Roma, Santa Cecilia: Long Yu, direttore, e Kathia Buniatishvili, pianista

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27 luglio 2018

Il concerto si sarebbe dovuto tenere nella cavea tra i tre edifici dell’Auditorium Parco della musica di Roma. Ma la pioggia lo ha impedito. E con tempestiva organizzazione l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ha trasferito la manifestazione nella Sala Santa cecilia, la più grande delle sale dell’Auditorium. I posti, naturalmente (?!), erano lasciati alla scelta del pubblico, salvo la discriminazione tra parterre e balconata. Impossibile, infatti, la corrispondenza di numerazione delle file e delle poltrone. A Salisburgo, tuttavia, faccio notare, per gli spettacoli all’aperto, sul biglietto è già stampato il posto eventuale della sala interna, in caso di pioggia. Ma una volta tanto non è solo una questione di organizzazione: è che a Salisburgo piove un giorno sì e l’altro no. Son dunque preparati. A Roma, a luglio, l’acquazzone è davvero un caso eccezionale, anche se, consultando le previsioni meteorologiche, è possibile prevederlo. Il pubblico era numeroso. C’era, al pianoforte, una diva ormai acclamata, Khatia Buniatishvili, e sul podio il debutto del direttore cinese Long Yu.

Lasciamo perdere i commenti di alcuni sprovveduti: “Ma che ne può sapere un cinese di Mahler?” ha quasi gridato una signora parlando con un’amica, prima di prendere posto. L’ignorante, in questo caso, è l’italiano che fa simili considerazioni. Ignora, infatti, l’alto grado d’istruzione musicale cinese e la sua capillare diffusione. Più alto di quello italiano. Ignora, inoltre, la lunga serie di grandi interpreti orientali di musica occidentale: per esempio, oggi, il gradissimo direttore coreano Myung-whun Chung. E dimenticano soprattutto che un cinese ha alle spalle una cultura di almeno 7.000 anni! Di fatto oggi un cinese sa molto di più riguardo a noi occidentali di quanto noi occidentali sappiamo riguardo a loro. Per non parlare dell’alta tecnologia informatica il cui primato è oggi indiscutibilmente cinese e coreano. Ma, evidentemente, la signora italiana che aveva espresso con disprezzo quel giudizio sul direttore cinese, immagina che i cinesi siano quelli che incontra nei ristoranti e nei numerosissimi negozi sparsi ormai in tutta l’Italia. E che dovrebbe pensare, allora, degli italiani un cinese se avesse come unico modello di riferimento i ristoranti e ristorantini italiani, per lo più mediocri, sparsi in tutto il mondo? Ma veniamo al concerto, un’esaltante Mahler e un mediocrissimo Čajkivoskij.

Il suo primo Concerto per pianoforte ha aperto la serata, che era l’ultima della stagione estiva dell’Accademia. Strano che Alfredo Casella giudicasse “rapsodico” il sistema di comporre di Čajkivoskij. Probabile che influisse su di lui, come su quasi tutta la cultura musicale europea tra Otto e Novecento, l’idea, sbagliata, di una rigida formulazione della sonata. Accademica, più che veramente praticata dai musicisti. Anche se gli stessi musicisti non ne risultano indenni. Macroscopico l’abbaglio di Vincent D’Indy che nel suo Trattato di composizione fissa la forma della sonata con primo e secondo tema come modello definitivo, modello insuperato e insuperabile di sonata, rispetto al quale perfino Beethoven raggiungerebbe la maturità solo nel tardo periodo compositivo (che poi, in realtà è quello in cui lo rispetta meno: ottusità di una visione ideologica della forma musicale!).

Čajkovskij, invece, sa benissimo come costruire un tempo di sonata, di quartetto, di sinfonia, di concerto. Si è formato le ossa sulle partiture di Schumann, anche le sinfonie e compresa anche la loro orchestrazione (alla barba di chi allora, e ancora oggi, si ostina a sostenere che Schumann è un cattivo orchestratore). E Schumann è forse il musicista romantico che meglio di ogni altro, tranne forse Liszt, ha penetrato la grande libertà, ma anche la grande coerenza costruttiva, della musica di Beethoven. Brahms ne sarà il prosecutore. E Čajkovskij. Quello che sembra improvvisazione, andare rapsodico, nella sua musica, è in realtà una grande perizia della variazione e del contrappunto. Il contrappunto, anzi, si rivelerà il filo conduttore del concerto, perfettamente colto dal direttore Long Yu, totalmente travisato dalla pianista georgiana Kathia Buniatishvili.

E’ una grande attrice, sussurra una signora seduta dietro di me. E’ vero. A cominciare da come sfoggia l’aderentissimo e scollatissimo vestito argentato e gli incredibilmente esili e altissimi tacchi a spillo (ma sono comodi per adoperare i pedali del pianoforte?). O da come lancia all’orchestra e al pubblico sorrisi e lunghi baci soffiati sul dorso della mano. Poi succede che deve anche suonare. E giù ampi gesti enfatici se deve scandire rumorosi accordi, alzandosi perfino un po’ dal seggiolino, oppure chinarsi fino quasi a toccare la tastiera con il naso, se deve centellinare dolcissimi spasimi melodici. Si racconta che anche Beethoven esibisse comportamenti simili. Salvo che per i baci, certo.

Ma il risultato di tanto istrionismo? Un’aggressione abborracciata dei passi più tempestosi e un’estenuazione esagerata dei profili melodici in quelli cantabili. Tra furia confusa ed estenuazione capillare del discorso melodico si finisce per perdere la continuità della costruzione musicale. Ma il pubblico è in delirio. Applaude già alla fine del primo tempo (non è grave: succede anche ai Proms di Londra, e nell’Ottocento era la regola). Dai tempi di Terenzio, comunque, la sfacciataggine del gioco circense è stata generalmente sempre preferita alla discrezione e alla serietà del discorso intimo. I due bis, un pasticciatissimo e mutilatissimo Liszt e un estenuatissimo, quasi evanescente, Claire de lune debussiano, accolti con pari entusiasmo dal pubblico, dimostrano quanto sia dura, irta di ostacoli, e non solo oggi, la strada dell’intelligenza interpretativa.

Tutto invece tornava a posto con la Prima Sinfonia di Mahler. Long Yu ne ha penetrato lucidamente l’articolatissima costruzione contrappuntistica. Il contrappunto di Mahler è un sorta di elaborazione musicale nuova, nel mondo della sinfonia. E quanto sia nuova, basti pensare che Brahms, all’epoca, era ancora vivo e aveva 57 anni. E non aveva ancora composto gli ultimi, visionari, pezzi per pianoforte. Mahler non mira a mettere insieme melodie diverse che concordino a formare un inseme congruente e armonioso. Ma esaspera, anzi, le differenze melodiche, ritmiche e perfino armoniche (di qui le improvvise e aspre dissonanze) degli elementi musicali della costruzione.

Tra gli interpreti storici, Bruno Walter, che fu assistente musicale di Mahler a Vienna, è l’interprete che sembra dare particolare rilievo a queste dissociazioni ritmiche, melodiche, armoniche. Talora sembra che i vari gruppi dell’orchestra entrino in contrasto tra di loro più di ogni altro interprete. Long Yu segue, o sembra seguire, questa tradizione. E in maniera mirabile. Ma è tutta di oggi poi l’intensità struggente del canto. Il secondo tema del Finale raramente lo si è sentito così irrevocabile, definitivo, una pietra tombale sul nulla della vita: la bellezza del ricordo che si fa tanto più disperata quanto più è consapevole che il ricordo evoca una bellezza perduta. Viene in mente il Dialogo della Natura e di un Islandese di Leopardi. O l’Umano troppo umano di Nietzsche (probabile che Mahler conoscesse quest’ultimo ma non Leopardi). Vengono in mente anche certe pagine distaccate, glaciali, di Kafka, conterraneo di Mahler, e anche lui ebreo.

Tutta la musica di Mahler, del resto, come il pensiero di Leopardi, di Nietzsche, di Kafka, è un a corpo a corpo con la Natura. Darwin, in qualche modo c’entra anche lui. Leopardi lo prevede, Nietzsche e Kafka lo condividono. E probabilmente anche Mahler. Di questa visione agghiacciante della Natura la Terza e la Settima Sinfonia sono il disorientante, implacabile ritratto. Ma quel nulla, quel dolore, quella disperazione, sono già perfettamente prefigurate nella Prima. Gli Adagi della Nona e della Decima saranno il canto conclusivo, lucidissimo, del definitivo congedo: quasi sul ciglio dell’afasia, il punto in cui cessa la musica, è il punto stesso in cui la Natura elimina l’uomo, in cui anzi stermina tutta la specie umana. Un altro ebreo, questa volta italiano, aveva previsto qualcosa di analogo, e lo scriveva nella sua Trieste fino a poco prima ancora austriaca, e dunque anche lui concittadino di Mahler e di Kafaka: Italo Svevo, ed è l’”occhialuto uomo” che chiude la Coscienza di Zeno, prefigurando l’estinzione della vita sulla Terra, sì che il pianeta possa errare tranquillo tra gli astri: “Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie”.

Questo anelito autodistruttivo Long Yu lo interpreta con spaventosa evidenza, lo imprime e lo fa esprimere dall’orchestra con un senso controllato del caos, con una violenza sonora chiarificatrice. Ma insieme, anche, con una struggente tenerezza. Il pubblico ne è conquistato e lo festeggia lungamente, acclamandolo con ripetute grida di “bravo!” Chi sa se la signora che si dichiarava perplessa che un cinese potesse “capire” Mahler, si è poi ricreduta. Sembra di sì, perché non si è udito un solo moto di dissenso da parte di nessuno. Se così fosse, ne sarei felice. Le culture non si scontrano, ma si confrontano. Anni fa, il professore di storia medievale dell’Università di Arezzo, un vietnamita (sì: un vietnamita), mi diceva che la Cina, in Oriente, è ciò che per noi occidentali è la Grecia. E che gli scambi, non solo tra i paesi orientali, ma anche con i paesi occidentali, non furono solo commerciali, ma anche culturali. E più profondi di quanto si possa immaginare. Ma – ahimè! – il clima che oggi si respira in Italia, e in Europa, pur troppo, sembra spingere a ignorarlo.

Roma, Auditorium Parco della Musica. Sala Santa Cecilia. Direttore Long Yu, pianista Khatia Buniatishvili. Piötr Ilič Čajkovskij, Concerto n. 1 in si bemolle minore op. 23 per pianoforte e orchestra. Gustav Mahler, Prima Sinfonia in re maggiore “Il Titano”. Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia

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CAT: Musica classica

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