Nuovi mestieri: togliere il lavoro ai giornalisti senza sapere nulla di giornali

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5 Luglio 2017

Uno dei nuovi mestieri di questo tempo è togliere il lavoro ai giornalisti. Nel senso di indicarli, quando va bene, come superflui, e questa operina meritoria è appannaggio delle aziende editoriali che in questo modo sgravano i costi, e quando va male, come erogatori molesti di bubbole spaziali, e di questo lavoro sottile e in parte infido se ne fanno carico da una parte le multinazionali, che offrono “contenuti” a loro parere del tutto alternativi ai nostri, ma ovviamente molto più credibili – i missionari dell’Eni guidano questo esercito della salvezza – e dall’altra proprio le società di comunicazione, quei simpaticoni di bosco e di riviera, che giocano di sponda sui due tavoli editoriali, da una parte offrendo servigi alle aziende perché risplendano meglio, dall’altra tracciando la strada del buon giornalismo in luogo dei frusti giornali che beccano spesso in castagna e per questo meritevoli di finire al cesso. Il mondo delle aziende – racchiudiamoli così – è discretamente consapevole che i migliori distruttori di sé stessi sono esattamente i giornalisti, e fino a qualche tempo fa volavano sulle carcasse almeno con una qualche eleganza. Consapevoli del gioco delle parti, sufficientemente autoironiche per immaginare che un mondo dove le notizie le danno le aziende è un mondo da rovesciarsi dal ridere (quando va bene).

Dell’Eni e della sua nuova attitudine etica a comporre il quadretto credibile dell’informazione si è già detto in un recente passato, qui invece si vorrebbe capire quale quale idea di credibilità giornalistica anima le società di comunicazione.

Quando si deve giudicare un’impresa “altra”, in questo caso i giornali, e il giudizio comporta inevitabilmente anche un inconsapevole tratto moralistico, bisogna tarare i propri obiettivi. Perché se il fine è quello di dichiararli inaffidabili, se non pericolosi, è assolutamente necessaria la profondità dell’analisi. Quando si parla della profondità di analisi, le società di comunicazione che studiano i giornali generalmente oppongono il tratto matematico, dovendo alla fine mostrare torte, percentuali, numeri. E quando entrano a piedi giunti sulle notizie, di ogni ordine e grado, hanno un solo parametro: vero/falso. Questo paramento, lo possiamo dire con la serenità del caso, è semplicemente una cazzata. Non significa nulla, ma nulla di nulla. Ti dimostrerà soltanto che quella notizia “non è vera”. In questo mondo molto smart, su una notizia non vera ci impianti dei dibattiti infiniti, il che sarebbe perfetto e legittimo se la portata della notizia fosse di un peso specifico medio, medio-alto, straordinario. Ma per prendere in castagna i giornali su queste notizie estremamente farlocche, ovviamente non servono né l’Eni né le società di comunicazione, bastano semplicemente gli stessi giornalisti. I nostri amici invece lavorano su modeste stratificazioni giornalistiche, sugli sfondoni del giorno per giorno, quelli che da quando è nato il mondo si elencano in tutte le redazioni del mondo. Ecco, solo che loro ci impiantano un lavoro. Sono bravissimi a vendere ciò che è stato già venduto (ma gratis, tra di noi).

Il caso in questione, la cui portata non vi trascinerà a entusiasmi da stadio, riguarda ciò che è rimasto in terra dopo il concerto di Vasco a Modena. Quello che la gente ha perso, le robe buttate, rubate, dimenticate. In quella calca, effettivamente, dovevano essere parecchie. Ecco, su questa notizia la società DataMediaHub ci impianta il caso. Segue con precisione apprezzabile il flusso delle notizie, che da un sito sperduto (Molinella Notizie) arrivano sino al Messaggero e poi a tanti altri giornali, per concludere che i giornali fanno pena perché quell’elenco che comprendeva un sacco di roba (1200 mazzi di chiavi, 670 paia di occhiali, 170 scarpe, 120 confezioni di preservativi, 111 smartphone, 28 sex toys ecc….) è inventato di sana pianta. Non c’è nessun elenco ufficiale. Il titolo della loro indagine è: «La “bufala” su Vasco Rossi dice molto sui giornali italiani». La si potrebbe anche chiudere con un sorriso, perché il ritrovamento di profilattici e sex toys conferma che ai concerti di Vasco si tromba da bestia. Ma siccome non è vero (la prima o la seconda?), si alza un calice alla bubbola e si apprezza la precisione di DataMediaHub. Finita lì.

E invece no. Perché i ragazzi pigiano l’acceleratore morale. E per commentare l’approssimazione dei giornali, che con il passare delle ore tolgono dai loro siti le sicurezze delle ore precedenti, si spingono al giudizio definitivo: «Nessuna scusa, nessun mea culpa per quanto prodotto. Solo ed esclusivamente il tentativo di mettere la polvere sotto il tappeto. Uno schifo. Una condotta vergognosa in generale ed ancor più, se possibile, in un momento in cui le “fake news” sono al centro del dibattito e ovviamente anche il giornale del Gruppo Caltagirone, che non è nuovo alle bufale, si scaglia contro quello che spesso anche dai giornali del gruppo è stato definito come un grave pericolo per la democrazia e il buon giornalismo, che ovviamente, secondo loro, è quello che producono essi stessi.» “Uno schifo – scrivono – una condotta vergognosa in generale” e molto altro che potete apprezzare.

Le parole sono importanti. Dare un nome alle cose è molto importante. Se ragazzi svegli come questi comunicatori pensano di aver identificato “lo schifo”, la madre di tutte le porcate, significa che nessuno sa più cosa è il giornalismo. Significa che nella peggiore delle ipotesi c’è in atto un tentativo molto pericoloso di spostare l’asse etico dai giornali, vecchio e antico presidio ormai rottamato, alle aziende e l’Eni è in prima linea in questa crociata. La perderà, ma intanto è in battaglia. Ma poi ci sono ragazzi che non sono figli di queste multinazionali e che dovrebbero conoscere il valore delle parole, l’importanza delle sfumature applicate al giornalismo. Se voi definite “schifo” questa bagattella che si può rubricare sotto sciatteria, cialtroneria, pressapochismo et similia, quando sarete chiamati a cimenti più seri, più profondi, ad analisi davvero problematiche, su quello che sono le magagne senza ritorno di questo mestiere cosa scriverete?

Non potrete scrivere nulla perché, e non è un demerito, nulla sapete e capite di questo mestiere, anche se magari lo avete bazzicato. E soprattutto perché siete legati ai numeri, alle torte, siete legati al vero/falso di questo tempo fasullo, si fermate lì, ma poi un giornale va letto meravigliosamente bene, va scoperto, amato, e solo dopo averlo terribilmente amato, ne scoprirete la terribilità delle marchette, dei lavori sporchi, di un fiume nero che passa in quelle pagine. Non è un lavoro per voi, che siete agonisti senza cuore.

 

 

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2 Commenti

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  1. giof 3 anni fa

    La lingua italiana usata in questo articolo può essere usata come antitesi perfetta a quanto sostenuto.
    Saluti
    Giofederle

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  2. ed 3 anni fa

    Ma che accidenti scrivi, Fusco?
    Ma l’hai letto l’articolo che contesti, almeno?
    Santoro e compagnia criticavano non solo i giornali che pubblicano boiate raccattate sul web senza neanche alzare il telefono per verificare: criticavano soprattutto quelle testate vergognose che non si sono neanche degnate di scusarsi per la gaffe e quelle, ancora peggiori, che hanno lasciato la bufala pubblicata tale e quale come se niente fosse.
    Onestamente, da giornalista, io questa gente vorrei che lo perdesse eccome, il lavoro!
    Ed anche tu, se ti schieri in difesa di abusa un questo modo della professione, faresti bene ad andartene in pensione, perché così dimostri solo che il giornalismo non ti ricordi neanche cosa sia!

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