, a Una stagione all’inferno. Niente che assomigli al romanzo di Funetta, né il soggetto né lo stile. Ma il controllo della scrittura, la visionarietà concreta, mai fumosa, la nitidezza delle descrizioni, la fluidità del raccontare sono gli stessi. E non è poca cosa. Troppo attenti all’invadenza, all’attualità degli argomenti, perdiamo spesso di vista che la vera, la grande letteratura ha sempre collocato un diaframma tra l’urgenza dell’emozione, del fatto impressionante, e il raccontarlo, il mostrarlo al lettore: questo diaframma è lo stile, il controllo della scrittura. Quando manca questo controllo, tutto si fa scialbo, sciatto, e perfino l’argomento più avvincente perde d’interesse.

Luciano Funetta, Il grido, Milano, Chiarelettere, 2018, pp. 165, € 16,00

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