La musica bisestile. Giorno 131. R.E.M.

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9 novembre 2018

L’album forse più bello della più grande band mondiale degli ultimi 25 anni, l’unica capace di durare ad un livello altissimo fino al momento in cui loro stessi, per stanchezza, invece di diventare la cover band di loro stessi (come purtroppo stanno facendo gli U2) hanno deciso di smettere

 

AUTOMATIC FOR THE PEOPLE

 

Erano stati sulla scena del rock di provincia americano per 10 anni, e non valevano nulla, non mi piacevano per nulla. Un po’ di garage, un po’ di grunge, un po’ di jungle come i loro concittadini georgiani dei B52, niente che non fosse già trito e ritrito. Dopodiché avevano cambiato casa discografica ed incontrato il produttore Scott Litt, che aveva lavorato sia con divi folk come Carly Simon, sia con Patti Smith, sia con i New Order. Scott ha una sua idea precisa. Siamo nel 1990, la musica indie sta lentamente nascendo dalle ceneri di diversi modi noiosi di usare la chitarra elettrica (unici ad essere diversi, sinceramente, i Nirvana) e dall’esaurirsi dell’elettronica al di fuori del tecno e musiche collegate.

“Automatic for the people”, 1992

Scott Litt invece pensa ad una musica che abbia elettronica, ma per dare un nuovo senso a chitarre, basso, viola e persino mandolino. Se quest’ultimo strumento rende i REM finalmente riconoscibili, la vera svolta è la viola, che da ora in poi diventa un vero e proprio spartiacque tra coloro che sono un passo avanti (Múm, New Order, Motorpsycho, Tunng, Bright Eyes, Beck) ed il resto, un’onda di leggerezza non lontano dai Portishead, ma sempre fissi nel rock e le chitarre (un tentativo fatto anche dagli U2 con “Zooropa” e “Pop”). Solo che i REM sono i primi, ed il loro “Out of time”, trainato da “Losing my religion” e “Shiny happy people” diventa un tormentone mondiale che catapulta la band al primo posto su tutto il pianeta.

Però io amo maggiormente il disco successivo, registrato pochi mesi dopo, quando “Out of time” era ancora in tutte le classifiche, perché è un disco di una maturità disarmante e di una pienezza turgida e passionale, che è stato un disco che ha ispirato gli artisti più diversi, dagli Air a Sheryl Crow, diventando (a mio parere) il punto più alto raggiunto da una band americana negli anni 90. In questo disco anche il country-rock viene recuperato, viene spogliato di ogni traccia di Bon Jovi e Guns’n’Roses, e restituito ad una sentimentalità rugginosa, con dei testi meravigliosi – e finalmente la viola, che trionfa ovunque, se fate bene attenzione, specie nel grandioso finale di “Everybody hurts”, quando l’anima si solleva e, inseguendo il tramonto, vi riporta ad una casa che nemmeno sapevate di avere.

 

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CAT: Musica

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