Ma chi ci crediamo di essere? Sul bovarismo e dintorni

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23 febbraio 2016

Nel 1902 esce in Francia per i tipi del “Mercure de France” un singolare libro di un filosofo, Jules de Gaultier, intitolato Il bovarismo. Sulla scorta del celebre  romanzo di Flaubert  de Gaultier  vi tenta uno studio sugli aspetti psichici delle personalità  (è il momento giusto: due anni prima, allo scoccare del secolo, era uscito Linterpretazione dei sogni di Freud )  e rintraccia  in questo testo  una lois phénoménale dell’Io che sintetizza nella formula  del bovarismo, ossia «la facoltà concessa all’uomo di concepirsi  diverso da ciò che  è» (le «pouvoir départi à l’homme de se concevoir autre qu’il n’est»).

Jules de Gaultier  dice che vi sono uomini di prim’ordine che hanno se stessi come modelli e uomini di second’ordine che imitano gli altri, che prendono personalità in prestito.  Sappiamo che Emma “corrotta” dalla lettura dei romanzi (che la suocera vorrebbe proibirle, in quanto «avvelenano l’anima») comincia a vedere ma soprattutto a “vedersi” attraverso la lente deformante di questa percezione di secondo grado che è la lettura. Non solo la propria aspirazione all’amore è educata attraverso le eroine dei suoi romanzi (dopo il primo amplesso con Rodolphe, ritornata a casa si dice «Sì, anch’io ho un amante», sottinteso «come nei romanzi») ma tutta la sua vita psichica è improntata e diremmo stravolta, visto come va a finire, non secondo “forme” sorgive, che nascono dall’interno della propria anima, ma per modelli secondari, presi in prestito. Ciascuno di noi elabora  la rappresentazione di se stesso con modelli che, per quanto possano essere frutto di libera e spontanea elaborazione, in quanto “modelli” appunto, sono sempre presi in prestito. Spesso in questa emulazione di un modello «altro» che in effetti è sempre un « modello alto», ossia al di là della  nostra portata, del nostro capitale intellettuale (come è il caso di  Emma Bovary, che per questo fa fallimento) andiamo incontro alla nostra rovina.  (Qualcuno,  non molti anni fa – Tommaso Labranca –  ha definito trash  questo fallimento dell’emulazione di un modello alto,  e ci ha fondato su una estetica compiaciuta).

Ora, continua de Gaultier, questo fallimento (défaillance) della personalità è spesso accompagnato presso i soggetti affetti da bovarismo (tutti noi ahimè)  da impotenza,  perché concependosi diversi da ciò che in effetti sono, e non essendolo intimamente,  essi non giungono a eguagliare il modello che si sono posti, proposti e talora imposti, e tuttavia l’amor proprio proibisce loro di confessarsi questa impotenza.  Questo vizio intimo del bovarismo li induce a supplire al talento con la postura, il gesto, il vocabolario. I personaggi e le situazioni che essi interpretano poggiano sul vuoto della propria personalità. L’effetto che   sortisce da tutto ciò è il grottesco (che per Flaubert è triste ), il trash appunto.  L’indice bovaristico, secondo de Gaultier, misura pertanto «lo scarto che esiste in ogni individuo tra l’immaginario e il reale, tra ciò che egli è e ciò che crede di essere». De Gaultier tenta anche una tassonomia del bovarismo, che rintraccia nelle epoche storiche (durante la Rivoluzione si imita la Repubblica romana coi Cesari e i Bruti) come anche  in tutti i personaggi di Flaubert, anche in quelli dell’Educazione sentimentale delle opere successive: ma in effetti si tratta di un unico disturbo della personalità.

Le personalità in prestito

Abbiamo detto che il bovarismo è “un concepirsi diversi  da quello che si è”. Questo stato psichico può generare una  erronea valutazione di se stessi  e l’adozione di una serie di atti  che potrebbero portare o alla riuscita (si diventa effettivamente ciò che si è) oppure alla bancarotta dell’Io. Bisogna combinare questa intuizione di De Gaultier con  il desiderio mimetico di René Girard. De Gaultier  dice che  il fallimento (défaillance) della personalità è spesso accompagnato presso i soggetti affetti da bovarismo  da impotenza perché concependosi diversi da ciò che in effetti sono, e non essendo  intimamente ciò a cui essi aspirano (il modello implicito),  essi non giungono a eguagliare il modello “altro” (che è sempre un modello “alto”) che si sono proposti, e tuttavia l’amor proprio proibisce loro di confessarsi questa impotenza. Per sopperire allo scacco di questo fallimento giungono ad imitare tutto del personaggio cui intendono aderire (quanti orologi al polso stile Agnelli abbiamo visto, e quanti Kennedy replicanti nello scenario politico non solo americano! Ricordate il buffissimo “I care” di Walter Veltron che iimita va don Milani che imitava Kennedy?

Analogamente ragiona René  Girard (che conosceva e citava ovviamente De Gaultier): noi prendiamo in prestito i nostri desideri. Il nostro desiderio non è immediato, ma mediato. Lungi dall’essere autonomo, il nostro desiderio è sempre suscitato dal desiderio che un altro – il modello – ha dello stesso oggetto. Ciò   significa che la relazione non è diretta, lineare,  tra il soggetto e l’oggetto, ma  triangolare. Tra il soggetto desiderante e l’oggetto  desiderato si interpone il modello, il mediatore. Attraverso l’oggetto però  è il modello,  il mediatore  che attrae. Attenzione a questo delicatissimo passaggio:  è l’essere del modello che è l’oggetto vero del desiderio. Addirittura l’oggetto desiderato  può sparire, ed ecco  il desiderio diventare metafisico. «Il desiderio secondo l’altro è sempre desiderio di essere un altro». «Qualsiasi desiderio è desiderio di essere» di essere altro,  è aspirazione, sogno di una pienezza attribuita al mediatore. Sciolgo i filosofemi di sopra con  l’esempio facile facile della pubblicità di un’autovettura di lusso da cui scende un bell’uomo in compagnia di una bellissima donna. Secondo il modello del desiderio mimetico triangolare di Girard noi non vogliamo semplicemente avere quella macchina (sarebbe questo un desiderio lineare tra soggetto, noi che desideriamo, e l’oggetto, la macchina pubblicizzata), ma essere quell’uomo che guida o che scende dalla macchina (quell’uomo che la pubblicità ci fa intravedere come mediatore, come modello). Essere belli e fighi come lui, non certo volere  la sua macchina! Per questa ragione, e contrariamente al bisogno, il desiderio è infinito e genera nel soggetto desiderante una costante tensione   Da qui la dialettica delle personalità in prestito, da qui la recitazione e il teatro che si vede in giro. Voi lo sapete, lo avete visto: c’è chi è Manager e c’è chi fa il Manager,  ma, accidenti, anche quello che è Manager  sul serio fa il Manager (aderisce a un modello introiettato) . Da qui la domanda: ma ci è o ci fa? Ci è e ci fa assieme. La maschera è il volto e il volto è la maschera.

Non avendo esatta cognizione del nostro capitale intellettuale – mai è suonata così urgente l’esortazione antica del “conosci te stesso” – affetti dal bovarismo, dal “concepirsi diversi da ciò che si è”, facile è,  anche dopo attenta introspezione, non sapere esattamente chi si è.  C’è un momento – quel momento in cui Hitler dopo il putsch di Monaco fa quasi una vita da clochard e talvolta dorme anche nelle panchine pubbliche – in cui nemmeno Hitler sa di essere Hitler.  La falsa percezione di se stessi inizia fin dall’infanzia, quando ci sentiamo e ci vediamo talora indiani e talora cow boy. Ma c’è anche un bovarismo del genio. Quello della falsa vocazione:  Ingres il celebre pittore francese si ritenne per lungo tempo un grande violinista (da qui l’espressione francese violon d’Ingres per intendere i casi di fraintendimento su se  stessi, sul proprio capitale intellettuale). È così difficile, anche per un grande artista, “diventare ciò che si è” che vediamo alcuni arrancare dietro se stessi e prendere false piste. Taluni si perdono,  altri si ritrovano dopo lunghi percorsi. Se prendete le stesse opere di Flaubert sembrano scritte tutte da mani diverse.  L’autore marmoreo  dell’ Educazione sentimentale scrisse peraltro in gioventù un racconto  in cui un personaggio è figlio di una negra e di un orangutan…  Il grande Goethe per lungo tempo si ritenne ora scienziato naturalista (sua una teoria dei colori) ora un artista figurativo… Nietzsche scrive con molta sagacia a tal proposito che «senza le digressioni dell’errore, egli non sarebbe diventato Goethe: ossia l’unico artista tedesco dello scrivere, che oggi non sia ancora invecchiato – perché non volle essere per vocazione né scrittore né tedesco».  (Umano troppo umano, II vol. §227).

Concludendo: siamo tutti mediati, mai siamo autentici e immediati, agiamo tutti secondo modelli, la nostra malattia è il bovarismo, molla, ad un tempo, per il cambiamento o il fallimento.  Il povero Rousseau ci diventò matto – sul serio- inseguendo un uomo naturale immaginato al grado zero dei rapporti societari, autentico e irripetibile, che si sottrae alla corruzione della civiltà. Nel Discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini dice che gli uomini sono come la testa del dio Glauco sottomarino, piena di incrostazioni ( i romanzi, le arti, gli spettacoli), sfigurati e  resi peggiori dalla civiltà.

Ma siamo mai esistiti senza incrostazioni? Solo in un ipotetico stato di natura, in una mera ipotesi della ragione, mai in uno stato reale. Appena usciti dalle caverne, siamo quello che siamo adesso: corrotti e civili.

 

 

TAG: Bovarismo, De Gaultier, Madame Bovary, René Girard
CAT: Letteratura

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