Península Valdés, scorribande patagoniche, col ricordo di un tango

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2 settembre 2018

 

La tonina1 nuotava velocemente verso la scialuppa, il muso a pelo d’acqua sembrava che ci sorridesse, ma giunta quasi a un metro da noi si rituffò nell’acqua, per rispuntare poco dopo con un salto acrobatico dall’altro lato della scialuppa. Il cielo sopra il mare era grigio, le nuvole alte nascondevano alla vista il sole, la cui luce scendeva al mare come un pulviscolo trasparente e luminoso. Ma dopo nemmeno due ore, al momento di approdare di nuovo nel porticciuolo isolato di Punta Pirámides quasi deserto, il cielo s’era già schiarito e il sole brillava alto sull’orizzonte. Risalimmo sul furgoncino color crema che ci aveva portati fin lì, e andammo all’estremità orientale della Península Valdés. Ma già molti libri e troppe guide turistiche parlano delle meraviglie naturali e faunistiche del Parco Nazionale della Península Valdés. Si vedono scorrazzare i guanachi tra gli arbusti alti e spinosi della steppa patagonica, s’intravedono correre e fermarsi d’un tratto le mare, le lepri tipiche della Patagonia, e se si guarda in alto si scorgono volare in cielo, soli o a schiera, uccelli di variopinte e multiformi specie, per lo più rapaci e gabbiani, che si cibano dei cuccioli dei leoni marini o nati morti o ammazzati a beccate (appena arrivati avvistammo appunto sulla riva sabbiosa una torma di gabbiani sbranare un cucciolo di leone marino), ma si avvistano anche altri tipi di uccelli, soprattutto passeri, e l’immancabile e onnipresente teru-teru, così chiamato, con voce onomatopeica, dal monotono intercalare del suo verso: teru teru, teru teru. Dalle acque dei due golfi, nella stagione invernale, sbucano, soffiando acqua dal dorso, le balene, che subito però si rituffano sottraendosi così alla vista impertinente dei turisti che affollano quel bellissimo tratto di mare. Molti parchi naturali si fondano e si aprono ormai in tutto il mondo per proteggere la bellezza dei luoghi (e quelli argentini sono tra i più belli), per preservare l’equilibrio della vita animale e vegetale, per evitare il degrado di un ambiete naturale perfetto, ma la smania di deturpare i luoghi in cui vive o attraverso cui passa sembra propria dell’uomo, irrefrenabile la sua voluttà di snaturare e distruggere il terreno che calpesta.

Il giorno dopo si doveva andare a visitare la colonia di pinguini, circa un milione, che si assembrano a Punta Tombo. Già all’arrivo qualche pinguino della famiglia chiamata Magellano si avvicinava incuriosito, alzando la testa e guardandoci con i suoi due grandi occhi cerchiati, che conferiscono al suo muso l’aspetto di una maschera teatrale, camminano, o piuttosto traballano con le ali ritte sui fianchi come le braccia di un soldato sull’attenti. Ma ci avevano avvertiti di non fissarli troppo a lungo, perché avrebbero potuto riportare lesioni alle vertebre cervicali, col torcere il collo per guardarci, noi bestioni mostruosi alti più di un metro e mezzo, ai loro occhi di eleganti bestiole dalla graziosa statura di 45 cm, al massimo. E soprattutto c’ingiunsero di non toccarli. Li avremmo infettati. Sì, è così, l’uomo infetta gli animali anche solo a toccarli. Il nostro odore per loro è disgustoso, si sarebbe appiccicato come un velo nauseabondo alle loro piume e i compagni dello stormo avrebbero perciò respinto e isolato l’imprudente compagno che si fosse lasciato toccare dall’uomo restandone contaminato, gli altri pinguini non l’avrebbero mai più difeso dall’attacco degli uccelli rapaci e dei leoni marini, e per la tristezza della sua solitudine l’infelice pinguino si sarebbe lasciato morire di fame e i suoi inflessibili compagni avrebbero poi accolto la sua morte come una liberazione. I pinguini magellano sono animali deliziosi. Gridano di paura quando sentono avvicinarsi rumorosamente un gruppo troppo folto di turisti, ma si lasciano avvicinare dall’uomo e si accostano volentieri al visitatore isolato, gli corrono anzi incontro barcamenandosi goffamente, salvo a scappare se lo sfacciato e aggressivo turista fa cenno di toccarlo. Un gruppo di ragazzi in gista scolastica, giorni prima, aveva provocato una tragedia. Uno di loro si era perso tra le dune e i cespugli e aspettando che i compagni lo ritrovassero, per passare il tempo cominciò a giocare a pallone: ma non trovando a propria disposizione un pallone, usò come pallone i pinguini. Ne ammazzò tre, prima che lo ritrovassero. Ma non ci furono per lui spiacevoli conseguenze, nessuna comunque che compensasse, almeno moralmente, l’immeritao destino dei pinguini. Fu sgridato, la stampa esecrò l’episodio, ma nessuno lo rimproverò con troppa severità né tanto meno lo punì per quel misfatto. Si trattava in fondo solo di pinguini, di uccelli. E gli uomini, gli uccelli, li mangiano. Così giustificò il ragazzo, intevistato dal telegiornale, disarmante e sorridente, il professore di ginnastica, tifoso del Boca2, che aveva portato in gita il gruppo. Chi sa, forse gli ufficiali di Videla pensavano lo stesso dei subversivos3 che facevano scomparire. Intervistato da un giornalista inglese, l’inflessibile generale dichiarò una volta, infatti, alla BBC, che loro, i militari al potere, non ammazzavano persone, mica erano criminali! ma toglievano di mezzo solo pericolosi sovversivi e ripulivano la nazione di quella immondizia. Goebbels aveva detto qualcosa di simile, anni prima, quando gli venne chiesto se fosse vero che i nazisti uccidevano gli ebrei. La monotonia con cui i dittatori si somigliano è deprimente.

Ma l’incontro più emozionante non avvenne con questi animali. E non avvenne a Puerto Madryn né a Punta Tombo. Da quasi un mese stavo percorrendo a tappe tutta la ruta 34 che percorre da nord a sud la costa atlantica dell’Argentina, da Buenos Aires fino alla Terra del Fuoco. Paesaggi che si perdono a vista d’occhio, come se l’orizzonte stesse lontano, e si perdesse all’infinito, quasi che la terra volesse imitare la sconfinata immensità del mare. Un paesaggio lunare, per esempio, accoglie l’esploratore che visita, a 165 km da Comodoro Rivadavia, ridente cittadina industriale sull’ Atlantico, il Bosco Pietrificato di Sarmiento, sull’altipiano ricco di petrolio che divide la costa atlantica dai primi rilievi delle Ande. Il lago che fornisce l’acqua alla zona e a gran parte della Provincia di Chubut, era quel giorno squassato dai venti, e la superfice dell’acqua appariva scura come il piombo e paurosamente agitata. Un vento gelido e furioso mi tagliava la faccia. Ma non è di questo che voglio raccontare. Così come non voglio raccontare l’emozione di navigare, per la prima volta, il Canale di Beagle a sud di Ushuaia, la città più meridionale del mondo. Bellissima, situata in una baia stupenda, e circondata dalle vette innevate delle Ande, ma luogo deludente perché ormai irrimediabilmente sfigurato dall’invadenza chiassosa e tracotante del turismo di massa, come Venezia, come Praga, Mont Saint-Michel o il Mar Rosso. Ma per fortuna, una volta salpati, il mare si riprende i suoi diritti di elemento selvaggio. Il colore cinereo dell’acqua si confonde col cielo plumbeo che la sovrasta e l’orizzonte sventaglia il fasto maestoso delle cime perennemente innevate delle Ande che precitano scoscese nell’Oceano. Verrebbe voglia di spingersi fino al capo Horn, oltre l’ultimo faro d’America, prima dell’Oceano Antartico, Les Eclaireurs, e anzi spingersi ancora più a sud, fino all’Antartide. Il rientro nel porto fu avventuroso, s’era alzato un forte e gelido vento da sud e il mare d’un tratto diventò pericolosamente agitato. La nave beccheggiava e ballava come se dovesse naufragare. Ci fu chi si sentì male e sparse sul ponte un fiume di vomito nauseabondo. Toccammo il molo, ma una volta messo il piede sulla terra, l’impressione di instabilità durava ancora, sembrava che la terra proseguisse il moto tempestoso del mare e si muovesse becchegiando come fino a poco prima il ponte della nave.

Sul lungomare del porto di Ushuaia c’è un vecchio caffè, che una volta, alla fine dell’Ottocento, e nei primi decenni del secolo seguente, era insieme un magazzino e un emporio: si chiama appunto El viejo almacén, il vecchio magazzino. Il bancone, i tavoli, le scansie alle pareti e le suppellettili sono ancora quelle del secolo XIX, o tutt’al più dei primi anni del Novecento, come la grande macchina da cucire sul ripiano della grande finestra che dà sul porto. Sugli scaffali invitano all’allegria bottiglie di vino della Terra del Fuoco e di Neuquén, buonissimo, insieme a una incredibile varietà di bicchieri da birra: la birra argentina, come quelle messicane e spagnole, a differenza della mediocre birra italiana, fanno invidia alla birra belga e tedesca, e la birra della Terra del Fuoco è non solo leggera e gradevole, ma lascia anche in bocca, sul palato, un gusto assai dolce. Nella seconda sala, in fondo, faceva bella mostra di sé un grande tavolo da bigliardo. E’ nel Viejo Almacén che avvenne l’incontro. Dallo stereo del caffè arrivava una canzone, un tango. Una voce rauca e calda di baritono cantava la storia di un uomo seduto al caffè che, in un giorno di pioggia, aspetta una donna. I bicchieri di birra, prima, di vino poi (gli spagnoli e gli argentini amano bere la birra come aperitivo) si accumulano sul tavolo, i portacenere si riempiono, viene infine il momento di bere l’aguardiente5, e l’uomo si ubriaca, di alcol, di sigarette e d’amore, ma la donna non viene. E’ un tango bellissimo. L’enfasi con cui viene esibita la disperazoione non disturba. Anzi cattura, contagia. Non dev’essere diversa la disperazione del pinguino contaminato dall’odore dell’uomo. E’ inoltre tipicamente argentino lo spaesamento, nel tempo, più che nello spazio: il passato rivissuto come perdita irredimibile, e il sentimento d’amore, soprattutto dell’amore irrealizzato o perduto, percepito come una malattia, un avvelenamento del ricordo, una contaminazione della giovinezza, una pazzia indesiderata e immedicabile. E non è detto che sia solo l’amore per una donna. Può essere anche la nostalgia degli amici scomparsi, la tristezza dell’infanzia sparita che si materializza nel budello cieco di una stradina, la perdita di un nonno. Ma tutto questo è spiegazione e non spiega il carattere del tango. Tanto meno del tango ascoltato quel pomeriggio, verso il tramonto, in quel Viejo Almacén di Ushuaia. E mi sovvenne a un tratto di quando bambino, insieme ai miei compagni del colegio6, imparavo a danzare le danze tradizionali argentine, antiche e moderne, il gato, il cuando, la firmeza, la malanda, la milonga, la resbalosa e naturalmente il tango. Tutto ciò avveniva non a Buenos Aires, ma a Bahía Blanca, una cittadina che si trova 650 km a sud di Buenos Aires, ai confini della Pampa, e che nei primi decenni del secolo XX, dal suo porto, Ingeniero White, vide partire le grosse navi da carico che fornivano grano e carne all’Europa affamata. Mio padre era stato chiamato laggiù dalla Universidad de la Plata, a fondare la cattedra di geometria analitica per il Dipartimento distaccato di Matematica. La musica di quelle danze, ora, mi ritornava in mente e mescolandosi col tango che ascoltavo mi spaesava, mi catapultava indietro a 50 anni prima, quando non ero certo un ragazzo felice, come avrei potuto? ma non ero nemmeno così consapevole come oggi della sostanziale e immodificabile infelicità della vita. Quel tango mi restituiva la dolcezza di quegli anni con la tremenda consapevolezza di un mondo perduto, proprio perché nel corto circuito dei ricordi s’intrufolava l’angoscia moderna della nuova musica. Decisi di cenare lì, nel vecchio caffè. Ma chiesi chi fosse l’autore del tango e chi lo cantasse. “Él mismo”, rispose la ragazza che stava al bancone: “Cacho Castaña7: ¡lo compuso y lo canta! ¿Le gusta?” “¡Muchísimo!”8.

Non è grande musica. Inutile aspettarsi Discépolo e Gardel. Ma c’è un’aria sinistra che manca al tango storico e manca perfino al malinconico Piazzolla. E’ la musica della desolazione. Della solitudine di un paese che ha subito una mostruosa dittatura, una dittatura che ha fatto sparire 30.000 cittadini, per ripulire la nazione della feccia che l’inquinava, e il presidente che anni dopo avrebbe dovuto riparare i guasti, salvarla dalla rovina di una crisi senza ritorno, e ritornarla ai tempi felici, il presidente Menem, l’ha invece precipitata in una crisi che sembrò irreversibile, l’ha sprofondata nella più atroce miseria di tutta la sua storia, perfino peggio che ai tempi di Rosas9, ha smantellato il sistema ferroviario, isolando così cittadine, villaggi, che solo col treno potevano essere raggiunti, fagocitato e demolito le industrie, assoggettato il paese al capitale staniero come, fino a quel colmo di avidità e cinismo, non era mai successo prima. La donna non arriva. Non può arrivare. L’uomo non lo sa o non vuole saperlo. Chi sa: la donna è forse una desaparecida. L’amante crede invece di essere da lei tradito, di non essere più amato. Sarebbe un dolore meno feroce. La verità lo annienterebbe. Ma quella verità che non si vuole sapere, che non si vuole guardare in faccia probabilmente è l’unica spiegazione dell’assenza: a tradirlo, a non amarlo, e come lui a tradire e non amre tutti gli argentini, è stato qualcuno che ha legato la donna, l’ha scaraventata nella pancia di un aereo e un volta in alto, sul Rio de la Plata, l’ha scarventata di sotto. Il tango non lo dice. E’ concreta solo la desolazione di quel caffè chiamato La Umidità, la solitudine degli anni passati invano. Ma potrebbe essere andata veramente così. La desolazione sta proprio nel fatto che oggi, in Argentina, dietro una tragedia individuale, può sempre celarsi una tragedia collettiva. Ma solo in Argentina?

La voce che cantando si dispera, si dispera per se stesso, per l’abbandono di una donna, ma ascoltandola, quella voce, mi sembra di ascoltare la disperazione di un popolo intero e forse, chi sa, di tutto il mondo. I prossimi venturi potremmo essere proprio noi che ci crediamo scampati. Invece il baratro è là, sempre in agguato, anche se non lo si vede.

1 Famiglia di delfini tipici dell’Oceano Atlantico australe, hanno il ventre candidissimo e il dorso nero come la pece.
2 Squadra di calcio di Buenos Aires, rivale del River Plate.
3 Sovversivi.
4 Si pronuncia ruta tres, strada 3.
5 Sorta di grappa.
6 Liceo.
7 Cacho Castaña o Cacho Castagna, nome d’arte di Humberto Vicente Castagna, nato l’11 giugno 1942 nel barrio (quartiere) di Flores, a Buenos Aires. E’ autore della canzone Café la Humedad. Ha composto più di 2500 canzoni, ma ne ha incise solo 500.
8 “Lui stesso”, — : “lo ha composto e lo canta! Le piace?” “Moltissimo!”
9 Terribile dittatore dell’Ottocento: una prova generale delle dittature del Novecento.

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CAT: Letteratura

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