Bridge ed educazione, connubio indissolubile per rilanciare l’intrigante gioco

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24 Gennaio 2021

Ci ho pensato tutta la notte al dibattito che mette sul banco degli imputati il gioco del bridge. Il bridge sta scomparendo, dicono ormai tutti, e a giocare sono rimasti solo i vecchi. Mancano i giovani. Quei pochi che in questi anni ci hanno provato, sono spariti nel giro di breve tempo. Un gap che sta assassinando un gioco bellissimo e molto intrigante.

D’altronde come potrebbe essere diversamente se i ragazzi, che iniziano a giocare nelle scuole, poi per continuare a giocare si devono misurare nelle Associazioni con ultrasessantenni che molto spesso sono arroganti e troppo competitivi?

Ovvio che piano, piano scompaiano. Ovvio che con gli orari incompatibili con il prosieguo degli studi, scelgano quest’ultimi dando un definitivo addio ad atout e chicane.

Ovvio che alla prima ombra di chi ti mette in difficoltà perché non hai seguito alla lettera una regola, mandi a quel paese tutto.

Poiché a molti sfugge il declino, o se non sfugge fa finta di niente, il dibattito che si è avviato è: si può resistere a questa moria? E come?

Il commento più bello che ho letto sui social è quello di Donatella Buzzati. “La situazione del bridge mi fa pensare a un parente amatissimo e molto malato, che i figli curano con camomilla e vitamine confortandosi per il più piccolo segno di miglioramento (ha mangiato un biscotto!) mentre i nipoti ne vedono il declino continuo e vorrebbero consultare specialisti e provare medicine innovative. Ma siete pazzi! Possono far male, la camomilla non uccide nessuno!”.

Camomilla e biscotti, come dice anche lei, sono degli insignificanti palliativi. Qui servono cure radicali per fare proselitismo e colpire i cuori dei giovani e dei meno giovani. Quella che manca è un’idea di futuro.

Futuro che non si può delegare a numeri e curve e neanche delegare a un gruppo che governerà una federazione o un’associazione locale. Il futuro siamo noi. Siamo noi con i nostri comportamenti di accettazione e di accoglienza. Siamo noi con la nostra educazione ed empatia.

Siamo noi e basta.

E infatti….

Ho iniziato tardi a frequentare il corso di bridge, perché lavoravo a Roma e il lavoro mi assorbiva e gratificava molto. Quando andò in pensione un mio amico e collega, direttore di un giornale nazionale, lo sollecitai a iscriversi a una scuola di bridge. La risposta fu lapidaria….”che sei matta? Mi sono informato e me lo hanno sconsigliato. E’ un gioco molto duro e competitivo. Non ti danno spazio. Non è per me”.

Aveva torto? So di altri che ci hanno provato e hanno smesso subito. E’ bastato sedersi ai tavoli e incassare a muso duro un giudizio di incompetenza e l’amore è finito prima che sbocciasse. Altri hanno abbandonato i tavoli verdi per il troppo stress, ambientale e di gioco. Altri perché non hanno mai trovato un compagno e nessuno li ha mai aiutati.

Al motto di “nessuno resti indietro” del presidente della scuola dell’Arcadia di Roma, Mario Guarino, spesso si contrappone menefreghismo e arroganza.

Tanti gli esempi da raccontare che fanno fuggire a gambe levate le belle anime che pensano di potersi divertire e socializzare tra un board e l’altro. Che illusi. Ci vuole tanta forza e tanta energia, la trappola e lì e sempre a portata di mano. Basta un niente. Basta che rifiuti un Undo e ti tacciano di provincialismo. Basta che non allerti una licita e ti fanno punire dall’arbitro.

Già, già. E’ capitato anche questo. Non si giocava all’America’s Cup e neanche al Bermuda Bowl, ma a un torneo Real Bridge diciamo pure a… Roccacannuccia. Certo. Le regole sono le regole e valgono dappertutto, ma soprattutto per gli avversari.

Non ci credete? Vi racconto com’è andata.

Apre la mia compagna di 1 cuori. Segue contro degli avversari. Io dico 2 fiori. Chiudiamo a 4 cuori. Prima di iniziare il gioco della carta, la signora del contro chiede cosa significhi quel 2 fiori. Forcing manche, rispondiamo. Ah no. Non è giusto. Dopo un contro quel 2 fiori è naturale e andava allertato. Ok, giusto. Comunque sia, lei attacca sapendo cosa significhi quel 2 fiori. Fatte le 4 cuori, lei chiama l’arbitro, omette la nostra spiegazione a licita finita e ci fa penalizzare. Al board successivo il suo compagno mi chiede l’Undo e io glielo concedo. Nessuno mi obbligava a farlo, soprattutto dopo quella penalità imposta, ma l’ho fatto e ho sottolineato che per me il bridge è anche gentilezza. E sportività.

Perché vi ho raccontato questo? Per dirvi che se è giusto attribuire alle federazione e alle associazioni, una parte di onere se la gente scappa dal bridge, la responsabilità maggiore però è di chi adotta nei confronti degli avversati comportamenti “tranchant”. Io penso che siano loro, più di altri, ad uccidere il bridge. Su di loro bisognerà che lavori la vecchia o nuova Federazione o le vecchie e nuove associazioni. La gente gioca e rimane solo se si diverte. E’ assodato. E’ troppo allora pretendere educazione e grazia? I veri campioni lo fanno. Facciamolo tutti, allontanando… chi allontana.

 

TAG: bridge, gioco, giovani, socialità
CAT: Lifestyle

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