La musica bisestile. Giorno 249. Janis Joplin

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7 gennaio 2019

La voce straziante di un’anima incurabile, una femminilità disperata e prorompente, un bisogno d’affetto mai esausto… e poi una fine orribile, folle, inutile, della più grande cantante bianca di tutti i tempi

PEARL

 

Ci sono storie di una tristezza infinita che non consentono alcuna consolazione. Janis Joplin era certamente la più grande cantante del mondo, ma era sola, disperata, confusa, e professionalmente non ha mai avuto le persone giuste intorno, e per questo motivo i suoi dischi non sono mai stati dei capolavori. Non sono in grado di giudicare quanto fosse difficile averci a che fare nella vita quotidiana, ma sono certo del fatto che, se avesse avuto una persona forte accanto, una sorta di figura paterna credibile, tutto sarebbe andato in modo diverso. Anche per questo ho scelto il suo disco postumo, perché era un disco con una produzione finalmente fatta bene, e lei non compare come la cantante di una band di mezze seghe, ma come lei stessa.

“Pearl”, 1971

Nel suo repertorio canzoni che lei già cantava dal vivo, sia “Mercedes Benz” (che non è nulla, è importante solo perché lei la canta come la sa cantare) che la famosa ballata di Kris Kristofferson, “Me and Bobby McGee”, che è certamente una delle più straordinarie ballate della tradizione americana. In studio c’era Richard Bell al pianoforte, che la accompagnava già da qualche mese, che ha uno stile tipico dei canadesi (sentite Bruce Hornsby), molto delicato, insomma il contrario di Leon Russell, e che poi suonerà con molti grandi artisti, da Bob Dylan a Bruce Cockburn (un altro grande artista canadese), Bonnie Raitt, Judy Collins e Joe Walsh – uno dei grandi chitarristi che ha fatto parte degli Eagles.

Bobby Womack registrò solo una canzone insieme a Janis, ma da lì si vede anche quale avrebbe potuto e dovuto essere la strada per il futuro, quello della musica soul. Era stato chiamato da Paul Rothchild, che era anche il produttore di The Doors, e quindi sapeva cosa fare e come dirigere Janis Joplin. Ciò nonostante era stato impossibile salvarla. Janis morì durante il lavoro di registrazione, dopo essersi fatta una dose eccessiva perché (pare) aspettava una telefonata ed una visita da una coppia di amici, che l’avevano assistita in un momento di particolarmente profonda depressione, e Janis, che aveva atteso inutilmente accanto al telefono, alla fine non ce l’aveva fatta più.

Una bambina di soli 27 anni. Quando ascolto questo disco mi viene da pensare ad Amy Winehouse, naturalmente, ed a tutte queste bambine autodistruttive, che punivano in questo modo, suicidandosi, quegli uomini, dal padre in poi, che non erano stati capaci di stabilire un legame sano e saldo, ed avevano lasciato quelle bambine affogare nel loro talento e nel loro dolore. Non si può fare nulla. I padri erano già allora in via di estinzione.

 

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