Vicini e connessi. Alla scoperta delle social street milanesi

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3 novembre 2015

Articolo di Fabio Introini e Cristina Pasqualini – GRiSS (Gruppo Ricercatori Sociali Street) – Dipartimento di Sociologia, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

Da due anni a questa parte – esattamente da settembre 2013 – capita sempre più spesso di sentir parlare di Social Street. Si tratta di un fenomeno che, partito “ufficialmente” da Bologna si è radicato in altre grandi città di Italia, in primis Milano, per poi espandersi anche nei piccoli comuni. Inoltre, da circa due mesi, si assiste anche alla nascita delle prime social street internazionali (Londra, Parigi, Amsterdam, Galway, Madison, Varsavia, Ginevra, Barcellona, ecc.). Il gruppo di ricerca GRISS (Gruppo Ricercatori Social Street), formato da alcuni ricercatori del Dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano affiancati da studenti specializzandi e dottorandi, ha avviato nel 2014 la ricerca “Vicini e connessi. Alla scoperta del vivere social”, la prima ricerca scientifica estensiva svolta in Italia su questo fenomeno.

La ricerca “Vicini e connessi. Alla scoperta del vivere social”

La ricerca, che ha previsto in alcune fasi specifiche anche il coinvolgimento degli amministratori-fondatori delle stesse social street, è una indagine autocommissionata, autofinanziata e partecipata. Iniziata lo scorso ottobre 2014, ha monitorato tutte le social street in Italia e all’estero, (per un totale di circa 410), e si è focalizzata, nella sua prima annualità, sulla mappatura e sullo studio di quelle presenti a Milano (69) e provincia (13). L’indagine ha previsto l’utilizzo di tecniche di ricerca qualitative e quantitative. Dopo una prima intervista in profondità rivolta a tutti i fondatori delle social street – ovvero coloro che hanno aperto un gruppo su Facebook dedicato a una strada/una piazza/un quartiere della città, con la finalità di entrare in relazione e mettere in contatto tra loro i vicini di casa – assieme agli stessi fondatori è stato predisposto un questionario online per conoscere le caratteristiche degli iscritti, le loro esperienze, opinioni e aspettative. La survey online (periodo di rilevazione: 20.07.2015- 20.10.2015) ha raccolto circa 700 questionari. La ricerca ha previsto inoltre: 1. passeggiate etnografiche sui luoghi fisici, in occasione di eventi organizzati dai social streeters; 2. monitoraggio online mensile dei “post”, attraverso una griglia osservativa quali-quantitativa, da cui è stato possibile ricavare informazioni sul tipo di messaggi scambiati, gli eventi organizzati, e, non da ultimo, l’impatto che alcuni eventi/accadimenti hanno avuto nelle discussioni e nelle vite dei cittadini milanesi – si veda ad esempio Expo 2015.

Definizioni e traiettorie delle Social Street

Ma cos’è, al di là di quello che il suo nome lascia spontaneamente intuire, una Social Street? “Tecnicamente”, come si evince dalla definizione datane da Social Street International, altro non è che la proposta di usare il social network di Facebook per creare, mantenere e sviluppare relazioni comunitarie e di buon vicinato nelle vie e nei quartieri delle metropoli contemporanee, con l’esplicito obiettivo di rispondere alle derive dell’iper-individualismo e della frammentazione sociale provocata dai processi di globalizzazione. Non è un caso che i “grandi” sociologi e gli intellettuali che per primi hanno denunciato gli effetti negativi della globalizzazione – Antony Giddens, Marc Augè, Richard Sennett, Robert Putnam – abbiano dichiarato pubblicamente il proprio endorsement per la “causa” delle Social Street. L’obiettivo principale, allora, è quello di provare a sviluppare e dare linfa alle relazioni sociali locali, giocando sulla prossimità fisica delle persone coinvolte e non sulla loro somiglianza “elettiva”, fondata invece sulla comunanza di interessi e valori, come spesso accade nella socialità che si crea online. In altri termini ciò che si vorrebbe produrre è, anzitutto, “capitale sociale”, cioè una rete di relazioni ad alto livello fiduciario nei quartieri urbani che appunto hanno perso, col tempo, la loro significatività e la loro pregnanza come luoghi di socialità e socializzazione, a favore di altre dimensioni più disintermediate, sradicate e comunque più “fluttuanti” rispetto ai tradizionali contesti legati alla prossimità “fisica”.

Questa definizione, volutamente non-vincolante, lascia spazio alla creatività di tutti coloro che si vogliono cimentare in questa impresa. Proprio per questo, attualmente, le Social Street si stanno sviluppando con un alto livello di eterogeneità, come ad esplorare tutte le possibilità evolutive di questa “forma di vita” per giungere forse, in un prossimo futuro, a una spontanea convergenza verso un modello prevalente o preferenziale. E in effetti è già visibile, nelle loro traiettorie di sviluppo, la tensione verso due attrattori principali: quello della Social Street consacrata alla produzione di relazioni prevalentemente “ludico-ricreative” e quello della Social Street caratterizzata invece da un più spiccato committment civico-partecipativo. La marcia verso l’uno o l’altro attrattore è legata a dinamiche complesse entro le quali giocano un ruolo fondamentale sia le caratteristiche fisiche, sociali, culturali del quartiere sulle quali le Social Street insistono sia le motivazioni e la personalità dei rispettivi fondatori.

Una cosa sembra comunque essere chiara a tutti, ovvero il fatto che le Social Street siano – e debbano restare – ben distinte dalle più tradizionali forme aggregative-associative, a partire dalle più classiche “associazioni”. Il desiderio dei social streeters è infatti quello di poter mantenere la plasticità e l’interstizialità dei loro “collettivi”, per massimizzarne la creatività e renderli compatibili con le disponibilità di tempo – sempre più risicate –  delle persone.

Quanto detto dovrebbe anche lasciar intuire che una Social street, prima ancora che “fare”, intende “essere”. E che, di conseguenza, per sancirne il successo o meno, non bisogna guardare a indicatori “facili” ed esteriori come l’ampiezza della membership, o la frequenza con cui vengono proposte iniziative, online o offline che siano. L’obiettivo vuole essere soprattutto quello di produrre una rete stabile e stabilizzata di rapporti sui quali ognuno sente di poter contare nei momenti di bisogno e che, come tale, spesso può anche rimanere nella latenza. Tuttavia, anche per arrivare a questo risultato, qualcosa bisogna “fare” o produrre. Così, scorrendo il repertorio delle pratiche e delle iniziative messe in atto dalle Social Street milanesi, si osservano attività di socializzazione più consuete (aperitivi, cene, colazioni, feste di strada, passeggiate, visite guidate, ecc.), altre improntate alla emergente cultura dello sharing (book crossing, social cooking, urban gardening, banca del tempo, e via dicendo), altre dedicate alla costruzione identitaria del quartiere mediante il recupero di immagini, racconti e gesti della tradizione milanese (es. Progetto Mappa delle Memorie) e altre ancora dedite alla cura della città come bene comune. Occasioni che non solo spingono a stare insieme, ma per così dire invitano i vicini di casa a uno stile di vita improntato alla apertura nei confronti dell’altro-prossimo, organizzando eventi sì in strada o in piazza, ma anche all’interno delle proprie mura domestiche, ridefinendo i confini tra pubblico e privato. Il tutto converge, in ultima analisi, nella ridefinizione dei codici dell’abitare, che emerge come senso complessivo del fenomeno social street.

E le istituzioni?

Come i nostri Social streeters ben sanno e dichiarano, ogni azione che prenda in carico l’altro e che comporti la costruzione o il miglioramento delle relazioni sociali ha una dimensione intrinsecamente politica, che va però nettamente distinta, come tutti hanno detto, dalla “politica istituzionale”. Tuttavia, anche quando mosse da intenti non esplicitamente “civici”, ma più ludici e festosi, le Social Street, non possono fare a meno di imbattersi nelle istituzioni, anche solo per la richiesta di permessi necessari alla realizzazione delle loro iniziative “pubbliche”. L’incontro con la sfera istituzionale è tuttavia un momento importante nella crescita e nell’auto-definizione delle Social Street perché le porta contemporaneamente ad interrogarsi sulla effettiva efficacia del loro peculiare statuto “fluido” e sui margini in cui a partire da questo – cui non sono disposte comunque a rinunciare – sia possibile costruire un rapporto di proficuo dialogo con l’Amministrazione cittadina.

Una glossa sulla partecipazione

In un certo senso le Social Street assomigliano, nella loro lotta alla frammentazione, alle prime comunità virtuali sorte quando già si pensava al web come antidoto al calo di partecipazione e allo sfaldamento della vita pubblica e delle sue pre-condizioni sociali. Da questo punto di vista i social network, e Facebook in particolare, offrono anche qualche possibilità in più, dal momento che rendono meno “anonima” l’interazione in rete, sottraendola proprio alle critiche di quanti, in passato, non credevano alle virtù partecipative del web. In più, inoltre, essendo il gruppo Facebook esplicitamente legato a una precisa porzione di territorio, la comunità online ha la possibilità di incontrarsi offline quando vuole, rendendo più semplice passare, per dirla con Social Street International, “dal virtuale al reale al virtuoso”. Questo però non significa che la partecipazione si inneschi e si mantenga “a costo zero”. Alimentare una Social street richiede tempo, pazienza, disponibilità e passione. Ogni amministratore lo sa, ed è importante che ne tengano conto anche quelli che vorranno cimentarsi nell’impresa.

A Milano

Come sottolineato, la “morfogenesi” di una Social Street dipende dalla concomitante azione di numerosi fattori a partire dal territorio, da intendersi sia nella sua dimensione più “micro” – vale a dire l’area che la Social Street sceglie di conferirsi come proprio raggio di azione (la singola via, il quartiere) – sia in quella più macro, vale a dire l’intera città. Attualmente il fenomeno risulta prevalentemente rilevante nelle città di Bologna – dove ha avuto origine – e in quella di Milano (area su cui insiste, attualmente, la ricerca GRISS). Dalle parole dei nostri testimoni emerge la consapevolezza della particolare sfida che le Social Street a Milano scelgono di raccogliere. Si ritiene ad esempio che in una metropoli come la nostra, decisamente sensibile alle dinamiche globalizzanti e agli effetti negativi che queste hanno sul tessuto sociale, le Social Street siano più necessarie che altrove. Ma, allo stesso tempo, e per lo stesso motivo, la possibilità che le singole Social Street decollino in Milano appare più difficile rispetto ad altri contesti. In questo senso il termine di paragone è proprio Bologna, riconosciuta dai milanesi come città già caratterizzata “in partenza” da maggior capitale sociale e maggior spirito “partecipativo”.  Tra le risorse “locali” che maggiormente potrebbero indirizzare lo sviluppo delle Social Street e dare a queste una impronta “milanese” troviamo anzitutto la memoria. In molti casi, infatti, il tentativo di aprire una Social Street è chiaramente collegato al desiderio di ri-suscitare quelle pratiche e quelle forme di vita che caratterizzavano la “Milano di una volta”, coi suoi cortili e i suoi quartieri, in cui la vita si svolgeva davvero per strada (caratteristica che oggi siamo invece portati ad attribuire spontaneamente ad altre aree geografiche del nostro Paese). In secondo luogo troviamo la rete delle associazioni, solidali e non solo, presente in maniera significativa in alcuni quartieri della città e che contribuisce notevolmente a riempire di contenuti e iniziative la vita delle Social Street. In terzo luogo non è affatto trascurabile il fatto che Milano, in quanto metropoli globale, è un cantiere sociale permanente, in cui è possibile imbattersi nella circolazione di pratiche ed esperienze innovative che potrebbero trovare interessanti sinergie con le Social Street. Infine, una attenzione di riguardo andrebbe rivolta al lato “tecnologico” della questione o a quello che potremmo chiamare il “capitale digitale” di Milano. Da questo punto di vista la ricerca ci consente di dire per ora quanto segue: da un lato Milano è un hub digitale notevole, grazie anche alle sue infrastrutture. Questo fa sì che Internet e i social network raggiungano più facilmente un’ampia fascia di persone, numericamente e tipologicamente parlando. In un certo senso, a Milano vi è la possibilità che il fenomeno possa diffondersi con una certa viralità. Allo stesso tempo occorre sottolineare che il potenziale di questo capitale digitale potrebbe essere utilizzato in maniera molto più significativa, anzitutto coinvolgendo in maniera più forte i professionisti della rete e della comunicazione 2.0 che al momento non abbondano tra i fondatori di Social Street.

 

TAG: collaborative week, condivisione, inclusione, innovazione, milano, sharing economy, social street
CAT: Milano, Sharing economy

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