Faber e “La canzone dell’amore perduto”

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24 agosto 2019

“Ricordi, sbocciavan le viole con le nostre parole.
Non ci lasceremo mai, mai e poi mai.”

Questo è l’incipit de “La canzone dell’amore perduto” di un grande poeta, Fabrizio De Andrè, ispirata ad una melodia coinvolgente: l’adagio di “Concerto per tromba, archi e continuo” del tedesco Georg Philipp Telemann.
È dedicata al suo primo amore, la moglie Enrica Rignon,detta Puny, e segna la dimostrazione di una passione svanita tra i due.
De Andrè descrive questo amore ormai tradito dal tempo e gli riconosce un’indubbia dignità nella sua vita.
Secondo la Rignon, il legame fra i due era intensissimo e protetto anche dalla fede religiosa di Faber, dimostrata dalla preghiera che il cantautore genovese, nella sua pudicizia, teneva tutte le sere.
La scintilla del “miracolo del Due” dell’amore è comparabile all’altro prodigio, quello dello sbocciare, dello germinare delle viole che hanno il colore luminoso che si avvicina al cielo e al mare.
E le viole fioriscono come le parole, alla stessa stregua dei versi degli innamorati che si promettono amore eterno.
Quando si dice alla propria amata «non ci lasceremo mai», si prova un’inquietudine, un timore: pare smarrirsi il senso della propria vita e di essere sollevati in una condizione nuova, ove si pone ogni possibile trasfigurazione per un perseverante bisogno di bellezza e di poesia.
Sul volto dell’amata si ammira la gioia sentita nel fondo dell’anima, come il ripullulare endemico di una scaturigine perenne, una continua genesi d’una vita superiore in cui tutte le apparenze si sublimano, come nella virtù di un magico specchio.
Si dice all’amata:“Tu sei la mia voluttà e sei il mio risveglio. Il più semplice dei tuoi atti basta a rivelarmi una verità che ignoravo. E l’amore è come l’intelletto: risplende a misura delle cose limpide ed adamantine”.
Ma l’amore può non durare, può perdersi e diradarsi: De Andrè paragona il declinarsi all’appassire delle rose. Resta solo “una svogliata carezza ed un po’ di tenerezza”.
Nell’amore prende l’abbrivio la malinconia, si perde la speranza tenace, si smarrisce il segno di tutte le cose buone, forti e libere.
I fiori gelati si chinano e respingono la luce vivificatrice; si piegano sul gambo, come la dolorosa testa umiliata dalla vita asperrima che perde il penetrante balsamo.

“E quando ti troverai in mano 
quei fiori appassiti al sole 
di un aprile ormai lontano, 
li rimpiangerai”.

Perché i fiori di aprile rappresentano la leggerezza, nell’amore perduto, volata via.
La penombra invade il cuore toglie la luce e porta il buio.
Anche la bellezza sfiorisce, perché l’amore perduto strappa i capelli.
Scrisse Baudelaire : “Lasciami respirare a lungo, a lungo, l’odore dei tuoi capelli. Affondarvi tutta la faccia, come un assetato nell’acqua di una sorgente, e agitarli con la mano come un fazzoletto odoroso, per scuotere dei ricordi nell’aria”.
Nell’amore perduto questi capelli sono crespi, ispidi, non più soffici ed asciugano lacrime di addio.
Solo la tenerezza supplisce all’amore come una triste speranza, illanguidita: ci si avvia alla rassegnata chiusura di un’esperienza irripetibile, con una “svogliata carezza” che sposta il ricordo più in là, nell’acquitrinosa  palude: è un rimpianto bruciante e lacerante che ostinatamente non si vuole più  che riaffiori.
Finisce la passione, ma l’amore è indelebile; fa ancora stringere mani, anche se i corpi non si toccano più.
Ma l’amore può rinascere, rivivere in nuovo volto incontrato per strada, come la primavera rigenerante che porta i colori di un desiderato incanto. Così Cupido fa scoccare i suoi dardi pregni ed imbevuti del dolcissimo veleno, per caso.
Il nuovo volto si staglia e si imprime dentro di me. Sento l’amore in tutte le vene, nei tuoi capelli salire, salire; vedo effondersi dallo sguardo dei tuoi occhi  un’intensa luce, che rimuove la vecchiezza di modi e dona agilità giovanile.
Quando le tue palpebre battono, sento ribollire il mio sangue e l’ombra delle tue ciglia toccano l’intimo della mia anima.
Solo tu estingui la sete d’amore che implacabile tende avidamente ad assaporare la freschezza del nuovo vento, catartico e purificante che sveglia l’eterna giovinezza non più impolverata dal tedio del tempo.
I nuovi baci coprono d’oro il nostro cammino e sentiamo  la rinascita della primavera che ci distoglie dal cupo inverno, di un amore perduto che non ritornerà più.
Forse l’oro della canzone prelude alla nuova leggerezza, all’amore per Dori Ghezzi, i cui capelli erano di un biondo scintillante, come il prezioso e rutilante metallo.
Magnifico Faber.

Biagio Riccio

TAG: Fabrizio De André, la canzone dell'amore perduto, Musica, musica italiana
CAT: Letteratura, Musica

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