Michel Houellebecq, “Serotonina”. Il depresso crepuscolo dell’Occidente

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7 ottobre 2019

È una piccola compressa bianca, ovale, divisibile.

Non crea né trasforma; interpreta. Ciò che era definitivo, lo rende passeggero; ciò che era ineluttabile, lo rende contingente. Fornisce una nuova interpretazione della vita – meno ricca, più artificiale e più improntata a una certa rigidità. Non dà alcuna forma di felicità, e neppure di vero sollievo, la sua azione è di tipo diverso: trasformando la vita in una serie di formalità, permette di raggirare. Pertanto aiuta gli uomini a vivere, o almeno a non morire – per qualche tempo.

M. Houellebecq, “Serotonina”.

Houellebecq è uno scrittore che polarizza: o lo si adora o lo si detesta. Io lo adoro, da quando ho superato il pregiudizio che lo circonda, soprattutto dalle parti di una certa ortodossa “cultura di sinistra” che – a mio avviso troppo frettolosamente – lo confina nello sprezzante recinto della reazione.

Houellebecq, che è personalità complessa, pur ergendosi attraverso i suoi personaggi a feroce fustigatore del conformismo in cui boccheggia l’Occidente, soprattutto nei territori del cosiddetto progressismo, andrebbe letto senza le deformanti lenti del pregiudizio politico o – peggio – ideologico. Anzi, andrebbe proprio letto con la libertà intellettuale che serve per aprire squarci di pensiero critico, soprattutto oggi, soprattutto qui da noi. Per capire meglio le ragioni profonde in cui versa la nostra stanca e vecchia Europa.

Il personaggio del romanzo di Houellebecq è Florent-Claude Labrouste, un quarantaseienne parigino, funzionario del Ministero dell’Agricoltura, impegnato a creare le condizioni per allargare i mercati globali delle eccellenze casearie francesi. Florent è la voce narrante che ci accompagna in un viaggio da una località vacanziera per naturisti in Spagna a Parigi e poi nella profonda provincia normanna della Francia.

Florent è depresso. Il Captorix – un antidepressivo di ultima generazione – è la sua linfa; è ciò che gli permette di “affrontare con inedita spigliatezza i principali riti di una vita normale in seno a una società evoluta […] senza minimamente favorire […] le tendenze al suicidio o all’automutilazione.

Ma il Captorix  provoca la scomparsa della libido e l’impotenza. E questa assenza di vitalità sessuale è la costante che accompagna il viaggio narrativo di Florent, un viaggio verso una solitudine ferrea.

E questo viaggio, come detto da una località spagnola sino alla svizzera normanna passando per Parigi, è un viaggio sia nell’animo prostrato dalla depressione – innescata da una profonda e incosolabile pena d’amore per Camille – sia attraverso un registro letterario che passa dal travolgente inizio che narra di pulsioni erotiche dentro  il folle nonsenso della contemporaneità e si incammina – passo passo – dentro un’interiorità dolente, in cui la solitudine personale si specchia in una disorientata solitudine sociale, politica ed economica.

Ecco allora l’esilarante introspezione nell’immaginario erotico di Florent che parte con l’incontro di due giovani turiste spagnole (“Tutti gli uomini vorrebbero ragazze fresche, ecologiche e disposte al trio – cioè, quasi tutti gli uomini, io di sicuro”), ma che poi passa alla spietata narrazione dello spento rapporto con Yuzu, l’anodina, viziata e ipercontrollata fidanzata di Florent. E sarà proprio la scoperta del lato segreto della sessualità di Yuzu, una sessualità fuori controllo fatta di gang bang coi cani a cui si contrappone un maniacale salutismo, che farà scattare la molla dell’autocondanna alla solitudine estrema di Florent.

A questo punto il romanzo, travolgente nelle prime 60 pagine, cambia registro; si incammina nel territorio della narrazione introspettiva dei tormenti del protagonista, roso dai rimpianti amorosi, dalle occasioni perse, dall’osservazione della miseria umana incarnata da un pedofilo tedesco appassionato di ornitologia, passando per la presa d’atto sconsolata – e suicida – del trionfo dell’economia liberista sulla produzione agricola legata al territorio. Florent si scava un abisso di solitudine disperato, in cui anche il Captorix poco può, che lo porta a un passo dal commettere il più osceno dei delitti, ossia l’omicidio di un innocente per soddisfare la fantasia fallita del suo amore sprecato.

Ma in fondo all’abisso il personaggio di Houellebecq suggerisce – in alcuni sprazzi di scrittura adamantina – di guardare oltre, per esempio quando richiama l’espressione “sperare contro ogni speranza“, che

“non è come la notte, è molto peggio; e ho la sensazione, pur senza aver vissuto personalmente quest’esperienza, che anche quando si sprofonda nella vera notte, nella notte polare, quella che dura sei mesi di seguito, persista il concetto o il ricordo del sole.”

“Serotonina” è, dal mio limitato punto di vista, uno dei libri più belli che ho letto di recente. Dentro la cornice di una scrittura ricca (ottima la traduzione di Vincenzo Vega) e coinvolgente Houellebecq tocca, con il suo stile anticonformista e non categorizzabile – è un reazionario di destra? è un maschilista? è uno sciovinista? no, secondo me è solo un fuoriclasse – i punti nodali dell’occidente nel suo crepuscolo: il sesso anedonico e l'”eros in agonia” (vedi Byung Chul Han), la solitudine delle metropoli contemporanee (Parigi come tutte le città era fatta per produrre solitudine”), gli sconfitti dalla globalizzazione finanziaria, l’anestesia chimica dei sentimenti. La depressione infelice come tratto prevalente della condizione esistenziale di larga parte dell’umanità. Il persistere, al fondo, della gratitudine a un resistente sentimento di misteriosa grazia.

Serotonina è un lampo spiazzante, tanto divertente quanto tragico, sulla nostra contemporaneità: null’altro che Letteratura pura.

Autore: Michel Houellebecq
Editore: La nave di Teseo
Pagine: 332
Prezzo: € 19,00  (cartaceo)
Data di pubblicazione:  2019

@Alemagion

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TAG: Captorix. letteratura, Depressione, Houellebecq, La nave di Teseo, Michel Houellebecq, serotonina
CAT: Letteratura

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