Per salvare il sapere

30 Marzo 2024

Alessandro Carrera, professore di Italian Studies e World Cultures and Literatures alla University of Houston, in Texas, è autore di numerosi volumi di critica letteraria, di romanzi e poesie; si interessa da sempre di musica, e per Feltrinelli ha tradotto tutte le canzoni e le prose di Bob Dylan, a cui ha dedicato diversi studi. È pienamente titolato, quindi, a interrogarsi – nel suo volume Sapere, edito da Il Mulino – sul valore della cultura e della sapienza che ad essa si collega nell’origine e nelle finalità: sapere inteso come “bene” non solo intellettuale, ma anche etico, civile, di collante sociale. “Il sapere non è né l’istruzione che ho ricevuto né la somma dei libri che ho letto. Inizia insieme all’umanità, ben prima che si formi la nozione di cultura. È, per prima cosa, il sapere delle origini…” Quindi, il sapere è originario e collettivo, si differenzia presto dalla cultura, anche se spesso le loro strade si intersecano. Con un’azzeccata intuizione, Carrera definisce il sapere come l’inconscio della cultura, la quale può essere classificata, conservata in biblioteche, commercializzata e addirittura cancellata. Il sapere no, rimane, resiste, è indistruttibile, perché introduce alla visione delle idee, non ha una funzione eminentemente pratica. Il problema da porsi è come tramandarlo alle generazioni future, in maniera non dogmatica né gerarchica.

Il primo capitolo del libro si occupa proprio della gerarchizzazione del sapere, a partire dalle esperienze personali dell’autore: un suo primo impiego come caporedattore in un giornale di medicina e alimentazione alternativa, gli studi di estetica musicale, il trasferimento negli Stati Uniti nel 1987, un viaggio a Kyoto a visitare il parco Ryoanji. Esperienze che l’hanno convinto dell’irrilevanza delle teorie che pretendono di spiegare il reale, catalogandolo, quando invece vengono continuamente superate, modificate da nuovi paradigmi ideologici (hanno stancato molti -ismi idolatrati in passato: strutturalismo, personalismo, esistenzialismo, storicismo, cognitivismo ecc.). Al loro posto si stende un’orizzontalità assoluta, un vuoto che è anche immanenza ma in senso antigerarchico, disegnando una diversa topologia dei campi del sapere, dove non esiste “né sopra né sotto, né destra né sinistra”. Alla verticalità cristallizzata di valori – in scala, a seconda della loro rilevanza e del loro prestigio culturale – si sostituisce la ricchezza della compresenza di posizioni e situazioni non confrontabili tra loro, eppure ugualmente potenti. “I Beatles sono ‘come’ Stockhausen, Bob Dylan è ‘come’ Miles Davis”. Ogni prodotto culturale in futuro sarà letto con criteri interpretativi oggi sconosciuti: bisogna riuscire a considerare artefatti diversissimi tra loro sul piano della compresenza, pur sapendo che appartengono a momenti temporali diversi e non paragonabili, per approdare a un pensiero non gerarchico, analogico, immediato. Il concetto di diacronia va relativizzato rispetto alla sincronia dei saperi nel momento in cui appaiono, globalmente e in maniera differenziata: la cultura dominante mezzo secolo fa oggi è considerata di nicchia, non più egemonica, e viene di continuo sostituita da nuovi saperi prima ritenuti periferici, di minoranza.

Quale sapere trasmettere, quindi, e come? Nel secondo capitolo Alessandro Carrera riflette sulla sua professione di docente, ora universitario, precedentemente in ogni grado di scuola. Ironicamente si definisce un disc jockey della cultura, dato che oggi i concetti di classicità, bellezza, significanza sono stati profondamente modificati in senso funzionale: di efficienza, resa economica, produttività. Il tablet, nella sua piattezza unidimensionale, è più comodo del libro; la rapidità è preferibile alla lentezza; il progresso tecnologico è essenziale, mentre le discipline umanistiche non lo sono. Anzi, mancando di utilità pratica, costituiscono un privilegio. Se il knowing how è più importante del knowing what, l’insegnante dovrà adeguarsi a una nuova metodologia di trasmissione del sapere, tracciando un ambiente di apprendimento non lineare, trasmettendo capacità di discernimento, idee, gusto, stile, e concependo collegamenti attraverso cui le opere confluiscono una nell’altra, in forme contigue che si incastrano tra di loro. Come fa il dj miscelando musiche diverse. Confessa Carrera: “Faccio girare qualunque remix riesco a trovare. Ho imparato a tagliare, mischiare, graffiare, campionare e sequenziare. Imposto le frequenze, passo da una playlist all’altra in dissolvenza incrociata e ci faccio sopra qualche rap. Ma sia chiaro che non sto insegnando nulla, e lo so benissimo. Certamente nulla di come è stato insegnato a me. Sto facendo il dj della cultura”.

Insomma, l’interpretazione pare valere di più della comprensione, e la conoscenza non sembra importante quanto la comunicazione. Ma anche la comunicazione presenta pericoli, equivoci, tranelli: negli ultimissimi anni, più che la pandemia, il cambiamento climatico, le guerre in Europa orientale e in Asia, o il divario economico tra i ceti sociali, l’opinione pubblica si è focalizzata su due problemi messi in luce dal movimento MeToo e dall’uccisione dell’afroamericano George Floyd a Minneapolis: le questioni riguardanti il sesso e la razza “hanno messo in gioco l’intera autopercezione della cultura occidentale, nonché di riflesso planetaria”, più di qualsiasi altro argomento politico internazionale. I gender studies e i race studies monopolizzano tutte le ricerche e discipline nelle facoltà umanistiche, provocando una radicalizzazione estrema delle scelte e degli usi linguistici. La political correctness e la cancel culture, pur giustificate negli obiettivi da raggiungere, utilizzano spesso metodi di sorveglianza sulla produzione scritta e orale capaci di creare faglie epistemologiche di difficile ricomposizione, senza riuscire a sanare le lacerazioni che qualsiasi approfondimento culturale e scientifico crea nelle coscienze più fragili. Quale soluzione si può proporre che non sia inibente nei riguardi delle varietà culturali? Forse, senza pretendere di fornire scandagli esaustivi di analisi alle nuove generazioni, basterebbe fornire loro ciò che è sufficiente “per passare all’azione, per vivere”, scendendo dalla cattedra, e ponendosi tutti assieme le stesse domande.

 

ALESSANDRO CARRERA, SAPERE – IL MULINO, BOLOGNA 2023, p. 152

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CAT: Letteratura, università

3 Commenti

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  1. massimo-crispi 3 settimane fa

    Io credo che fare il dj della cultura sia un’operazione essenzialmente estetica, perché è come comporre un mosaico con pezzi raccattati qua e là, fuori dal contesto che ha generato l’opera intera. Provo a fare qualche esempio.
    Prendiamo il ritratto più famoso del mondo, la Gioconda di Leonardo, e applichiamo un tailleur di Coco Chanel, dei colori fluo, uno sfondo delle Maldive o di grattacieli di Dubai da agenzia di viaggio.
    Oppure facciamo un mix della Traviata con West Side Story, Il gobbo di Notre Dame, la Vedova Allegra, il Paese dei Campanelli, La La Land, Dimmi che non vuoi morire, Ma mi ma mi ma mi, Core ’ngrato, Ciuri Ciuri, Sakura sakura, Quarantaquattro gatti, Mamma mia e così via.
    Oppure mettiamo insieme tutti i primi capitoli dei romanzi e delle novelle dal Settecento a oggi e facciamo il superromanzo, dove Lucia Mondella convive con Madame Bovary, Moll Flanders, la signora Ponza e la signora Frola, e così via, scambiandosi ruolo e formando il mix del futuro per “comunicare”. Rita Cirio aveva scritto “Dodici Cenerentole”, in un’esilarante carrellata di interpretazioni della favola secondo i drammaturghi da Eschilo a Beckett.
    Oppure mescoliamo le vicende storiche e facciamo incontrare, in questo mix, Giulio Cesare con Che Guevara o con Mao Tse Tung e facciamo finta che giochino a RisiKo, è un bel mix, non c’è che dire.
    Sono indubbiamente operazioni di remix estetico, un frullato di culture diverse che magari possono essere, a volte, tangenziali, ma cui prodest?
    Non comprendo bene dove vorrebbe andare a parare Carrera con questa sua dichiarazione.
    Se Umberto Eco e molti altri, prima e dopo di lui, hanno già fatto un “mix” di culture, ma con un criterio ben preciso che era quello postmoderno, il dj di Carrera arriva in ritardo, mi pare.
    Ma cosa potrebbero capire le persone che non conoscono gli originali dai cui i frammenti ricomposti sono tratti, nel mix del dj della cultura? Credo sia un’operazione sleale o quanto meno onanistica, che di comunicativo non possiede che l’esercizio estetico.
    Scendere dalla cattedra potrebbe essere un metodo, sicuramente, ma uno studente che non ha padronanza della materia, una qualsiasi, guarda al maestro come a una guida che possa fornirgli un alfabeto per poi interpretare. Se un ragazzo va a lezione di violino da un maestro, il maestro deve necessariamente insegnargli a fare le scale, gli arpeggi, le agilità, e così via; poi, l’allievo, una volta padrone della tecnica e degli stili, potrà scegliere se eseguire i capricci di Paganini o la musica country o spaccare il violino contro la statua di Fritz Kreisler in un corteo di protesta contro l’Accademia.
    Uno dei rischi di questa deriva a 360° è che poi i musei non servano più a nessuno, alimentando l’iconoclastia e quindi la scomparsa del sapere, io credo.

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  2. alidaairaghi 3 settimane fa

    Che straripanza di argomenti, che gonfiume di volgarità, quanta acida dietrologia nelle parole di Massimo Crispi! Speriamo che Pasqua lo liberi dal senso soffocante di inferiorità e dalle bende dell’invidia, facendolo risorgere a nuovi sentimenti di cordiale correttezza nei confronti del prossimo…

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  3. massimo-crispi 3 settimane fa

    Lei crede? Dal momento che io non li ravviso vorrei che mi spiegasse dove sta la volgarità, dove starebbe l’invidia e questo senso d’inferiorità, dove li ha letti, quanto meno.
    E, soprattutto, perché sarei stato scorretto nei confronti del prossimo.
    Lei ha scritto un articolo su Carrera evidenziando le sue parole: “Faccio girare qualunque remix riesco a trovare. Ho imparato a tagliare, mischiare, graffiare, campionare e sequenziare. Imposto le frequenze, passo da una playlist all’altra in dissolvenza incrociata e ci faccio sopra qualche rap. Ma sia chiaro che non sto insegnando nulla, e lo so benissimo. Certamente nulla di come è stato insegnato a me. Sto facendo il dj della cultura”. C’è ovviamente un lato ironico.
    Io credo che questo metodo possa servire solamente a creare qualcosa di personale sicuramente ma che va al di là di trasmissione del sapere. È un mosaico, una ratatouille, si può chiamare come si vuole, può anche diventare un’opera d’arte, se si vuole, e magari anche pregevole, ma l’insegnamento e la trasmissione del sapere sono un’altra cosa. Non ho letto il libro ma dal suo articolo ne ricavo questo.
    Il sapere, ben distinto dalla cultura, secondo Carrera, secondo me può essere ugualmente cancellato perché, se non viene tramandato in una qualche maniera, che sia o no gerarchica o dogmatica, ma comunque sistematica perché senza un metodo, senza una griglia, non si riesce a mettere in ordine niente e si fa solo confusione, può succedere che si diano dei valori a cose che ne hanno altri in quanto andrebbero interpretati in un contesto anziché in un altro. Ed è esattamente ciò che avviene nell’indiscriminato politicamente corretto anglosassone, buttando via il bambino coll’acqua sporca.
    Potrà dare fastidio ma i Beatles non sono come Stockhausen così come Bob Dylan non è come Miles Davis né come Giuseppe Verdi né come Gigi D’Alessio. Ogni artista esprime qualcosa di diverso, sempre, ma il suo linguaggio è legato al suo tempo e alle sue esperienze. Che poi lo usi per mostrare altre vie interpretative del mondo, fa la grandezza dell’artista. A me Stockhausen, per esempio, dice ben poco, è una questione di linguaggio, non so a lei o a Carrera, così come non mi dice niente certa musica popolare. Anche quella è cultura, senza dubbio, e io non pretendo di cancellarla ma almeno la scelgo. E scegliere si può solamente se si conosce, quindi, in qualche maniera, questo “sapere” va insegnato e tramandato.
    Il non pretendere di insegnare niente a nessuno è, secondo me, una falsa modestia. Va bene la socratica consapevolezza di non sapere, ma è un passo successivo ed è anche un atteggiamento, spesso e volentieri. A volte, più che con saggezza, è usato con ipocrisia.
    Se ai giovani, o anche ai meno giovani che non hanno avuto un imprinting scolastico, per le ragioni più varie, non si danno gli strumenti per poi poter interpretare criticamente la realtà e le culture (una volta che se ne siano conosciuti, almeno, alcuni scampoli) proporre il dj della cultura è un’operazione molto più snob di Alberto Arbasino, che, almeno, poteva permetterselo perché era un pozzo di culture varie.
    Fare il dj della cultura, sebbene in forma ironica, equivale alle messe in scena di certi registi, in buona parte tedeschi perché hanno iniziato loro nel dopoguerra, che ambientano le opere in contesti totalmente alieni dai libretti originari, pur mantenendo un rigore filologico nell’esecuzione musicale. Io la chiamo schizofrenia perché si crea la frattura tra linguaggio del libretto e dell’opera, che sono comunque arcaici, e il lato visivo che sembra capitato lì per caso. Chi vede l’opera per la prima volta non ne capisce niente.
    L’ironia è una cosa che viene all’ultimo, altrimenti non si capisce perché qualcosa dovrebbe essere ironico se non si conosce l’originale, e la conoscenza avviene solamente attraverso una trasmissione metodica dei vari saperi. E non c’è niente da fare, uno può anche scendere dalla cattedra e porsi tutte le domande del mondo insieme agli allievi, ma solamente dopo aver dato loro i mezzi critici per poterle affrontare. Rendendosi conto che spiegare la complessità delle realtà richiede ragionamenti complessi e non superficiali. Ciò che è sufficiente “per passare all’azione, per vivere” non basta. E il lato gerarchico, comunque, resta.
    La straripanza di argomenti implica una visione complessa delle cose, e sono anche pochi gli argomenti che affronto, perché il tema è enormemente vasto. Se vuole le pongo altri argomenti ma credo che, da ciò che ha scritto, questi le siano bastati per stigmatizzarli già come straripanza. A cosa si riferisce con “gonfiume di volgarità”? E la dietrologia, dove l’ha vista? E il senso soffocante d’inferiorità… mah!
    Non so come e dove abbia percepito la mia invidia, per questo le chiedo. Io non invidio proprio nessuno, è un sentimento che non conosco. Però, dal momento che ha commentato in questo senso, vorrei delle spiegazioni per tutte queste qualità attribuitemi.

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