Jazz Portraits. Ep.2. Sonny Rollins

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20 marzo 2020

Ho visto su Instagram le foto di Sonny Rollins sul Williamsburg Bridge. Il vecchio colosso è tornato sul ponte pochi giorni fa, e i giornali titolano che c’è un progetto per intitolarlo finalmente al grande sassofonista. È una storia che eccede il jazz. Da Soho, da Tribeca o Little Italy se volete andare a Brooklyn vi tocca passare di lì. Era naturalmente così anche negli Anni Sessanta, quando Sonny era già una star, il sassofonista numero uno in circolazione. Anche se sei l’erede di Charlie Parker quando provi per ore e i vicini si lamentano ti tocca cambiare aria. Nella primavera del 1960, mentre le giornate si allungavano, Rollins cominciò a uscire di casa, per andare a suonare sul Williamsburg Bridge. Si lasciava alle spalle il Lower East Side di Manhattan e montava sulla grande carcassa di ferro che taglia l’Hudson. Lì si fondono il rumore delle auto, quello del metro, la musica che rimonta dal fiume, la  sinfonia della città, disposta come un’orchestra attorno al nostro uomo. Ma dell’orchestra e degli altri strumenti a Sonny Rollins non è mai fregato niente. Si era solo messo in testa di migliorare la sua tecnica improvvisativa.

E passava ore e giornate a smontare e rimontare la struttura dei propri assoli, come chi abbia sempre fatto una cosa senza pensarci e a un certo punto decide che deve capirne la meccanica interna, per provare ad andare oltre. Entrava in un brano come un tarlo nel legno, svuotandolo voracemente dall’interno, lasciandone intatta la forma, dopo averne svuotato la materia. Era indifferente a quel che suonava, e ad ascoltare i suoi dischi giovanili si viene continuamente sballottati da uno swing a una marcia, da una ballata meditativa a una canzonetta popolare, come se nella scrittura intravedesse il limite dell’artificio, e la natura della sua musica fosse da un’altra parte, nella capacità di disattendere le aspettative e sembrare comunque fuori formato, come quando di colpo a fine serata, mentre stava già salutando il pubblico, ricordava gli accordi di una lullaby e partiva come un accelerato nella notte, improvvisandoci sopra un’altra ora filata.

C’erano pomeriggi che Steve Lacy lo raggiungeva sul ponte e si mettevano a suonare tutti e due, le gambe penzoloni nel vuoto. Il ricordo di quelle giornate di straordinaria libertà percorre The Bridge, il disco soffuso e destrutturato che Rollins incise nel 1962, chiamando a collaborare Jim Hall,  il chitarrista a cui Bill Evans aveva insegnato a suonare sotto la corrente dell’acqua. Rompendo tre anni di silenzio, un tempo inusuale per un musicista di allora, Sonny cerca una misura più introspettiva, fa un passo indietro e si ferma a tratti ad ascoltare la chitarra, come se contenesse una musica segreta e preordinata, che si può provare a seguire, come si risponde a un fiume nelle ore dorate. Le sicurezze del suono così brillante del vecchio Saxopophone Colossus, il disco che i suoi fans adoravano, d’improvviso vacillano. Dov’è finito il tenorista dirompente e tumultuoso, al cui pensiero musicale persino Monk faticava a tenere dietro? Miles Davis amava dire che Rollins poteva diventare il più grande di tutti, se un giorno non si fosse fermato ad ascoltare Coltrane, Ma neanche Trane è nulla di fronte alla musica di un fiume. E Sonny è ancora lì, con le gambe a penzoloni, a guardare i mulinelli dell’East River, e provare a capire come li può suonare.

TAG: Jazz Portraits, New York, Sonny Rollins
CAT: Musica

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