La musica bisestile. Giorno 15. Weather Report

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13 settembre 2018

Ci sono dei momenti in cui una band vive un tale stato di grazia, che dura magari il breve volgere di un tour, che comunque cambia la storia dei musicisti e la percezione che abbiamo di un intero genere musicale

8:30

 

Jaco Pastorius era ancora vivo, Joe Zawinul aveva ridotto la band ad un minimo sindacale (lui, Pastorius, Wayne Shorter e Peter Erskine), ma erano davvero impressionanti: Eddie ed io andammo a vederli al Palazzo dello Sport di Roma, e fu un concerto indimenticabile. Tutto mischiato, dal sound francese di Martial Solal all’elettronica, dai ritmi etnici sudamericani al cool jazz, e comunque con il basso di Pastorius a disegnare le linee melodiche, a metà tra il free jazz e la ola di Ricky Martin. Suonavano questo disco. Ascoltato oggi sembra magari leggermente datato, ma allora era un festino (apertamente commerciale) di fusion, eppure di altissima qualità.

“8:30”, 1979

Originariamente, Weather Report era una band europea, fondata dal tastierista austriaco Joe Zawinul insieme al famoso bassista cecoslovacco Miroslav Vitouš, ma hanno lavorato da subito negli Stati Uniti, dove i Return to Forever avevano aperto una grande breccia per un jazz astratto e melodico, nei cui quartetti o quintetti venissero inseriti virtuosi provenienti da esperienze musicali diversissime, come Chester Thompson (che lasciò le Mothers of Invention di Frank Zappa per suonare la batteria con i Genesis da quando Phil Collins ne divenne il cantante), Wayne Shorter (che suonava con Miles Davis), Jaco Pastorius (il più grande bassista jazz di sempre), Airto Moreira (percussionista storico del jazz brasiliano, ma anche sul palco con i Grateful Dead, con Carlos Santana e mille altri) e Peter Erskine. L’idea era di alternare brani di fusion con brani quasi ambient, in cui il suono riproducesse il flair di situazioni sociali (come nel capolavoro “Black Market”). Per una decina d’anni, la band era uno degli act più famosi al mondo, e questo disco dal vivo ne celebra appunto lo zenit, prima che Pastorius venisse ammazzato, a soli 35 anni, in una rissa all’uscita di un bar.

Il brano che dà il titolo all’album è ancora oggi la sigla del giornale radio di Radio Popolare, che è forse il miglior notiziario d’Italia. In ogni caso bisogna aver ascoltato questo live per capire come si sia passati da Alexis Korner, attraverso Chuck Mangione ed i Return to Forever di Chick Corea, ad una visione del jazz che fosse fruibile per la massa, ma non per questo di cattiva qualità. Da lì in poi le strade si biforcano. I bifolchi ascoltano Giovanni Allevi e Renzo Arbore, gli altri partono per le armonie di Gato Barbieri o Keith Jarrett. Ma questo disco rimane ugualmente lo spartiacque tra due epoche della musica contemporanea.

 

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