Il jazz-rap visionario di Steve Lehman

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6 settembre 2016

Che il sassofonista e compositore Steve Lehman fosse una delle personalità più originali e interessanti dell’odierno panorama jazzistico qualcuno ci giurava da un po’. Molti se ne sono accorti solo con il secondo, spettacolare disco dell’ottetto, Mise en Abîme, che ha ottenuto un po’ ovunque il plauso della critica.

Costruttore di mondi sonori particolarmente rigorosi, frutto di una formazione in cui hanno trovato spazio lo spettralismo di scuola francese e le geometrie di un Anthony Braxton, ma anche la scena urbana newyorkese che ha metabolizzato le tensioni e il lessico dell’hip-hop, Lehman è musicista che difficilmente si muove in un ambito progettuale che non risponda perfettamente alle tensioni creative di cui si fa interprete.

Forse anche per questo la curiosità per il nuovo disco, Sélébéyone, appena uscito per la PI Recordings, lavoro che integra nel già articolato linguaggio del musicista anche il rap senegalese (la parola del titolo è in wolof e significa “intersezione”, “incontro che trasforma”) e i live electronics.

Se l’uso del rap e dell’hip-hop è tutt’altro che una novità nel mondo del jazz contemporaneo (con modalità e intenzioni che negli anni hanno attraversato un po’ tutto lo spettro delle possibilità, da Guru’s Jazzmatazz a Robert Glasper, da Courtney Pine a Vijay Iyer o la Blue Series diretta da Matthew Shipp, per non dire dell’influenza/utilizzo di sample jazz da parte di produttori geniali come il compianto J Dilla), sarebbe stato strano che Lehman ne facesse un uso “convenzionale” e difatti gli elementi rap, cantati sia in wolof che in inglese, non sono qui un’occasione di “regolarizzazione” della pulsazione, ma si trasformano in un formidabile materiale sonico, che il sassofonista integra in modo geniale nella sua concezione estetica.

Il Senegal è stato, grazie alla sua tradizionale funzione di “ponte” musicale tra Africa e Occidente e di luogo in cui il “parlare” in musica ha una sua antica forza, un luogo che sin dagli anni Ottanta ha trovato nell’hip-hop una modalità di espressione popolarissima (quando sono stato a Dakar nel 2008 era impossibile sfuggire alle canzoni, anche fortemente politiche, di rapper bambini, protagonisti assoluti delle tv).

Lehman ha qui con sé il giovane rapper Gaston Bandimic, il sassofonista soprano Maciek Lasserre (che collabora anche in fase compositiva) e l’esperto HPrizm (High Priest) dello storico Antipop Consortium (collettivo che già aveva collaborato con Matthew Shipp), ma anche l’apporto del tastierista Carlos Homs, di Drew Gress al contrabbasso e di Damion Reid (già attento alle scansioni di derivazione hip-hop nel trio con Robert Glasper) alla batteria.

Il disco è straordinariamente ricco e sfaccettato: già l’iniziale “Laamb”, costruita sopra un arpeggio allucinato, si muove su sfasature di tempo che destabilizzano progressivamente l’incalzare delle due voci su temi incisivamente politici e spirituali (consigliamo la lettura dei testi qui), lasciando poi spazio al viluppo frenetico dei sassofoni nella successiva, immaginifica, “Are You in Peace?” .

Le sospese e minacciose “Akap” e “Origine” precedono una pagina dal profumo M-Base come la spettacolare “Cognition” e la altrettanto sfaccettata “Hybrid”, giunti alla quale, anche a un primo ascolto, non dovrebbe essere difficile per l’ascoltatore rendersi conto del meraviglioso equilibrio compositivo complessivo. Il materiale affidato alle voci rap infatti, lungi da essere elemento che in qualche modo si contrappone all’aspetto strumentale della musica, è trattato come un vero e proprio elemento sonico, flessibile e stratificato, che si potrebbe ascoltare anche senza comprendere il senso delle parole (ovviamente importantissimo) ma come complesso intreccio di timbro, melodia e ritmi.

Ascolta altri brani dei disco qui.

I suoni elettronici portano con sé echi vintage vagamente fantascientifici (come nella abbacinata “Dualism”, che contiene uno dei momenti più efficaci del già bravissimo Gaston Bandimic) e nella conclusiva “Bamba”, frenetica e eccitante.

Si arriva così alla fine quasi sfiniti dall’intensità di Sélébéyone, che potrebbe non avere vita facile in un mondo, come quello degli appassionati di jazz non afroamericani, che non ha necessariamente con le sonorità dell’hip-hop, con certe sue durezze, un grande feeling. E anche potrebbe accadere l’inverso, che la formidabile trasformazione che nasce da questo incontro, la complessità delle tessiture e dei livelli ritmici, non faccia breccia nei cuori degli appassionati di rap meno curiosi.

E in fondo questo non fa che confermare l’unicità di Lehman, musicista da qualcuno “accusato” di essere più di testa che di pancia (accusa secondo me che può sussistere solo se ci si accosta in maniera superficiale a una concezione sonora che è certamente molto pensata, ma che grazie a questa costruzione formale riesce a raggiungere spesso altissime vette di efficacia emotiva) e che mi sembra invece aggiungersi alla intensa schiera di artisti che magari non faranno “scuola” in modo evidente – ma chi, nel jazz di oggi, davvero fa scuola? – ma che sanno cogliere le più intriganti potenzialità di una musica davvero globale.

Da ascoltare!

TAG: Jazz, PI Recordings, rap, Steve Lehman
CAT: Musica

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