Sulla grande poetessa Amelia Rosselli

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1 Febbraio 2024

Amelia Rosselli (nata nel 1930 a Parigi, morta suicida nel 1986 a Roma) era figlia di Carlo, leader della formazione antifascista “Giustizia e Libertà”. Innanzitutto la Rosselli mette a servizio della sua poesia tutto il suo psichismo.  Purtroppo non è sempre riuscita a mettere tutta la sua poesia al servizio del suo psichismo. Forse si sarebbe salvata dal gesto estremo.  Questa è stata una sconfitta prima di tutto di chi la conosceva e in secondo luogo della comunità poetica del tempo. Ma è stata anche l’indifferenza della società che l’ha uccisa giorno dopo giorno, con piccole dosi omeopatiche. Per molti era solo un fenomeno da baraccone, che guardavano incuriositi al Maurizio Costanzo Show (e Costanzo non ne aveva alcuna colpa. Sia ben inteso). La sua vita, nonostante un minimo di notorietà, fu sempre in salita. Oppure molto più probabilmente il motivo scatenante della sua scomparsa è stato vedere all’obitorio il cadavere del padre, sventrato dai fascisti a soli sette anni.  Nessuno saprà mai dire se era una donna sola perché aveva voluto essere sola o perché l’avevano lasciata sola. Forse più che essere sola si sentiva sola in quanto riteneva di non essere compresa. Forse lei in quegli ultimi frangenti era impossibilitata a chiedere aiuto.  Forse era troppo orgogliosa per chiedere aiuto, forse nessuno poteva aiutarla. Sono tutte ipotesi da vagliare. Non si può far a meno di scrivere ciò quando si tratta della Rosselli, anche se si vorrebbe non affrontare questa tematica.  Ancora oggi a distanza di anni se sono stati pienamente riconosciuti i suoi meriti letterari, altrettanto non si può dire che  siano stati compresi pienamente la sua sofferenza interiore e la sua parabola esistenziale. Va detto però che le cose che scriveva erano anche  l’effetto del suo dramma, mai dichiarato, mai esplicitato a chiare lettere. Nessuno sa con certezza quanto dalla biografia derivi la personalità di base e quanto da quest’ultima scaturisca la poesia. Per molti critici c’è poesia solo nell’enigmatico, nel criptico, nella polisemia. Sotto questo aspetto la sua poesia era il non plus ultra; raggiungeva vette ineguagliabili. Leggerla a ogni modo significa domandarsi legittimamente di quanta vita inconscia sia fatta la nostra vita e non sto parlando semplicemente del tempo impiegato a dormire, ma di quello perso negli automatismi psichici, di quello perso tra il sogno e la veglia, dei nostri rancori, delle dislocazioni della coscienza (“Penso dove non sono, dunque sono dove non penso” scriveva Lacan), dell’immaginazione libera, delle ossessioni più o meno dichiarate che tutti abbiamo.  Poco importa esaminarla da un punto di vista psicologico. Le sue tare, vere o presunte, devono passare in ultimo piano. Non è della sua problematicità psicologica o esistenziale che è fatta la sua poesia, ma solo una minuscola parte. Non sono neanche i suoi traumi psicologici (la morte del padre, quella della madre, quella di Rocco Scotellaro) né il delirio persecutorio o il morbo di Parkinson a fare la sua poesia. Al centro della sua poesia non c’è solo la biografia; non ci sono  solo  la sua difficile collocazione per quanto riguarda l’appartenenza linguistico-culturale o per quel che concerne quella letteraria, avendo partecipato con molto distacco e molta ironia al gruppo 63. Al centro della sua poesia c’è però sempre la sua vita psichica coniugata  in tutte le sue forme ed espressa con frequenti lapsus, non il delirio né lo sproloquio. Pasolini nel 1963 scriveva: “Uno dei casi più clamorosi del connettivo linguistico di Amelia Rosselli  è il lapsus. Ora finto, ora vero: ma quando è finto, probabilmente lo è nel senso che, formatosi spontaneamente, viene subito accettato, adottato, fissato dall’autrice sotto la specie estetica di una «invenzione che si fa da sé». […] Tuttavia, io direi che più che di specie culturale (e lo sono) i lapsus della Rosselli, sono di specie ideologica”. La Rosselli scriveva in “”Spazi metrici”: “Interrompevo il poema quando era esaurita la forza psichica e significativa che mi spingeva a scrivere; cioè l’idea o l’esperienza o il ricordo o la fantasia che smuovevano il senso e la spazio. […]”. Totalmente innovativa è l’idea di andare oltre una  metrica accentuativa e fondarne una nuova, basata sul reiterarsi delle frasi, della sintassi. Quello su cui comunque voglio porre l’accento non è l’immane talento lirico né la psicosi ma  la sua forza psichica, indipendentemente da dove questa arrivasse e dal fatto che il delirio fosse la sua fonte o meno. Già troppi hanno parlato della sua poesia come scrittura del trauma. Lo stesso Pasolini aveva sottolineato che nella  sua poesia era centrale la Nevrosi e il Mistero. Io invece ritengo che moltissimi si siano soffermati sulla sua nevrosi, considerandola più un caso clinico che un grande caso letterario. Ma non si può essere completamente d’accordo sul pensiero di Pasolini a riguardo perché nella società occidentale quasi tutta la poesia è frutto della nevrosi. Invece relativamente poco al confronto è stato detto sulla scrittura della poetessa come mistero e come ricerca. Si potrebbe anche rovesciare l’opinione di Pasolini e ritenere che nella sua poesia la Rosselli cercasse di eludere i più grandi traumi della sua vita. Purtroppo la poetessa ha affrontato un’impresa titanica perché quei traumi erano ineludibili. A tal riguardo si potrebbe affermare che la poesia non fosse stata sufficientemente terapeutica per lei  oltre a ricordare il fatto che per superare un grave trauma la poesia, neanche la migliore, è sufficiente, ma ci vogliono un analista e degli psicofarmaci efficaci. A ogni modo una cosa che salta subito all’occhio è che la poesia della Rosselli, pur essendo ostica, comunichi subito il suo dolore; fa diventare subito nostro il suo mondo interiore. Non altro. La Rosselli va ammirata poeticamente,  non va capita soltanto da un punto di vista psicologico. Qualcuno malignamente sostiene che senza la sua storia personale non sarebbe diventata una grande poetessa oppure che sia stata sopravvalutata. In realtà a onor del vero  la sua genialità sarebbe emersa da ogni tipo di esistenza e la sua poesia è un unicum nella storia della letteratura del Novecento. Poco importa se la sua personalità o le sue vicende irrompano,  seppur raramente,  nei suoi versi. L’importante è la resa lirica. Parte della critica talvolta ha scritto che la Rosselli dava forma all’informe, che metteva in scena il materiale spurio. Anche se così fosse prima di lei nessuno lo aveva fatto così bene. Di questo dobbiamo tutti prenderne atto. Per Lacan l’io è un sintomo oltre al fatto che l’io per Freud nasce dall’Es. La cosa migliore, leggendola, è farsi trascinare dai suoi versi, dalla sua corrente psichica, senza mai scordarsi che il lato psichico e quello verbale coesistono. Basta leggere “La libellula”, “Variazioni belliche”, “Diario ottuso”. Il grande critico Mengaldo parlerà di “lingua del privato”. Giorgio Patrizi evidenzia che l’inconscio magnatico della Rosselli emergeva spesso dalla quotidianità.  La Rosselli padroneggiava talmente tanto le parole che riusciva spesso in mirabili cortocircuiti verbali. La sua era allora una poesia divisiva.  C’era chi la imitava e l’ammirava. Ma c’era anche chi come la ragazza “cioè” al festival di Castel Porziano la guardava con diffidenza e sospetto (che poi chiedere “cioè?” dopo una poesia è semplice ma stupido; è come fare il gioco dei perché ai più colti). Concludendo, leggendo, ci  sembra di saper tutto di lei e sembra che lei sappia tutto di noi. Tutto ciò non è cosa da poco. Lei si definiva “morta alla vita”. Di Eros Alesi, scomparso prematuramente,  la critica ha rilevato che scrivesse dall’oltretomba. Ho la stessa netta impressione anche leggendo spesso la Rosselli. Eppure non si può far propria, leggendo i suoi versi, la sua solitudine. Ma forse era più lei a aver compreso noi posteri di quanto noi possiamo comprendere lei perché alcune poesie sono inarrivabili, irraggiungibili.

 

 

Contiamo infiniti morti! la danza è quasi finita! la morte,

lo scoppio, la rondinella che giace ferita al suolo, la malattia,

e il disagio, la povertà e il demonio sono le mie cassette

dinamitarde. Tarda arrivavo alla pietà — tarda giacevo fra

dei conti in tasca disturbati dalla pace che non si offriva.

Vicino alla morte il suolo rendeva ai collezionisti il prezzo

della gloria. Tardi giaceva al suolo che rendeva il suo sangue

imbevuto di lacrime la pace. Cristo seduto al suolo su delle

gambe inclinate giaceva anche nel sangue quando Maria lo

travagliò.

Nata a Parigi travagliata nell’epopea della nostra generazione

fallace. Giaciuta in America fra i ricchi campi dei possidenti

e dello Stato statale. Vissuta in Italia, paese barbaro.

Scappata dall’Inghilterra paese di sofisticati. Speranzosa

nell’Ovest ove niente per ora cresce.

Il caffè-bambù era la notte.

La congenitale tendenza al bene si risvegliava.

 

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Fiori vengono in dono e poi si dilatano

una sorveglianza acuta li silenzia

non stancarsi mai dei doni.

Il mondo è un dente strappato

non chiedetemi perché

io oggi abbia tanti anni

la pioggia è sterile.

Puntando ai semi distrutti

eri l’unione appassita che cercavo

rubare il cuore d’un altro per poi servirsene.

La speranza è un danno forse definitivo

le monete risuonano crude nel marmo

della mano.

Convincevo il mostro ad appartarsi

nelle stanze pulite d’un albergo immaginario

v’erano nei boschi piccole vipere imbalsamate.

Mi truccai a prete della poesia

ma ero morta alla vita

le viscere che si perdono

in un tafferuglio

ne muori spazzato via dalla scienza.

Il mondo è sottile e piano:

pochi elefanti vi girano, ottusi.

TAG: Amelia Rosselli, Poetessa, Poetessa italiana
CAT: Letteratura

Un commento

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  1. dino-villatico 4 settimane fa

    Ma perché tentare ipotesi interpretative di un suicidio quando non si conoscono tutte le circostanze e, soprattutto, non si è conosciuta la persona o non si hanno documenti sufficienti per essere certi di conoscerla? Come per Anne Sexton, i medici hanno una grande responsabilità per quanto è accaduto. Averle negato i farmaci che assumeva regolarmente per sopire i propri démoni, li ha sciolti, scatenati. Non è lei che dobbiamo interrogare: ci ha risposta con dovizia nelle sue poesie. Ma la superficialità e l’insensibilità del medico che le ho tolto il bastone sul quale poggiava la sua fragilità.

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