Pecoroni di colore diverso

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16 novembre 2018

Forse il primo giorno della mia vita da adulto in cui mi sono sentito veramente in pace con me stesso è stato il giorno dei funerali di mio padre.
Lui era morto a Padova, dove aveva trascorso gli ultimi 40 anni della sua vita.
E nella grande casa di famiglia, attorno al suo letto, ci eravamo trovati insieme tutti, io, mia madre, i miei fratelli, nel momento della sua morte, in una calda mattina d’estate.
Era sabato. I funerali furono fissati per lunedì pomeriggio.
La sera prima mia sorella mi chiese di prendere la parola in chiesa per ricordarlo.
Le sarò sempre grato di questa richiesta, era una cosa che desideravo fare, ma senza quella sollecitazione non avrei mai trovato il coraggio di farmi avanti.
Andai al microfono collocato vicino all’altare e dissi queste parole che la sera prima avevo buttato giù su un pezzo di carta che poi ho sempre conservato:

“Spesso siamo indecisi sul da farsi, quasi mai sappiamo con certezza quello che è giusto fare o quello che può procurarci la felicità. 
Mio padre, per sua fortuna, non ha mai avuto problemi come questi.
Era un uomo semplice.
Non si faceva tormentare da astrusi dilemmi e aveva un progetto di vita facile da realizzare.
Voleva stare con la sua famiglia, voleva vedere i suoi figli crescere e diventare adulti maturi e responsabili, voleva un lavoro che gli consentisse di avere rapporti umani soddisfacenti. Non ha mai guardato con invidia ai soldi o al successo degli altri.
Ha avuto esattamente quello che desiderava: un lavoro gradevole in un ambiente privo di esasperate tensioni competitive, i pranzi e le cene in famiglia, i sonnellini pomeridiani, le serate passate davanti al televisore, le gite fuori porta, le vacanze nella casa al mare.
Non ha mai pensato che potesse esserci altro e non si è mai affannato e tormentato cercando altro.
Come dicevo, un progetto di vita facile da realizzare.
Ma difficile, difficilissimo era considerarsene appagati, resistere alla tentazione di desiderare di più e di meglio.
Mio padre, diversamente da molti di noi che ci interroghiamo continuamente sulle cose che potrebbero renderci felici , non aveva dubbi, sapeva che non c’era niente di più e di meglio da desiderare”.

Quel discorso è stato per me come una specie di folgorazione.
Cercando di trovare qualcosa da dire accanto alla bara di mio padre, mi sono avvicinato a lui per la prima volta.
Sono stato un figlio distratto, oltre che un padre assente.
Da ragazzo pensavo che io e mio padre fossimo troppo distanti per incontrarci veramente.
Mi sembrava inaccettabile soprattutto il suo conformismo.
Poi un giorno, qualche anno fa, discutendo con una persona caustica e molto intelligente, mi sono sentito dire: “Hai giusto il conformismo di coloro che vogliono a tutti i costi passare per anticonformisti”.
Altra folgorazione.
Non era stato mio padre, quando io avevo vent’anni, ad accusarmi di non essere altro che un conformista di sinistra?
Non l’aveva detto proprio in questi termini.
Aveva usato parole più terragne, concrete, quelle che gli ispirava la sua educazione contadina.
“Tu ed io siamo pecoroni di colore diverso”, aveva detto, “ma vogliamo stare comunque nel gregge”.

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CAT: Letteratura

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