Intrecci Etici – Il primo documentario sulla moda sostenibile in Italia

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24 ottobre 2019

La moda a 99 cent, denominata fast fashion, ha un impatto ambientale altissimo:nel suo breve ciclo di vita, un indumento della fast fashion produce emissioni inquinanti in ogni fase della lavorazione: quella di produzione delle fibre causa il 18% delle emissioni di gas totali prodotte dall’industria manifatturiera, quella dei filati il 16% e quella di utilizzo da parte del consumatore (lavaggio, asciugatura e smaltimento) il 39%” (fonte: The Vision).

Il futuro, secondo il rapporto Fashion at the Crossroads: a review of initiatives to slow and close the loop in the fashion industry“ di Greenpeace, è invece Slow, ovvero usare i principi dell’economia circolare per ridurre efficacemente l’impatto ambientale della moda.

Questi dati per introdurvi al concetto di Slow Fashion, la moda lenta che sappia essere veramente sostenibile e pronta per il futuro. In tal senso ad oggi mancano ancora documentazioni organiche di questo settore in costante crescita. L’idea di realizzazione un documentario è venuto a LUMA video, una start up che ha già saputo raccontare storie imprenditoriali di resilienza e cambiamento con la serie Le Mani di Milano.

Così nasce Intrecci Etici – La rivoluzione della moda sostenibile in Italia, progetto che vuole raccontare le piccole realtà che ogni giorno in Italia lavorano per sviluppare e far crescere, di qualità e popolarità, il settore. Intrecci Etici ha già avuto un importante riconoscimento: è stato inserito dalla piattaforma di crowdfunding Produzioni dal Basso all’interno di Infinity Lab; se la campagna raggiungerà il 50% del suo obiettivo il player dello streaming co sovvenzionerà il restante.

Scopritela e partecipate alla Pagina ufficiale dell’iniziativa!

Oggi siamo qui per intervistare Lorenzo e Lucia di LUMA video per capire nel dettaglio come è nato questo progetto e qual è la loro visione innovativa e sostenibile di documentario.

1) ‘Intrecci’ ‘Etici’: come avete scelto questi due termini peculiari? Come è nato il concept di questo documentario e quale obiettivo vuole raggiungere?

Il nome del documentario è venuto in maniera del tutto naturale. Stavamo facendo un brainstorming di tutte le parole che fossero in un modo o nell’altro legate al mondo dello slow fashion, così unendo intrecci (dai filati che intrecciati danno vita a tessuti) e etici (per sottolineare l’aspetto etico dello slow fashion) è nato Intrecci etici. Ci è piaciuto subito perché, nonostante questo significato sia il più immediato da comprendere, ci piace pensare anche che abbia un significato nascosto: il documentario vedrà infatti intrecciarsi storie di persone che portano avanti scelte sostenibili, che come i filati di un tessuto, creano speranza per un futuro più sostenibile;

L’idea di questo documentario è nata perché entrambi cerchiamo di interessarci e impegnarci il più possibile a fare scelte più sostenibili in fatto di cibo e di ambiente, ma quando si parla di vestiti è come se ci fosse un muro, una complessità, una poca trasparenza che impedisce di conoscere cosa c’è davvero dietro i meccanismi del settore moda e di conseguenza, di poter compiere scelte più etiche. Vogliamo per questo realizzare un documentario per dimostrare che è possibile fare scelte più responsabili anche per quanto riguarda i vestiti che compriamo e indossiamo, ma anche per educare e sensibilizzare chi ancora non conosce il movimento slow fashion o chi semplicemente non trova abbastanza ragioni per cambiare le proprie abitudini di acquisto. Vogliamo inoltre mostrare chi sta portando avanti la fashion revolution in Italia, dal piccolo al grande, dal produttore al consumatore, perché ognuno può fare la differenza.

2) Quali sono le difficoltà nel realizzare un documentario di questo tipo? Come avete impostato, dunque, il fundraising? 

La difficoltà, ma anche il vantaggio, più grande per realizzare un documentario di questo tipo è principalmente che siamo in due ad occuparci di tutto. Questo da un lato significa avere a carico tutta la fase di scouting, pre-produzione, produzione e post-produzione da soli (mixing audio escluso). La conseguenza, però, è che abbiamo una struttura snella, veloce, e soprattutto abbiamo sotto controllo l’intero processo di realizzazione e questo ci permette di curare ogni singola fase e di accertarci di fare un buon lavoro.
Abbiamo volutamente scelto di creare una campagna crowdfunding per raccogliere il budget che ci serve per coprire spese e lavoro. La formula del crowdfunding ci sembrava la più adatta perché vogliamo intendere questo documentario come risultato della compartecipazione di chi l’ha reso possibile: ognuno può dare il suo contributo, che sia economico attraverso una donazione o che sia mettendo a disposizione le proprie conoscenze in fatto di slow fashion.

3) Secondo voi un documentario ben fatto che punti di forza dovrebbe avere? E che valori vorreste trasmettere con Intrecci Etici?

Quello che secondo noi rende un documentario “ben fatto” è la sua capacità di suscitare riflessioni in chi lo guarda, mettendo a disposizione delle persone la conoscenza riguardo ad un tema e lasciando le persone libere di riflettere e plasmare la propria idea riguardo l’argomento. Crediamo fortemente che anche nei documentari sia importante l’etica: con le proprie scelte stilistiche, si ha una responsabilità. È fondamentale non fare scelte che inevitabilmente esprimono un forte giudizio sull’argomento, tale da condizionare inevitabilmente l’opinione dello spettatore.

Il nostro desiderio è quello di riuscire a raccontare il tema dello slow fashion in Italia, non con un tono di denuncia e di sdegno, ma con la positività, la semplicità e la piacevolezza che caratterizza i nostri video. Vogliamo che una volta finita la visione del documentario, le persone non pensino con angoscia “la fast fashion è un problema così grande che nel mio piccolo non potrò fare mai nulla per cambiare le cose”: desideriamo che le persone capiscano che le loro singole azioni hanno effettivamente un peso e che con ogni piccola scelta che faranno nella loro quotidianità, hanno il potere di cambiare le cose, in negativo o in positivo.

4) LUMA video: raccontateci brevemente la vostra storia.

LUMA video nasce dalla nostra comune passione per i video. È iniziato tutto a Padova nel 2014, quando abbiamo cominciato a collaborare nel laboratorio radiofonico dell’università dove studiavamo, in cui ci occupavamo di creare contenuti video promozionali. Conclusi entrambi i percorsi di studio, ci siamo dedicati al 100% al videomaking e abbiamo iniziato a realizzare video promozionali dal taglio storytelling per associazioni, aziende e creativi in tutto il Veneto. Quando due anni fa ci siamo trasferiti vicino a Milano, abbiamo deciso di creare Le mani di Milano, la nostra prima docu serie sugli artigiani milanesi, per dimostrare come anche in una città veloce e industriale come Milano, ci siano piccole realtà artigianali fondate da giovani che si dedicano ad un lavoro manuale. Da lì, abbiamo capito che raccontare storie per noi è una vera e propria vocazione.

Crediamo che il video sia un mezzo potentissimo per comunicare, per informare, per suscitare riflessioni, ma anche uno strumento per tramandare storie, immagini, pensieri, emozioni, ricordi e ispirare le persone. È questo quello che apprezziamo di più del nostro lavoro.

TAG: ambiente, crowdfunding, documentario, Economia circolare, fashion, fast fashion, intrecci etici, Moda, moda lenta, pmi, produzioni dal basso, slow fashion, sostenbilità, Video, video making
CAT: Moda & Design, Padova

2 Commenti

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  1. lina-arena 3 settimane fa
    non ho compreso il significato della parola " sostenibile".Credo sia sotteso ad essa un inganno: fare quel che si vuole anche in piccolo. Sostenibile non può valere per tutti gli usi.E' un inganno.
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  2. matteos 3 settimane fa
    Gentile Lino, per sostenibilità si intende il contributo che ognuna di queste piccole attività mette ogni giorno in campo per arrivare ad essere veramente poco impattante, ovvero a minimizzare l'impatto che il loro lavoro ha sull'ambiente. Sono le azioni di questi attori a cambiare i paradigmi esistenti e a cambiare veramente la cultura in materia. Le filiere sono certificate (dunque nessuno che possa fare quel che vuole senza controlli) e il documentario oggetto dell'articolo vuole proprio documentare questi processi. Se per primi non abbiamo fiducia nell'azione dei piccoli attorni non ci potrà mai essere un concreto cambiamento, che come accade sempre parte dal basso per arrivare in alto.
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