“La coerenza gabbia per imbecilli”: dialogo su musica e vita con Manuel Agnelli

1 Novembre 2020

Incontriamo Manuel Agnelli al crocevia di tante cose: X Factor che arriva alla fase clou, i concerti che non si possono fare, il ruolo di una città – Milano, la sua, la nostra – che è passata in pochi mesi da luogo-calamita, a epicentro e vittima perfetta di un’epidemia maledetta. Così, ora, da Milano si scappa. Ma non è, invero, la prima volta che questo succede. Partiamo proprio da qui.

“Sono nato a Milano, avevo 7 anni quando mi sono trasferito in campagna, perché mio padre odiava la città cui apparteneva da generazioni, mentre mia madre è di origine istriana, per metà, mentre la madre di mia madre era di Codogno. Sono nato qua e ho vissuto i primi anni in ripa di Porta Ticinese. Mio padre, era stufo dei primi disordini sociali post-bellici, ci porta in campagna. Ho un ricordo nitido ad esempio di quanto, di ritorno dall’ospedale dove mia mamma aveva partorito la mia sorellina più piccola, nei primi anni 70, attraversiamo a piedi piazza Duomo mentre la polizia fa le cariche coi lacrimogeni. Mio padre ci nascose sotto il cappotto. Ricordo bene un funzionario che diceva ai cellerini, che mi parvero davvero distrutti e affranti, che quella carica sarebbe stata l’ultima.  Ebbi la percezione di umanità nella polizia. Un ricordo pasoliniano, potremmo dire”.

E insomma, Milano negli anni della contestazione era un luogo pericoloso, violento, da evitare. Da cui scappare. Come ai tempi della peste, o della pandemia.

“Mia padre era in politica, era uno degli allievi di Giuseppe Orlando, uomo forte della DC e della Camera di Commercio. Mio padre era un anarcoide, non certo di sinistra, ma non era nè un moderato nè un conservatore, anzi. Era un uomo che scese sicuramente a patti col suo tempo, e il potere che allora si esercitava. Ma aveva degli ideali netti, anche se erano lontani dai miei. Polemizzando con la mia idea parecchio estrema e utopica, sicuramente adolescenziale, di società ideale, mi diceva sempre: meglio i jeans e il chewing gum. Apparteneva alla generazione che aveva vissuto il boom economico, godendone i benefici.
A un certo punto, delusissimo, decise che ne aveva abbastanza, che non voleva più saperne della politica nazionale e che si sarebbe occupato solo del livello locale, dove si poteva lavorare più concretamente. Mi ricordo molto bene gli incontri di Natale con tutti i suoi colleghi che avevano fatto carriera a livello nazionale, lo stimavano e lo riverivano come fosse lui il punto di riferimento. Un ricordo nitido e caldo.

Tra i ricordi di bambino, a quel punto, si cristallizza Abbiategrasso, grosso centro agricolo delle campagne a sud-ovest di Milano, dove si trasferisce la famiglia Agnelli.

“Abbiategrasso era un’isola felice. Era un paese dove c’erano forti sperimentazioni urbanistiche, con villaggi sperimentali ispirati a nuove citttadine agrarie progettate negli Stati Uniti, in nome della vivibilità. Avevamo davanti e attorno una campagna meravigliosa, e io piccolo appassionato di film western mi sentivo dentro a un’epopea. Ogni tanto mi capita di trovarmi in posti diversi, lontani, e mi commuovo e scoppio a piangere, perchè riemerge quel passato mitico, quella nostalgia. Mi è successo l’ultima volta a Tivoli, alla Villa di Adriano, e mi è quasi sembrato di avere un flashback da un’altra vita…”

Quando, poco meno di 2000 anni fa, eri l’imperatore Adriano?

“No no, magari facevo lo stalliere! Comunque, scherzi a parte, è invece quell’infanzia mitica e lontana, per sempre, che riemerge e mi commuove, quando mio padre mi portava sempre in giro, con sè, e rivedo posti che ho visto con lui.
Faccio le elementari felicemente ad Abbiategrasso, nella stessa scuola in cui studierà mia figlia, e poi mio padre decide di trasferirsi e cambiamo ancora. Un esodo continuo, un spostamento permanente che caratterizza tutta la storia della mia famiglia. Mio nonno, il padre di mio padre, che non ho mai conosciuto, negli anni 50 si sposta in Congo per gestire una piantagione di caffè. Poi nel 1968 c’è la rivoluzione di Mobuto, e la mia famiglia, come quelle di tutti i bianchi, perde tutto. Mio nonno è morto là, non abbiamo mai saputo esattamente di cosa. La storia della mia famiglia è la storia di avventurieri e soldati.
Mio padre, dicevamo, decide che ci spostiamo ancora, in piena campagna, tra Milano e Novara, dove vive ancora mia madre. E lì vivo la prima svolta formativa della mia vita”.

Dicci tutto.

“Decido di iscrivermi a perito agrario perché mi piaceva una tipa che va a fare quella scuola. Di studiare agraria non me ne fregava, e comunque la tipa in questione non me l’ha mai data. In compenso, in un ex manicomio adibito a scuola in mezzo alle campagne fuori Novara, ci sono 5 ragazze su 800 allievi. Ma io, per inseguire la lei dei miei sogni di adolescente, mi alzo ogni mattina alle 5, prendo il motorino, vado in stazione, arrivo in treno fino a Novara, prendo l’autobus per arrivare a scuola, e poi sto fino alle 4 di pomeriggio in questo casermone, con queste finestrone enormi che affacciano sul nulla”.

E la parte bella dov’è?

“Ci sono alcuni incontri, lì, che mi cambiano la vita e cambiano per sempre il mio rapporto con la musica. Io, borghese di buona famiglia studiavo pianoforte classico, e incontro invece i figli dei proletari che ascoltavano punk. Da loro ho imparato uno sguardo completamente diverso sul mondo, e molto netto. Per loro esistevano solo due categorie di cose e di esperienze: quelle vere e quelle false. Tutto quel che era costruito, mediato, somministato dall’alto, era falso. Quel che è vero, anche se povero, misero, imperfetto, è vero e vale di più. Parliamo di gente che è dovuta andare a lavorare a 16 anni,  e che per me è stata davvero importante sia nel farmi scoprire un percorso artistico e musicale autentico, sia nel farmi comprendere davvero diversi aspetti fondamentali della vita, tanto che con alcuni siamo ancora in contatto, ancora legati e amici. Mi hanno fatto capire, sbattendomi in faccia il privilegio di una famiglia benestante, aperta culturalmente, e in cui c’erano esperienze forti, nel recente passato con cui confrontarsi. Basta pensare che mio nonno era iscritto al partito fascista, e il fratello di mio nonno materno era nella X Mas, mentre suo fratello era partigiano nelle Brigate Garibaldi. I pranzi di Natale quando ero bambino erano esperienze strepitose, con progenitori fascisti e nipotini di Lotta Continua. Capisco perché mio padre riconobbe nella Democrazia Cristiana un punto di equilibrio più che onorevole. Non era menefreghismo, era essere cresciuto avendo attorno una guerra, un’instabilità permanente che aveva rovinato alcuni pezzi della sua famiglia”.

Insomma, ti sei scoperto avvantaggiato dalla vita, nel contronto con il “paese reale”.

Esatto, ho scoperto che solo io avevo la possibilità di uscire da là. O, almeno, che per me era tutto infinitamente più facile, rispetto ai coetanei da cui ero circondato. Questo privilegio lo vivevo come una colpa, tanto che ancora ne parliamo tra noi. Pensa che uno degli amici di quegli anni, riparlando di quegli anni e di questa questione mi ha detto che in realtà ero io ad avere tutto da perdere e loro niente, ero io quello che aveva rischiato tutto. Noi avremmo dovuto scappare a Berlino – mi ha detto – che qui avevamo da perdere un posto in fabbrica e una vita difficile: un incubo, potevamo perdere, e nessun sogno.

Sono le stesse persone con cui hai iniziato a suonare in gruppo?

Sì. Erano anni belli, in cui si poteva iniziare a suonare insieme al di là della preparazione musicale di ciascuno. Se uno ti piaceva, se era un tipo interessante, potevi invtarlo a suonare il basso nella tua band. E se ti rispondeva di non aver mai suonato il basso, gli dicevi che non era importante saper suonare tecnicamente uno strumento, era molto più importante trasformare in suono quello che sentivi , in qualche misura, era pure vero. E inoltre, chi aveva delle doti naturali, riusciva a suonare bene, dando importanza a ogni nota, di più e meglio di chi aveva grande tecniche e tante nozioni.

La prima band nasce in provincia, quindi?

Sì, a Corsico, si chiamavano Woodblock. Il batterista, Alessandro Pellizzari, fu anche membro della prima formazione degli Afterhours, ed era un grafico. Disegnò un simbolo del gruppo, con un uomo che si infilava la testa nel culo, sotto il pay off: “Your problem is obvious”. Eravamo super pretenziosi, io addirittura suonavo le tastiere cantavo… a 13 anni. Dai boschi della Valle del Ticino, su un motorino che non potevo nemmeno guidare, peratro, raggiungevo Corsico per andare a provare. È stato in quel momento, con loro, che ha imparato l’importanza della sostanza. E mi è stato molto utile quando, pochi anni dopo, avevo 18 anni e formai gli Afterhours. Uscirono un paio di recensioni buone, e fummo accolti nella scena musicale milanese. A Milano era tutto molto cool, ma nessuno aveva niente da dire. Tutta forma e stile e niente sostanza. Intendiamoci, c’erano anche cose interessanti, ma c’era una predominanza schiaccinte dell’estetica sui contenuti.

Mica come oggi, ad esempio a X Factor…

Negli anni 70 e 80, e fino ai 90 essere unici era l’ambizione, il vero plus. Tutti cercavamo di essere diversi, ed era più divertente e creativo. Questo spingeva molto a meticciare le diverse arti nei circoli underground. Oggi c’è una globalizzazione e omologazione assoluta. Oggi devi essere accettato per esprimerti, il consenso è l’obiettivo, il carattere e il cancro di questi anni. Allora, invece, l’obiettivo vero era il dissenso. Oggi se non riesci a piacere non hai senso. Se avessimo sempre avuto questo atteggiamento gran parte della storia dell’arte non sarebbe mai esistita.

E anche la storia della vostra band.

Il nostro scopo, quando siamo nati, non era il consenso. Non avevamo obiettivi commerciali. Non nego che soldi e fama mi piacciano, me li prendo. Me li sono guadagnati, non me li ha regalati nessuno e per questo me li prendo. Sono miei.

Qual è il momento in cui però anche tu, con la tua storia e la tua band, decidi che non rifiuti più il consenso? Con la prima volta in cui entrate in classifica?

No, è prima. Quando esce Hai paura del buio, nel 1997, il nostro secondo disco in italiano, dopo Germi che aveva avuto un discreto successo di critica e zero pubblico. Quando nel ‘97 usciamo con hai paura del buio diventiamo cool, il gruppo cool del momento. E facciamo il botto, riempiamo i locali, e siamo circondati da un pubblico non adorante, ma complice, che ovviamente è il sogno di tutti. E noi andavamo in giro a petto gonfio dicendo: visto? Non serviva stravolgersi e annaquarsi per essere riconosciuti?

Di recente, nel tuo esordio sul quotidiano il Domani, ha scritto di un sogno, quello di Kurt Cobain, che assomigliava a questo.

La loro parabola ha contato molto nella mia storia. Ma anche i Litfiba, per stare a casa nostra, avevano aperto molte porte. I discografici in fondo cercavano band diverse perché c’erano state esperienze di grande successo. Questo cambia la percezione che abbiamo attorno. Con quel disco infatti usciamo dal ruolo di disturbatori e di situazionisti, e cominciamo ad essere motivo di consenso. Le persone iniziano a essere confortare dalla nostra musica, dalla nostra presenza. E questo ci spiazza… Ehm, no. Non è vero. All’inizio me la godo, ce la godiamo: perché la compliticà vera con il tuo pubblico, vivere le stesse cose nello stesso momento, è una cosa preziosissima. Poi, dopo due anni, arriva la crisi…

Tecnicamente, una crisi di identità.

Esatto. Perché ci troviamo stretti in una parte cui non ambivamo, quella di gente che cantava in coro tutte le nostre canzoni dando loro un significato molto diverso da quello che volevamo dare, di un pubblico rassicurato da noi. Un pubblico che è lì per fare festa, non per condividere con noi. Che ovviamente ci piace e ci lusinga, ma indica anche il rischio di fallimento e tradimento, e così decidiamo di spaccare tutto, di distruggerci a livello di immagine, andando addirittura sul palco in ciabatte. Emblematico di questo spaesamento è Quello che non c’è, il disco della perdita assoluta di senso e di orientamento.

Però prima esce Non è per sempre, che sembra invece il cedimento massimo alla tentazione.

È vero, quello è proprio il tentativo di aderire al successo e al conforto, la voglia di sentirsi degli dei davanti al proprio pubblico facendo 100 concerti l’anno. Io come un dio Nibelungo mi butto a dorso nudo dal palco e mi faccio portare dalla folla mentre canto. Andava sempre tutto bene, tranne una volta che in Veneto una mi abbassa i pantaloni e tenta di staccarmi l’uccello… e io mentre cercavo di salvarlo, urlavo da vero professionista il ritornello della canzone che fa: “razionalità razionalità”, alla fine di “voglio il tuo deserto”. Siamo nel pieno del nostro tour più autocelebrativo, quello di Non è per sempre. Dopo quell’episodio io penso che è finita, che il re è davvero nudo, che bisogna ripensarsi daccapo. Ed è a quel punto che cominciamo il processo di autodistruzione dell’immmagine che dicevo.

Evidentemente, visto quel che è successo poi, c’è stata una rinascita.

Sì, decisamente. Che passa per la tournè americana con gli Afterhours nel 2005. Un’esperienza mitica per me, per noi, ne parliamo ancora come fosse successo l’anno scorso. Mi ricordo a New York, tutta la stampa musicale presente per sentirci. Recensioni entusiasmanti. Un concerto che esce alla perfezione. Ricordo l’ebbrezza, dopo il concerto, mentre tornavo a casa con Francesca, sotto una pioggia torrenziale, una sensazione di onnipotenza, come se New York fosse mia. Così facciamo 120 date l’anno per 3 anni, in tutto il mondo. E cominciamo a scegliere, a dire di no ai festival nel fango e ai locali merdosi della provincia americana giusto per dire che ci siamo andati.

Però dite di sì a Sanremo.

Ma no, quello avviene molto molto dopo! Cioè, sì, nel 2009 diciamo di sì a Sanremo, ma nel mentre è successa una cosa importante. Ci viene riconosciuta una voce pubblica. Iniziamo a essere interpellati per sapere “cosa ne pensiamo” su questioni importanti, che è un grande privilegio. A Sanremo ci volle Bonolis, che ci tutelò pienamente e non posso che dire bene di quell’esperienza e della sua professionalità. Torniamo a fare i disturbatori, sul palco perfetto per farlo, eliminati subito ma vinciamo il premio della critica. Insomma, il massimo di quello che potevamo desiderare. Mi sono preso anche quella volta libertà di dire quel che volevo e come lo volevo, anche in un contesto mainstream, ma senza aderirvi. Del resto, fino a un paio di anni fa non avevo nemmeno un canale social.

E anche adesso, non si può dire che i social network siano il tuo forte…

No, infatti (ride).  Però non rinuncerei mai alla libertà di poterci essere o non essere,  di parlare se e quando voglio io. Essere “social” ti impone esattamente il contrario. In fondo anche il mio partecipare a X Factor, per me, sta dentro a questo percorso. La considero una scelta completamente libera da certi stereotipi e obblighi di chi deve essere e dichiararsi sempre alternativo, libera dalle tavole della legge e dai farisei del tempio della cultura. Una modalità diventata di gran moda dopo la fine della controcultura e, di fatto, molto insincera rispetto agli obbiettivi che dichiarava, perché di fatto stava e sta dentro agli stessi parametri del sistema produttivo occidentale. Produci, promuovi, vendi (magari poco e male, ma quello è). In pochi hanno avuto il coraggio di “fare e basta”. Questo è stato sempre il nostro tentativo.

Però il tuo, il vostro passaggio, è partito da una dimensione davvero artigianale e alternativa, per arrivare a Sanremo e X Factor.

Ma nel mezzo ci sono molti passaggi, meticciamenti, incroci. Per esempio, ricordo i tempi del Jungle Sound , lo studio di registrazione e le sale prova, dove si trovavano realta come noi, i Ritmo tribale, i La CRUS, i Casino Royale, insomma tutta la scena milanese… ma nella sala accanto trovavi Marco Masini, Vasco Rossi, Enrico Ruggieri. Era un continuo “rubarsi” segreti, idee, andare a spiare i setting degli altri. C’era anche Ramazzotti che veniva sempre a sfottermi, ricordandomi che mi sarebbe piaciuto molto vendere i dischi che vendeva lui. E tra le cose che mi porto dietro da quegli anni è la scoperta che il nostro mondo spocchioso e progressista non era popolato da essere umani migliori di quelli del mondo manistream. Anzi, abbiamo imparato che persone che facevano esperimenti musicali interessanti erano spesso dei perfetti idioti, mentre era vero anche il contrario.

Questo vale anche per il voto: per molti anni a sinistra si sono giudicati negativamente, anche dal punto di vista umano, gli elettori di Berlusconi, e non era affatto detto che fossero “moralmente inferiori”.

Hai ragione, purtroppo abbiamo fatto anche questo.

E insomma, anche per questo hai deciso di passare “di là”?

Attenzione, io non ho deciso di andare “di là”. Ho deciso di non appartenere più a quel “di qua”. Volevo uscire dal mondo asfittico, claustrofobico, in definitiva provinciale e un po’ meschino della musica cosiddetta indipendente in Italia.

Come la Padania che canti in un disco di pochi anni fa.

Padania è un disco che parla anche di questo, del nulla travestito da ansia di dover essere qualcosa. Una caratteristica che viene da qua, dalle nostre terre. Siamo così presi alla lotta per i nostri sogni che ci dimentichiamo quali erano, perché li sognavamo così forte. Padania in qualche modo è un momento di grande cambiamento.

L’inizio della fine?

In qualche modo sì.

E adesso, il futuro da dove inizia?

Vorrei continuare a fare, a essere più cose. Un musicista, che scrive canzoni, articoli e libri, che organizza e gestisce un’impresa. Voglio continuare a stare tra le linee, surfare tra le situazioni, senza dover giustificare razionalmente cosa e dove.

Azzardiamo: cosa saranno gli Afterhours tra dieci anni?

Non mi interessa farmi la domanda, e non so neanche se è legittimo. Non è stato così, non è così che siamo nati. Ormai facciamo qualcosa solo quando abbiamo qualcosa da dire. Facciamo un disco ogni cinque anni? E quindi? A noi funziona così, è per questo che siamo nati ed è solo così che continueremo davvero ad esistere.

La politica ti piace, ti interessa?

Mi interessa, certo, nel termine alto. Ma non mi interessa nell’accezione partitica e militante. La ricordo coercitiva, come obbligo di partecipazione, da ragazzino, quando quelli più grandi ci mettevano in prima fila alle manifestazioni per farci prendere le botte al posto loro. Poi sono cresciuto, certo, ho provato a riappassionarmi. Sulla politica di oggi non saprei davvero cosa dire, se non che nel disastro totale non ho perso del tutto la speranza che si torni o si giunga di nuovo ad una visione, fra quelli che guidano una società e la migliorano. Magari non perderò mai questa speranza. Staremo vedere.

Chi sono i musicisti, gli artisti cui dedichi i pensieri, o che avresti voluto essere?

Musicisti… Insomma. Caravaggio, Lou Reed, i primi due nomi che mi vengono in mente. In generale, mi piacciono i creatori e i pensatori che non sono schiavi di quella gabbia per imbecilli che chiamiamo coerenza. I più grandi hanno rispettato se stessi continuando a cambiare strada, voce, idea. Io sento che ho rinunciato a molte cose per l’etica, e ogni tanto – sono sincero – un po’ me ne pento.

Ci sono momenti in cui rimpiangi di non poter dire tutto quello che pensi?

Non perchè tema la reazione, che non temo, e neanche mi interessa. Anzi mi diverte. Mi pesa di più la distorsione tremenda del pensiero e delle parole cui oggi, ancora più che mai siamo sottoposti. Ho paura che le mie parole vengano distorte e usate. Questa è la mia paura più grande, e per questo non ho più la leggerezza di prima. Un po’ perchè le mie parole pesano di più. E poi perchè, a proposito di etica, nella vostra professione l’etica è calata. E così ti controlli di più quando rilasci interviste. Ma quando inizi a controllarti troppo, a limare il pensiero e la parola in modo ossessivo, è il momento in cui inizi a deteriorarti.

 

 

TAG: manuel agnelli
CAT: Musica

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