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Musica

Addio Scott e Lemmy, il rock sarà davvero diverso senza di voi

di Diego Remaggi
29 Dicembre 2015

Come tutti muoiono e lasciano dietro sé un vuoto.
Sono uomini, soltanto uomini.
Ma lasciano dietro di loro anche un silenzio, quello fatto dei rumori della città, delle nazioni, dei palchi vuoti e dell’elettricità senza musica. Se ne vanno come artisti, portati via dai mali delle loro esistenze, delle loro età
Lemmy Klimster aveva 70 anni, Scott Weiland 48. Se ne sono andati questo mese, in cui, musicalmente parlando, è successo poco o niente. Lemmy aveva da pochissimi giorni scoperto di avere un cancro incurabile e per quanto ne sappiamo o crediamo di sapere, di sicuro lo avrebbe sfidato a colpi di basso finché avrebbe potuto, data la tenacia e la tempra con cui ha sempre combattuto sul palco contro le sue decine di demoni fatte di polveri e alcol. Scott aveva smesso di farsi da 13 anni, diceva, ma non aveva ancora smesso con l’alcol e con i mix di droghe (anfetamine e giù di lì) che lo hanno lasciato esanime sopra il divano di un tourbus; aveva appena pubblicato un bel disco con i suoi Wildabouts, cattivi ragazzi tanto che uno di loro, Jeremy Brown, ci aveva già lasciato la vita lo scorso marzo, sempre per droga.
Due vite diverse, due momenti diversi, entrambi fondamentali e bellissimi per il rock.

I Motorhead hanno rappresentato quello che alla fine è la parte più genuina e quasi ironica del rock, Lemmy era un tipo vero e sapeva scherzare, prendersi in giro, ha saputo trovare il modo di creare una band che restasse leggendaria fino all’eternità, che facesse scuola e che fosse davvero un unicum nel panorama artistico dell’epoca (siamo negli anni ’70). 50 anni fa, Lemmy era il roadie di Jimy Hendrix, poi ha presenziato in tantissime band, ha creato quel suo modo originale e strano di prendere il basso e suonarlo come fosse una chitarra e non ha mai smesso di portare i suoi stivali, il suo cappello da cow boy e gli occhiali scuri con cui ha come disegnato un fumetto di se stesso, consegnandosi all’immortalità. I suoi figli (putativi) sono band come Metallica, Sepoltura, Megadeth, Slipknot e gran parte di tutto il metal che ha contribuito, volente o nolente, a creare.
Scott Weiland ha fatto invece parte del “movimento” grunge, che detto così sembra quasi riduttivo, ma è stato forse l’ultimo della sua generazione a non uscirne vivo, dato che gli unici ad avere superato quegli anni incolumi sembrano Eddie Vedder dei Pearl Jam e Chris Cornell dei Soundgarden. Era uno triste, Scott, di quei cantanti che salivano sul palco con gli occhi bassi e i vestiti larghi, sudici e strappati, salvo poi diventare preda di intossicazioni e allucinazioni sintetiche che lo portavano ad aggirarsi come un demone saltando e dimenandosi tra i monitor e gli altri membri delle sue band. Gli Stone Temple Pilots furono grandi per qualche disco, i Velvet Revolver regalarono qualche grande canzone, Scott ci mise tutta la sua rabbia e la sua voce, ruvida, disperata, sempre appesa ad un filo di speranza, di rimanere vivo o di andarsene subito, per sempre.

Al di là di tutti i riconoscimenti che adesso piovono ad memoriam su entrambi, mi è venuta in mente una domanda, forse banale, forse posta da chi di rock e di morti ormai ne ha visti anche troppi: ma non è che stia finendo davvero l’epoca più bella e più vera di un genere?
Sebbene Scott e Lemmy facciano parte di due generazioni differenti per attitudini e qualità hanno fatto parte di due momenti importanti per il loro circostanziato movimento, heavy metal e hard rock, ma è da inizio millennio che non accade nulla di nuovo nel mondo del rock. Nuovi accoliti di vecchi cliché di suonare, cantare, muoversi, epigoni di cantanti, band, scimmiottatori più o meno consapevoli. Che diamine, se ne stanno andando davvero tutti?
Ok, i cultori del genere diranno: il rock non morirà mai.
Ma come? Senza Lemmy, senza Scott, senza tanti altri a fare da guida sarà sempre più difficile. È un po’ come correre veloci in un edificio al buio. Sembra così difficile trovare la porta giusta per poter uscire, imbracciare uno strumento e sentire il fragore del pubblico. Sapere che è proprio lì davanti, pronto ad ascoltare almeno 2 ore di rock, fatto di sudore e storie, tristezza e movimenti sconsiderati verso quella che alla fine è soltanto la gioia di essere vivi.
R.i.p. Lemmy, r.i.p. Scott!

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