The Social Dilemma: e ora?

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22 Settembre 2020

Mi sono messa comoda con il taccuino alla mano: aspettavo con curiosità il documentario The Social Dilemma di Netflix. Lo aspettavo perché ci sono dentro come tutti noi, in questa realtà digitale. E lo aspettavo anche perché ero pronta a scrivere un articolo che potesse offrire una panoramica quanto più ampia possibile sul nostro tempo e sulle nostre abitudini – perché tali sono diventate – legate al mondo dei social.

Il mio taccuino, purtroppo, è rimasto vuoto. Anzi no, c’era il titolo degli appunti che avrei preso: “The Social Dilemma: spunti”. Peccato, ho pensato. La panoramica si è fermata a metà. Non mi si è colmato un vuoto che ha riecheggiato forte per i giorni a seguire: e ora? Come possiamo comportarci?

Lo scenario che il documentario ha palesato non mi è risultato nuovo. Lavoro nella comunicazione e nel digitale da molti anni e ho sentito diversi professionisti affermare quanto viene evidenziato – anche in modo eccessivo – nel documentario. Un concetto sopra tutti: se è gratis il prodotto sei tu. Non tutti ne sono consapevoli, questo è vero. Il punto di vista offerto dal prodotto editoriale di Netflix rappresenta un invito alla consapevolezza interessante per molti aspetti. Ha raccontato le dinamiche di un presente che ci appartiene e lo ha fatto attraverso le voci di chi, questo presente, lo ha creato. Ha messo in luce i rischi, le dinamiche psicologiche, le nuove modalità di business, il concetto di manipolazione dell’utenza, la facilità con cui girano le fake news, il funzionamento dell’algoritmo. Due sono gli elementi che hanno avuto un effetto strizza stomaco su di me: i tre omini che confabulano e manipolano l’utente decidendo quali notifiche inviare e contenuti mostrare e la famiglia presa ad esempio per mostrare la quotidianità di un adolescente dipendente dallo smartphone.

Mi hanno turbato perché portati all’eccesso con l’intento di farci comprendere quanto siamo fruitori passivi seppur riteniamo di non esserlo e quanto possa essere devastante sulla psiche e sulle attitudini sociali una dipendenza dai social media. Si sa, portare all’estremo talvolta può risultare efficace e potente. Quello stringersi dello stomaco conduce alla riflessione e alla valutazione delle proprie abitudini. Porta conoscenza e a tratti comprensione.
Ma tornando alle mie domande senza risposta, ne aggiungo altre. Cosa ne sarà di noi? Se questo è lo scenario – e a raccontarcelo sono imprenditori che abbiamo ritenuto visionari, manager creativi, geni della Silincon Valley  – noi piccoli fruitori che fine faremo? Se questo è il fatto, il punto in cui ci troviamo, ora da che parte guardiamo?

In un lavoro di questo tipo, quella stretta allo stomaco che molti stanno vivendo resta tale e genera sconforto, delusione, paura, frustrazione. Si poteva allentare se voci così autorevoli ci avessero raccontato anche cosa fare ora, come comportarci e come relazionarci con questi strumenti. Come si diventa fruitori e utilizzatori consapevoli e costruttivi? Come si esce dalla passività nonostante il meccanismo dell’algoritmo?
Si fa sempre più largo in me l’idea che oggi più che mai occorra una visione sul futuro partendo da quel che siamo oggi. E no, non bastano le idee del tipo “cerchiamo di rendere i social media più umani”. Servono suggerimenti pratici, concreti, costruttivi. Serve comprendere e poi sapere cosa fare. Perché non si torna più indietro ma si può andare avanti con una prospettiva del tutto nuova rispetto al passato. Imparando da quest’ultimo per offrire uno sguardo su chi possiamo diventare.

Guardiamo The Social Dilemma, facciamolo guardare ai nostri figli, nelle scuole e nelle comunità. Ma facciamolo invitando esperti, studiosi e imprenditori a spiegarci dove andare da questo punto in poi. Perché se restiamo nel dilemma il rischio è di perdere l’opportunità di crescere come essere umani e di offrire un futuro migliore alle generazioni che verranno. Rischiamo di diventare ancora più cinici, frustrati, passivi e poco inclini alla ricerca costruttiva. E questo, vi confesso, mi fa tremare le gambe. Sarò sempre pronta ad affermare che non esiste mai una sola visione delle cose e che quando ogni mattina mi sveglio e condivido un contenuto sui miei canali social so di avere una grande responsabilità e di potere contribuire, nel mio piccolo, a inserire nell’algoritmo parole e messaggi che abbiano un approccio costruttivo e utile.

E ora mi rendo conto che il mio taccuino, alla fine, si è riempito delle riflessioni che avete letto qui. Quasi a dire che tutto ciò che guardiamo e leggiamo in qualche modo getta un seme. Una constatazione non da poco a pensarci bene.

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2 Commenti

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  1. alesparis69 1 mese fa

    Interessante anche il libro di Jaron Lanier.

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  2. alesparis69 1 mese fa

    Ps. Comunque siamo in molti ormai ad esserci resi conto di questo.

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