“Ogni ricordo un fiore”, romanzo d’esordio di Luigi Lo Cascio

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21 ottobre 2018

Potrebbe essere un libro di viaggio quello scritto da Luigi Lo Cascio. Un viaggio in cui si predilige la lentezza poiché è un treno, l’intercity, il mezzo scelto dal protagonista, Paride Bruno, che da Palermo si reca a Roma per il funerale del padre dell’amico. In mancanza di un volo disponibile coglie l’occasione per ritrovare il tempo della calma e delle coste, delle arancine e degli stretti. Un tempo avulso a una natura come la sua che si perde nei tanti incipit di un ipotetico romanzo perché si lascia distrarre da nuove e diverse immagini che lo distolgono da quelle precedenti, evitando che la storia si articoli con uno svolgimento. Finisce, così, per accumulare una collezione d’incipit, duecentoventi per la precisione, duecentoventi brandelli di storie. La sua è una sorta di patologia dal nome incompiutezza cronica multifattoriale che assume i connotati di una tentazione a partorire solo abbozzi di storie per quanto riguarda la scrittura, mentre, sul piano personale, si lascia ammaliare da nuove conquiste sentimentali senza riuscire a viverne nessuna. A bordo di questo treno, il lettore segue il viaggio del protagonista che rilegge la sua collezione di potenziali storie per capire se almeno una è suscettibile di sviluppo.

In realtà in accordo con una natura poliedrica che si esprime tanto nel cinema, nel teatro, nell’interpretazione, scrittura e riscrittura, questo primo romanzo di Lo Cascio sfugge a ogni definizione. Se nella riscrittura di Otello s’intraprendeva un viaggio noir e il territorio di scoperta era quello della mente, sul treno il mondo di fuori e quello di dentro sono molto prossimi, la pelle e l’onda dei pensieri che si agitano sotto quella pelle, nella testa del protagonista, si mescolano.

Questo romanzo è un caleidoscopio di riflessioni in cui alla precisione chirurgica del dettaglio fanno da contraltare pagine intessute di filosofia dove è possibile rintracciare il profondo legame teatrale del regista e attore siciliano.

Non si può leggere “Ogni ricordo un fiore” e non chiedersi quanto poco impiega la vita a diventare memoria. Al tempo sono dedicate tante riflessioni. È un tempo che scava, altera, danneggia e lungo il suo corso ostinato scorre fino al nostro tempo ultimo. È il tempo del condannato a cui il boia concede l’ultimo desiderio, un tempo spesso legato al pensiero “della morte che aspetta vigliacca il suo tempo”. “La vita è una morte a priori”, lo è per un figlio concepito senza essere desiderato da nessuno dei due genitori e la cui nascita coincide, perciò, con la morte, è ancora un legame inscindibilmente ribadito quando durante un compleanno il pensiero non avanza come l’idea della vita che si sta festeggiando, ma indietreggia come una candela che si consuma fino poi a sfumare.

Si scorge nell’accenno alla vita senza domani o come bilancio per una breve apparizione così come nell’equivoco di continuare una specie di esistenza quando si sta trascinando un po’ più avanti il proprio cadavere distratto, un’eco alla vita come un’ombra che si dimena sulla scena per poi cadere nell’oblio. Nello stesso vuoto e nel silenzio come “ragione e destino” di monologhi si ravvisa un richiamo alla favola raccontata dall’idiota che non significa nulla di shakespeariana memoria.

La vita stessa si fa teatro, le azioni si realizzano come “in un teatro dischiuso dal sogno”, a volte un teatro tragico per cui capita che l’attore ignoto termini la sua vita sulla scena senza che la platea se ne accorga. Il sogno e il sonno, i cui confini sono molto labili anche linguisticamente, hanno una vicinanza ancora più prossima nel treno: spesso accade che quello stato di estrema arrendevolezza che è il sonno partorisca realtà oniriche che il risveglio leviga e travisa, spogliandole d’enfasi.

La confusione del risveglio è lo stato ideale per iniziare la narrazione, anch’essa incompiuta, della storia di un padre, mentre un altro padre si costruisce una nuova vita in Uruguay e un dialogo rivelatore consente a un terzo padre e a un figlio, da sempre sconosciuti, di stabilire un contatto prima che sopraggiunga la morte. Il rapporto tra padre figlio è un rapporto di travasi di modi, di stili, di gesti, una trasfusione che funziona anche al contrario perché nella fusione si infonde e si confonde affinità e presenza di tempo comune.

Capita abbastanza spesso di stare nelle stesse parole: cacofonie, superlativi, esclamativi. In “Ogni ricordo un fiore”, invece, c’è un gusto particolare per il paradosso e per un linguaggio teatrale, dove si prediligono giochi di parole e molte frasi incidentali che non sono affatto un incidente. La parola “viola”, ad esempio, da colore diventa fiore dal profumo inconscio ed essenziale, strumento musicale o comando imperativo che “obbligava all’anarchia, all’infrazione distruttiva di ogni divieto”. Se Paride Bruno scrive: sono il “servo delle parole”, Lo Cascio è attento alla singola frase, al suono e al ritmo delle parole, le lavora, le seleziona, le tornisce, le cesella. É una lingua, la sua, che dà calore e colore come in “Quell’amo dell’ago di cromo”. Casimiro, un viaggiatore con cui Paride Bruno condivide lo scomparto, si diletta a fare parole crociate, è un gioco col quale pone distanze col mondo, assentandosi. Anche Paride le fa, sebbene la tentazione di lasciarsi distrarre dall’intraprendere altro è sempre in agguato e finisce per avere la meglio.

Se il protagonista, alle prese con la sua sindrome all’interruzione, non è più interessato al gioco, lo è un arguto undicenne che ama leggere e la cui intelligenza mette in difficoltà genitori e insegnanti. Proprio come questo viaggio intrapreso su un convoglio a bassissima velocità impedisce un consumo rapido, all’adolescente piace giocare a quei giochi che la sera può ricordare, preferendoli a quelli che destinano il ricordo a un’esistenza di breve durata come il videogiochi o il tablet. Il riferimento al gioco è legato a un ricordo di vacanza sui Nebrodi e ad un padre che carica l’auto di valigie e di figli più piccoli, mentre i più grandi attendono il secondo turno del viaggio. Gioco è anche la scena, un gioco immotivato.

Riferimenti letterari espliciti a Calvino e al suo “Visconte Dimezzato” o alle centomila facce di matrice pirandelliana si alternano a rimandi letterari a Quasimodo, ravvisabili nell’idea della precarietà e della fugacità del tempo così come della solitudine nella ricerca del senso dell’esistenza, passando per l’idea leopardiana di una natura matrigna e indifferente a una città che “sta per essere inghiottita da una nuvola di cenere e di argilla.

“Se l’estro non mi avesse abbandonato, ti avrei trasfigurata sulla carta e trasmutata da carne in poesia”, accanto a questa prosa poetica, impalcatura dell’intero romanzo, non potevano mancare pagine dedicate alle gemelle siamesi che camminano a braccetto: pazzia e poesia, catastrofe e salvezza. Di catastrofe e salvezza ci sono echi diversi nel romanzo.

Se nell’apocalisse la distruzione porta con sé un principio di salvezza, desiderio religioso di rigenerazione, amore, giustizia, una speranza di salvezza tradita sia nell’apocalisse blasfema di Marlowe in cui tutto termina nel presente con la morte di Tamerlano, sia nellla negazione della dignità del tempo umano e dell’esistenza in Macbeth, in questo romanzo Lo Cascio fa appello a una salvezza squisitamente letteraria. È salvifica la penna che salva Paride Bruno quando sublima ad arte, tra le righe, la voglia di trucidare i suoi compagni di treno, salvifica è la scrittura che squarcia il buio con la sua luce ed è capace di fissare e sciogliere su un foglio i nodi emotivi. È salvifico il libro che risparmierà dall’orrore l’adolescente undicenne capace di smontare discorsi e ragionamenti precostituiti, lo è l’amore che smarrisce, soggioga e riabilita e dà persino senso alla scrittura.

Pagine di intenso lirismo sono anche quelle dedicate al mare, anche esso custode di catastrofe e salvezza. Se soffiato dal vento apporta gioia e cura, fissarlo a lungo fa male perché sotto una superficie tranquilla cela il duello tra vita e morte che si dibattono senza trovare il modo di venire a patti. È un mare quello tra Scilla e Cariddi ricco di equipaggi, di leggende di corsari e smarrimenti di sirene, ma è anche un mare faticoso e famelico che inghiotte voracemente oggetti ingombranti e pesanti che si preferisce abbandonare.

Piene di vivacità linguistica e argomentativa sono anche le pagine di denuncia sociale della casta dell’ordine dei medici palermitani, della pessima abitudine italica a insabbiare il bello e portare a galla solo l’orrore, della presunta supremazia di un occidente ipocrita che ha autorizzato, condiviso e supportato i più efferati martiri.

Nessun addio è così definitivo come quello pronunciato sulla banchina del treno e nessun abbraccio ha l’urgente impellenza di quello che ci si scambia sul ciglio di una partenza. Qui partenza e arrivo sembrano coincidere come suggerito dal nome della strada in cui si trova la casa dell’amico romano: via Marsala. Paradossalmente in assenza di uno sviluppo, l’aspirante scrittore prova a scrivere, qui e a questo punto, un finale. Questo viaggio, quindi, non è una fuga da se stessi, non è un arrivare a se stessi, ma è un arrivare con una nuova consapevolezza: “ La vita è sempre più giovane e perciò più forte del dolore perché è il dolore che l’ha messa al mondo”. La morte è solo un incidente, non riguarda le opere più insigni dell’umanità. “E allora dimmi tu da dove cominciare”. Questo moltiplicarsi di inizi corrisponde metaforicamente alla presa di coscienza che è forse l’approssimazione, non la definitezza, la strada su cui si dipana la nostra vita e che lascia dietro di sé una traccia, una scia invisibile. Ogni viaggio, anche l’ultimo della nostra vita, non è mai un viaggio perentoriamente concluso, il confine con la vita è sempre aperto laddove si rivive nei racconti di chi ci ha tenuto per mano o sotto braccio. L’invisibile è solo uno sguardo più flebile, non meno intenso, mentre affrancati dal peso del corpo, un ricordo assume una leggerezza evanescente.

TAG: Cultura
CAT: Letteratura

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