La musica bisestile. Giorno 184. Keith Jarrett

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5 dicembre 2018

La sottile linea di confine tra Giovanni Allevi e la vera musica è difficile da percepire, se non si ha un animo allarmato e sospettoso. E Keith Jarrett, con il concerto di Colonia, quel confine lo ha sfidato, ottenendo una fama mondiale, che sarebbe stato giusto avesse ottenuto per altri dischi stupendi e misconosciuti, come il secondo che vi propongo

 

THE KÖLN CONCERT / SHADES OF JAZZ

 

Potrei dire che questo disco ha reso possibile il disco di Giovanni Allevi, e sarebbe una pietra tombale, Keith Jarrett finirebbe all’inferno. Certo è che, in questo disco così famoso, lui ce l’abbia messa tutta per essere semplice e comprensibile, per far apparire il free jazz una cosa a metà strada tra il pop e Rondò Veneziano.  Fusion è quel jazz che mischia, rendendoli ancora riconoscibili, altri generi musicali. E Keith Jarrett, in quel concerto a Colonia, ha mischiato anche il western ed il gospel, il blues e Barry Manilow, sicché ha commesso un gravissimo peccato di banalità.

“The Köln Concert”, 1973

Oppure si ascolta questo disco non come un sentiero di pietruzze di citazioni, ma come il punto di riferimento della ricerca di Charles Lloyd, di Paul Motian, di Jack DeJohnette – ovvero coloro che, come tutti, in un determinato momento storico, erano passati attraverso una delle band messe insieme da Miles Davis e l’avevano lasciata per ricercare non il futuro, ma far pace col passato, un passato vecchio di due o trecento anni, da cui tutti vengono, se hanno studiato, ed a cui tutti tornano, come diceva Frank Zappa: “Passi la gioventù ad imparare i classici ed a cercare di distanziartene, e poi, più ti allontani, più ti ritrovi nel bel mezzo della loro essenza. Oppure sei un freak fallito, ma di questa gente non mi importa nulla”.

“Shades of jazz”, 1976

Sicché questo nero di origini ungheresi e scozzesi, figlio di una piccola borghesia di provincia che, già a cinque anni, occupava tutto il tempo libero suonando ed ascoltando musica, e che da americano ha poi studiato a Parigi ed ha vissuto a New York fino alla sua scoperta del mondo hippie, che lo ha trascinato per un decennio in un turbine paragonabile a quello del lifestyle dei Grateful Dead, ha creato un sound tutto suo ed ha avuto un successo immenso, dovuto appunto alla sua apparente semplicità.

Questo disco viaggia sul sottilissimo filo del rasoio, lasciandoci appunto immaginare che alcune melodie le potrebbe anche stupidare Giovanni Allevi, oppure essere una melodia per Checco Zalone, per poi sentirlo riprendersi e volare via, verso il disco che, più complesso di questo, ho sempre amato, e che si chiama “Shades of jazz”. Se vi sentite pronti, provate il secondo, vi farà sentire meglio. Ci troverete jazz latino alla Gato Barbieri, jazz moderno alla Stefano Bollani, e molte altre cose meravigliose. Un disco indimenticabile, questo per davvero.

 

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CAT: Musica

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