“Questa terra vicina al cielo”: l’ultimo Bonnefoy

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29 Novembre 2022

Con testo francese a fronte, cura e note di Fabio Scotto – massimo conoscitore e traduttore dell’opera di Yves Bonnefoy in Italia –, Il Saggiatore pubblica l’ultimo libro di versi del grande poeta francese (1923-2016), scritto poco prima di morire: Insieme ancora. Un libro composito, in cui le diverse sezioni si susseguono alternando temi e stili differenti, sebbene nella costante di un unico sentimento di fondo, che potremmo definire di affettuosa malinconia, nella consapevolezza della prossima fine e nella volontà di lasciare una testimonianza di fede non tanto religiosa, quanto etica ed estetica.

Se, come scrive Scotto nella prefazione, il pensiero poetico di Bonnefoy è stato sempre caratterizzato da una “parola aperta, transitiva, desiderosa di costruire il dialogo, l’incontro, la relazione”, pur nella complessità concettuale espressa, tanto più il suo ultimo lavoro documenta l’esigenza di un confronto da protrarre oltre la morte.

La prima sezione del volume, il cui titolo volutamente programmatico indica negli avverbi insieme e ancora il duplice desiderio di una continuità temporale da condividere con gli altri, è un poemetto diviso in tre parti, dove chi scrive prende congedo da sé stesso, dall’ambiente in cui è vissuto e da chi ha amato. Lo fa usando un tono sommesso e intenerito: “È strano, non vi riconosco. / Fa così buio che più non vedo il vostro volto /… Capisco che voi tutti non siete altro / Accanto a me che un’unica presenza, / A chi porgere la coppa, non so / Né voglio, la poso, per un istante. Scorgendo le vostre mani, / Le sfioro con le mie, è sufficiente”. Il senso stringente di comunità, quasi di cenacolo mistico, si esprime sia nell’uso dell’io che in quello del noi (io con voi, tu e io, noi tutti accanto…). Fabio Scotto traduce il verbo francese léguer, coniugato alla prima persona singolare “je vous lègue” (lasciare, tramandare, consegnare in eredità, con un riferimento al lascito testamentario latino, il “legatum”), utilizzando il termine “legare”, forse proprio per sottolineare l’idea di vincolo, di rapporto inscindibile, di promessa da mantenere: “Miei cari, vi lego / L’inquieta certezza nella quale ho vissuto, / Quest’acqua scura trafitta dai riflessi di un oro / …Amici miei, amate mie, / Vi lego i doni che mi faceste, / Questa terra vicina al cielo, ad esso avvinta / Da queste innumerevoli mani, l’orizzonte.  / Vi lego il fuoco che guardavamo / Ardere nel fumo delle foglie secche… //… Vi lego lo squarcio delle tende, / Le finestre che sbattono, / L’uccello che restò imprigionato nella casa chiusa”. Nomina gli alberi, le bestie, i muri, i fiumi, gli ammassi di stelle, i libri dei filosofi amati (Plotino, Kierkegaard…), alcuni stimati insegnanti, e in particolare rende omaggio a sua moglie Lucy, con la quale ha costruito un prezioso rifugio domestico e ha avuto una figlia: “Mi chino, sei tu, / Il sorriso di tanti anni in questa notte”,  “O tu, e tu, Vita nata dalla nostra vita”, “E, nella casa vuota, il nostro bene / Che con noi resta, adesso, nell’attesa / Di averne bisogno l’ultimo giorno”. Non si tratta di compitare un inventario del bene e del male esperiti, restituendo con gratitudine ciò che si è ricevuto, né di voler recuperare nella memoria (“La memoria è questo pozzo”) gli avvenimenti fondamentali del passato, per quanto la reiterata formula “Je me souviens” indichi l’importanza affettiva del ricordo. Il poeta avverte imprescindibile il desiderio di trasmettere a chi rimarrà il senso della bellezza e della grandezza dell’esserci, e dell’essere stato: “Credo, quasi so / Che la bellezza esiste e significa”, “È il mio bisogno di continuare a credere / Che abbia senso essere”, anche in una visione laica della realtà, che non si illuda di alcuna sopravvivenza ultraterrena. Una volta raggiunta “La frontiera laggiù tra tutto e nulla”, alla fine trova un senso “sia l’Uno che il molteplice”, se si riesce a conservare “La parola insensata della poesia”, che nella sua fragile gratuità racconta l’incanto di ciò che è vivo.

Assolutamente diverse nella forma e nei temi sono le successive sezioni che compongono il volume,(L’orsa maggiore, Il piede nudo, Insieme la musica e il ricordo, Poesie per Truphémus, Briefewege, Perambulans in noctem), in cui Yves Bonnefoy utilizza brani in prosa, dialoghi di impianto teatrale, sentenze aforistiche, appunti di cronaca, illustrando motivi, argomenti, materie da lui affrontate con passione per tutta la vita: filosofia, astronomia, musica, arte, mitologia, fotografia, traduzione poetica, sempre alla ricerca del significato ultimo del reale, e della luce spirituale che permea l’esistenza.

Nei due poemetti L’orsa maggiore e Il piede nudo, lo stile adottato dal poeta risulta del tutto nuovo. In dialoghi a più voci, si rincorrono ipotesi sull’oltrevita, sui suoni e silenzi che animano gli spazi siderali attorno al nostro piccolo pianeta. O ancora reminiscenze bibliche, brandelli di sogni, sfocati fotogrammi di ambienti popolari: frasi brevi, spesso ripetitive e percussive, mimano il linguaggio drammatico, il gergo infantile e le conversazioni telefoniche, sottolineando lo spaesamento stupito dell’autore di fronte alla complessità dell’esistente, mentre personaggi disincarnati tentano di dare una risposta surreale ai propri esitanti interrogativi. I sette sonetti che compongono Insieme la musica e il ricordo descrivono l’abbandono di due amanti nell’ascolto di un’opera lirica, che travolgendoli nell’anima e nei sensi, li unisce in un’estasi mai prima provata (“Due corpi che scivolano nel tempo che non è più”), mentre in Poesie per Truphémus è l’arte ad avere ampio spazio di riflessione e ispirazione, esprimendo una delle grandi passioni di Bonnefoy, magistrale interprete di pittori (da Goya a Poussin, da Signac a Hopper), che qui ha agio di celebrare la fusione vitalizzante dei colori: “Entra con questo rosso vinaccia, questo giallo ocra, /  Questo blu d’altri tempi, / Fa’ che afferrino la mano della luce, / Che la guidino!” Briefwege è una breve sezione che raccoglie ricordi di visite in tre luoghi diversi, tra cui anche un carcere minorile campano. Ma è in Perambulans in noctem che la voce poetica di Bonnefoy ritrova il suo particolarissimo timbro espressivo, pur nella specificità formale del poema in prosa. Nei dodici brani di narrativa lirica si affrontano tematiche culturali, come l’impossibilità di tradurre un qualsiasi testo senza ricrearlo, tradendolo necessariamente (“E s’immerge ancora, s’immerge più in là, più in basso, s’immerge ancora sempre più in basso, il traduttore”), oppure il miracolo di un dipinto che tenta di far rivivere la natura sulla tela, e memorie personali, erranze, visioni, introspezioni, indagini etimologiche, sempre nella tonalità evocativa che “tenta di portare  la parola al grado d’infinito del cielo stellato”.

 

YVES BONNEFOY, INSIEME ANCORA – IL SAGGIATORE, MILANO 2022, pp. 248

A cura di Fabio Scotto

 

 

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CAT: Letteratura

Un commento

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  1. dino-villatico 2 mesi fa

    Mi sono fatto venire il libro, che è del 2016. È arrivato stamattina. E ho anche scritto un post. Bella questa presentazione. Che ribadisce un punto per me fondamentale: oggi circolano idee sulla fine della poesia incentrata sull’io – che è una formula assai riduttiva della poesia anche dell’ermetismo e delle avanguardie: è l’io che guarda il mondo, più spesso dell’io che si guarda dentro o quando si guarda dentro è per interrogarsi sul senso del mondo. Qualcuno teorizza addirittura una poesia in un cuui il linguaggio si fa inespressivo, per rappresentare l’inespressività dell’oggi, il Kitsch che domina sovrano. Non sono d’accordo. Non perché credo impossibile una tale poesia, ma perché non la credo l’unica possibile. Il sublime, che l’anonimo antico riconosce nella poesia di Saffo, esiste. Esiste ancora. Bonnefoy ne è un’attuazione. Grazie, Alida, per questa continua attenzione alla sensibilità della scrittura che coglie aspetti e realtà non immediatamente percepibile del vero. O di ciò che possiamo chiamare vero, del senso delle cose: che siamo noi a riconoscerlo, non sta nelle cose.

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