La musica bisestile. Giorno 127. Bill Evans

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7 novembre 2018

Il trio di Bill Evans rovescia le regole melodiche del jazz, portando il contrabbasso in primo piano e costruendo una band senza fiati. Con il suo Trio, Evans registra due album indimenticabili nel giro di una settimana, poi il suo contrabbassista muore e per Bill inizia un declino inarrestabile…

 

WALTZ FOR DEBBY

 

La notte, rimasto solo, ascoltavo la radio. Come ora. Dopo la mezzanotte, trasmettevano il Giornale Radio in inglese, in francese ed in tedesco. Che bello. Dopodiché arrivava il jazz, ed almeno due volte alla settimana durava tutta la notte – nei miei ricordi. A volte mi lasciavo cullare fino a sognare, a volte, troppo teso, restavo sveglio fino a quando mia madre non mi chiamava al dovere: allenamento prima di scuola, sveglia alle 5, l’odio per il nuoto che cresce e diventa l’epicentro di tutte le mie paranoie, il fenomeno che, mentre dava forza ai miei muscoli, mi spogliava di tutta l’energia nervosa, di modo che, a scuola, ero uno zombie, la testa piena di piano jazz.

“Waltz for Debby”, 1962

Spesso piena di Bill Evans, quando imparai a distinguerlo dagli altri. Lo suonavano spesso, perché stava malissimo, ed infatti morì nel 1980, a soli 51 anni, distrutto dall’eroina. La maggior parte del tempo suonavano due album gemelli, registrati dal vivo in poche ore, nel giugno 1961, che erano l’apice del trio di Evans, ed anche la sua fine, perché pochi giorni dopo la registrazione il suo alter ego, il bassista Scott LaFaro, perse la vita in un incidente, ed Evans rimase senza suonare per anni, prima di affidarsi ad un sostituto. Ma non fu mai più lo stesso.

Per i più giovani, Bill Evans è stato per il jazz ciò che i Joy Division, ma ancora di più i New Order sono stati per l’indie rock. Acquisite le lezioni dei grandi dell’epoca, si capovolgono alcuni sintagmi: la linea melodica la fa il basso, gli altri strumenti sono ritmica – tranne nei momenti in cui il piano rovescia il tavolo, ed i due strumenti proseguono assieme, spesso sottolineando la dominante con delle sequenze bitonali (ovvero, semplificando più che posso, con il maggiore ed il minore che condividono la dominante, come il MI- ed il DO+, oppure suonando armonie di sole due note), e lasciando che l’improvvisazione (il “ping”, lo chiamava Evans) portasse avanti lo sviluppo del tema.

Da qui in poi si ha di fronte un bivio: o si diventa banali come Giovanni Allevi, o si parte per nuovi pianeti, come Herbie Hancock. Per me, la notte, Bill Evans è come un programma di ristrutturazione dei blocchi psichici: mi calma, mi aiuta a trovare nessi logici, mi spinge a dare ad avvenimenti il giusto peso. E mi riporta a quando avevo 17 e 18 anni, ed improvvisamente tante cose, che avevo creduto fossero riservate agli altri, accaddero: l’amore, il lavoro, la passione professionale, l’ambizione, imparare a dimostrare di valere qualcosa. Cominciarono gli schiaffi, quelli veri, quelli che mi hanno insegnato tanto e velocemente, e che ringrazio di cuore. Così anche stanotte ascolto “Waltz for Debby” e penso che siamo ancora solo all’inizio, che tutto vada bene, e che il bello sia davanti a me, a noi, a tutti.

 

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CAT: Musica

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