Perché siamo così mediocri e sciatti nel parlare la nostra lingua?

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6 novembre 2015

«Il 70% della popolazione italiana mostra serie difficoltà a usare la lingua nelle forme della lettura e della scrittura. Il dato non riguarda solo soggetti socialmente ed economicamente svantaggiati: anche persone agiate o con responsabilità lavorative di rilievo danno prova dei medesimi deficit. E pare che non si curino affatto della cosa né che se ne vergognino. Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), la capacità di comprendere i testi in Italia è assai bassa. Ed è preoccupante nelle produzioni scritte di giovani e adulti l’assenza di capacità argomentativa e di tenuta testuale. Ci si accontenta di un lessico ridotto, di frasi fatte e modismi, stereotipi derivati dai mass media. Si sa l’italiano, ma lo si capisce poco appena si fa un po’ più complesso». A tracciare questo quadro critico delle competenze linguistiche degli italiani è Enrico Testa, professore di Storia della lingua italiana all’Università di Genova, poeta, nonché autore del saggio “L’italiano nascosto” (Einaudi, 2014), in cui, tra le altre cose, si analizzano i testi prodotti da persone semicolte nel ’500 e nel ’600.

A supporto delle parole di Testa c’è quanto è emerso nell’inchiesta condotta nel progetto Adult Literacy and Life Skills (All) del 2006 per cui in Italia ci sarebbero numerose persone, anche con un tenore di vita elevato, che sono in grado di leggere messaggi semplici, come le informazioni contenute nei bugiardini dei farmaci da banco, ma che non sanno comprenderne il senso. E, ancora, i risultati dell’indagine Programme for the International Assessment of Adult Competencies (Piaac) del 2013 sulle competenze degli adulti dai 16 ai 65 anni evidenziano una nostra distanza rispetto agli altri paesi: gli italiani sono in fondo alla graduatoria delle competenze linguistiche. Il livello 3 o superiore è raggiunto, in literacy, solo dal 29,8 % della popolazione.

Professor Testa, perché, stando a quello che risulta da studi specialistici, la competenza linguistica di molti italiani è così bassa e deficitaria rispetto a quanto si registra in altri paesi avanzati?
Una risposta possibile e che segna pure la differenza con altri paesi avanzati sta forse nella somma di più fattori: miopia politica e imprenditoriale nei confronti di scuola e università, mancata attenzione delle élite verso il problema del nuovo analfabetismo, scarsa qualità dei nostri mezzi informativi, strapotere della società della comunicazione e dello spettacolo. Secondo i dati di una ricerca di IHS Technology pubblicati il 2 settembre 2015, gli italiani passano in media ogni giorno quattro ore e venti minuti davanti alla televisione, secondi solo agli statunitensi. E tutto questo in assenza di anticorpi più diffusi in altri paesi, come l’abitudine alla lettura. Un recente rapporto di Save the Children ci informa che il 48,4% dei minori italiani tra i 6 e i 17 anni non ha letto neanche un libro nel 2014. Un ragazzo su due. In questa situazione vogliamo continuare a stupirci di come parlano i partecipanti alle trasmissioni di Maria De Filippi?

C’è quindi un rapporto tra la situazione descritta sopra e il calo recente dei lettori?
È difficile non pensarlo. Gli italiani sono sempre stati dei lettori deboli. E il processo di distacco dal libro continua non solo tra gli adolescenti di cui si parlava prima. Un’inchiesta dell’Associazione italiana editori (Aie) ha registrato nel 2014 l’uscita dal mondo della lettura di ben 820.000 lettori. Il dato si sovrappone a quanto avvenuto nel 2013, quando coloro che hanno dichiarato di aver letto almeno un libro all’anno sono stati appena il 43% della popolazione. Né vengono notizie più incoraggianti dagli e-book e dai libri, non certo di complessa partitura linguistica, che sono ai vertici delle classifiche di vendita. Al riguardo, una recente indagine Kobo rivela che la stragrande maggioranza dei lettori non arriva alla fine dell’opera: si ferma prima. Quindi, si leggono pochi libri e quei pochi neppure per intero.

I semicolti dei secoli scorsi, spesso persone che non avevano avuto l’opportunità di accedere a livelli elevati di istruzione, erano più consapevoli dell’importanza di compiere sforzi per raggiungere una formazione e un uso della lingua superiori di quanto lo siano oggi molte persone?
I semicolti del passato parevano, pur in assenza di quelle condizioni strutturali favorevoli che si sono determinate nel corso del Novecento, puntare con più decisione alla conquista della lingua, consapevoli sia del valore della tradizione sia della sua utilità per crescere economicamente e socialmente. Ora una certa sazietà linguistica, fondata sulla convinzione che la conoscenza dell’italiano sia ormai un fatto scontato, induce invece ad accontentarsi del suo livello meno articolato, della sua versione, come dire, di consumo.

Una ricerca recente dell’Università di Zurigo sostiene che nel tempo, in virtù di una tendenza dei nostri processi cerebrali, l’uomo sia portato a semplificare la grammatica e il linguaggio. Qual è la sua opinione?
Il concetto di semplificazione non è, con una battuta, affatto semplice. Da un lato, bisogna tenere conto delle modalità e delle condizioni d’uso della lingua, dall’altro del fatto che talvolta alla riduzione della complessità si accompagna invece, in una diversa zona del sistema, un aumento della stessa. Prendiamo, ad esempio, un fenomeno noto e comune anche ad altre lingue romanze: l’arretramento, nello standard, del passato remoto in favore del passato prossimo. Qui il sistema verbale diviene in effetti più semplice, ma, dal punto di vista della struttura formale, il passato prossimo, in quanto perifrastico, è in realtà più complesso del passato remoto. In generale, la semplificazione, oltre a riguardare i pidgins, le lingue creole e le varietà d’apprendimento, è di solito attribuita, sia pure con alcune perplessità, al parlato. Dove, per fare un solo caso, si nota la prevalenza dell’indicativo presente, anche al posto del futuro. Non è inutile ricordare che la forma più comune di semplificazione linguistica è quella, operata dall’alto, della riforma ortografica. Per guardare fuori dai nostri confini, il 13 maggio 2015 il portoghese, una delle lingue più parlate al mondo, ha visto entrare in vigore un nuovo accordo ortografico che, nel segno della semplificazione e dell’uniformità, toccherà, a dicembre, anche il Brasile. A tenere conto di fenomeni come questi, della sparizione di tante lingue minoritarie con le loro differenze, del diffondersi delle lingue di contatto, parlate dai figli e dai nipoti degli immigrati, si può in effetti pensare ad una generale tendenza alla semplificazione. Ma per motivi, credo, più economico-finanziari, politici e ideologici che astrattamente mentali.

In sintesi, in che condizioni si trova oggi l’italiano?
L’atteggiamento dei linguisti, primo fra tutti Tullio De Mauro, nei confronti dell’italiano odierno è piuttosto equilibrato: si sottolinea la massiccia diffusione dell’italofonia, l’azione unificante realizzata dai mezzi di comunicazione di massa, l’alto indice di scolarizzazione rispetto al passato, lo scarso peso effettivo degli anglismi, ritenuti solo in apparenza invadenti. Tranne isolati spiriti apocalittici e qualche sommesso lamento, non visto però di buon occhio, l’opinione dominante è che l’italiano goda nel complesso di discreta salute.

Quindi, nonostante i problemi che interessano soprattutto gli ambiti della scrittura e della lettura, la situazione non è poi così drammatica.
Definire drammatico lo stato dell’italiano è forse eccessivo. Ma se si lega, come credo si debba, lingua a cultura, lettura a comprensione, strumento verbale a capacità di usarlo nei vari contesti e registri, il quadro, dal mio punto di vista, non induce a nessun trionfalismo. Almeno un accenno di preoccupazione mi pare d’obbligo. E credo sia doveroso darsi da fare in ogni sede e occasione. Perché non solo di lingua si tratta.

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In copertina, Domenico di Michelino, Dante e il suo poema, affresco, 1465, Duomo di Firenze

TAG: Enrico Testa, lingua italiana
CAT: Letteratura

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